17 APRILE 2012
Il lancio italiano del Rapporto sullo Stato del Volontariato nel Mondo: echi del dibattito sul ruolo del volontariato nella società contemporanea
DI Mattia Corbetta

Lo scorso venerdì 13 aprile l’Istituto Luigi Sturzo è stato teatro del lancio italiano del primo Rapporto delle Nazioni Unite sullo Stato del Volontariato nel Mondo. Francesco Galtieri, Portfolio Manager presso il programma dei Volontari delle Nazioni Unite (UNV), e il Professor Gregorio Arena, presidente di LABSUS (Laboratorio per la sussidiarietà) e del Centro di documentazione sul volontariato e il terzo settore, hanno presentato i temi e le riflessioni permeanti questo documento. Prodotto da UNV, il Rapporto era stato presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e in numerosi paesi in tutto il mondo in occasione della Giornata Internazionale del Volontario e del decimo anniversario dell’Anno Internazionale dei Volontari lo scorso 5 dicembre.

Il Rapporto promuove una migliore comprensione del fenomeno del volontariato dimostrandone il carattere universale e descrivendone dimensioni, obiettivi e recenti evoluzioni. Inoltre esamina l’importante contributo che il volontariato apporta in diversi ambiti quali il benessere individuale e collettivo, l’inclusione sociale, lo sviluppo socioeconomico e la prevenzione dei conflitti armati. Stimolando nuove riflessioni sul tema del volontariato, il Rapporto sullo Stato del Volontariato nel Mondo offre une visione alternativa di una società migliore.

Allo scambio d’idee seguito alla presentazione del documento hanno partecipato anche Renzo Razzano, Vicepresidente del CEV (Centro Europeo del Volontariato) e Silvia Costa, membro del Parlamento europeo, nonché diversi accademici e ricercatori impegnati in questo campo in diverse università italiane. Come dimostrato dalla presenza in sala, non solo tra i discussants ma anche nel pubblico, di rappresentanti di istituzioni politiche di livello nazionale, europeo ed internazionale, nonché di esponenti di fondazioni, organizzazioni non governative e altre associazioni espressione della società civile, il mondo del volontariato è oggetto di una crescente attenzione da parte di policy makers, organismi internazionali e osservatori delle relazioni internazionali. Il dibattito che è scaturito dalla presentazione del Rapporto è stato spontaneo e denso di spunti.

Un orizzonte di riferimento all’interno del quale si colloca il dibattito sul volontariato è quello del ruolo della cittadinanza attiva nel contesto della crisi dello Stato sociale: questo tema è più volte riecheggiato nel corso della discussione.

Com’è noto, con Stato sociale (anche denominato welfare state o Stato keynesiano) s’indica un insieme di pratiche di protezione sociale pubblica, che ha avuto origine in Europa nella seconda metà del XIX secolo come risposta ai "nuovi" problemi connessi all'industrializzazione e l'urbanizzazione e, quindi, al declino delle istituzioni tradizionali di sostegno e di aiuto reciproco (famiglia, comunità, chiesa ecc.). Tali pratiche includono le assicurazioni sociali (garanzie pubbliche nei confronti di un certo numero di "rischi" quali la vecchiaia, l’invalidità, la malattia, la disoccupazione ecc.), i servizi sociali e le politiche attive del lavoro. Il welfare state ha conosciuto una vasta diffusione dopo la crisi del ’29, ma è nel secondo dopoguerra che, con il piano Beveridge e con l’affermarsi dei concetti di cittadinanza sociale e di diritti sociali (T. H. Marshall), esso si è consolidato ed è stato investito dal più ampio consenso. In seguito alla recessione degli anni 1973-75 si è determinato però un aumento inaspettato dei costi del welfare, da cui sono conseguite le scelte, adottate negli anni ’80 da parte dei paesi culturalmente e storicamente più ancorati al liberismo (misure miranti alla deregolamentazione e alle privatizzazioni che hanno assunto la denominazione di reaganismo nella declinazione statunitense e di thatcherismo in quella britannica), di ritornare ad antiche ricette adattandole al nuovo scenario.

I cambiamenti tecnologici e l’espansione dei mercati registratisi negli ultimi decenni hanno comportato una serie di mutamenti non soltanto nella struttura produttiva dei paesi occidentali ma anche nella loro società: mentre, da un lato, la concorrenza dei paesi emergenti (dove le forme di tutela dei lavoratori sono meno stringenti e i salari più contenuti) si è fatta sempre più agguerrita, ciò che ha contribuito all’assottigliamento e all’impoverimento della classe media nelle società occidentali, dall’altro queste hanno registrato un sensibile invecchiamento della popolazione. Ciò ha inevitabilmente messo in crisi il sistema di protezione sociale basato sull’imposizione fiscale: in altre parole, non è più praticabile un welfare costoso ed ampio perché si è progressivamente deteriorata la possibilità di finanziarlo tassando i ceti medi, che si stanno riducendo ed avviando verso redditi medio bassi. In seguito all’aumento costante dell’aspettativa di vita sono cambiati anche gli equilibri tra le diverse classi di età, con effetti destabilizzanti su sistemi di welfare impostati su società relativamente giovani, sostenute da elevate percentuali di popolazione attiva. Un filone del dibattito sul futuro dello Stato sociale verte proprio sulla riforma dei sistemi pensionistici, delle forme di tutela dei lavoratori e dei meccanismi d’imposizione fiscale.

La crisi del welfare (e in generale del settore pubblico come organizzatore della vita sociale ed economica) ha portato a una nuova attenzione nei confronti del volontariato. In particolare, s’ipotizza che attraverso il volontariato possano essere prestati i servizi prima offerti dalle assicurazioni sociali, necessari per rispondere alla nuova domanda emersa in conseguenza dei cambiamenti sociali ed economici degli ultimi decenni.

È da notare che, nell'esplicare tali attività, il volontariato può porsi tanto in concorrenza quanto in partnership con lo Stato. Ciò determina ulteriori riflessioni: si tratta dell’eterno dilemma della giusta calibrazione tra pubblico e privato nell’erogazione dei servizi e nell’attribuzione delle responsabilità collettive.

A dimostrazione della rilevanza internazionale del dibattito sul volontariato, è sufficiente citare il caso della Germania. L'abolizione, dopo più di cinquant’anni di operatività, della legge sul servizio militare (Wehrpflichtgesetz), decisa dal Ministero della Difesa tedesco nell’aprile del 2011 e resa effettiva nei mesi successivi, ha avuto dirette ripercussioni sull'erogazione di molti servizi pubblici. Per decenni lo Stato ha impiegato in servizi socialmente utili (presso strutture pubbliche quali gli ospedali, le istituzioni scolastiche ecc.) coloro che, in alternativa alla leva, optavano per il servizio civile. L’improvvisa interruzione del flusso di manodopera abbondante e a buon mercato assicurato dalla legge sulla leva obbligatoria ha posto il problema della sua sostituzione. La risposta più immediata è stata l’introduzione di un Servizio Volontario Federale (Bundesfreiwilligendienst), ciò che, di fatto, costituisce un vero e proprio meccanismo di compensazione operante attraverso il reclutamento di volontari: donne e uomini, studenti e lavoratori di tutte le età, retribuiti con una paga minima, si mettono a disposizione per prestazioni di pubblica utilità.

La vicenda fa riflettere sul peso assunto dal volontariato nella società contemporanea, specie nei paesi che, come la Germania, hanno adottato un modello di economia sociale di mercato; alla luce della crisi in cui versa lo Stato sociale, in un momento storico in cui i timori sulla salute dei bilanci dello Stato sembrano prevalere su ogni altra preoccupazione, il volontariato è stato indicato da più parti come una delle possibili vie di uscita.

Un ulteriore esempio a dimostrazione della rilevanza internazionale del tema del ruolo del volontariato nell’ambito della crisi del welfare state: con il progetto di una cosiddetta Big Society propugnato dal partito conservatore attualmente al governo in Gran Bretagna, il volontariato è incluso tra gli strumenti chiave di un nuovo modello economico.

Per Big Society s’intende il concetto su cui è permeato il programma di governo del premier britannico David Cameron, il cui obiettivo principale è risanare il bilancio pubblico focalizzando l'attenzione sulle iniziative dei cittadini. In Gran Bretagna la coalizione formata da conservatori e liberali ha, infatti, introdotto un insieme di misure di austerità volte al risanamento del bilancio pubblico e incidenti direttamente sull'organizzazione della pubblica amministrazione.

La riduzione delle spese va a colpire i capitoli di spesa del welfare (-22%), della difesa, degli interni e dello sport, nell’ottica dell’azzeramento del deficit strutturale. Si tratta di una strategia che segna un cambio radicale di rotta rispetto ai precedenti governi laburisti. La Big Society non rappresenta un richiamo al principio di sussidiarietà, bensì l'indicazione di un percorso liberale di rinascita economica che, almeno sulla carta, intende puntare sulla capacità della società di tornare a produrre crescita e valore.

Il riferimento non è quindi al "Big Business" ma alle capacità di ogni singolo cittadino di cimentarsi con la produzione di ricchezza. Come detto, il progetto prevede un maggiore coinvolgimento dei cittadini nell'amministrazione del Paese, affidando loro gradualmente la gestione di servizi oggi di competenza del settore pubblico, al fine di responsabilizzarli soprattutto a livello locale e operare un trasferimento di poteri dallo stato agli individui. Che tale progetto rappresenti davvero una formula rivoluzionaria o piuttosto equivalga a una maschera del disimpegno da parte dello Stato è una questione di natura politica: quello che rileva è osservare che il volontariato è al centro del dibattito politico nei due paesi più influenti dell’Unione Europea.

La discussione seguita alla presentazione del Rapporto ha rievocato diversi altri temi tipici del dibattito sulla natura e sul ruolo del volontariato nella società contemporanea, come ad esempio la controversia sulle attività ad utilità sociale quali l’impresa sociale e la benefit corporation, la necessità di statistiche attendibili e di strumenti omogenei a livello internazionale per la misurazione del fenomeno, i compiti dello stato nel predisporre un quadro legislativo favorevole al volontariato ecc.

Tra le incognite più interessanti su cui si dibatte in relazione al tema della crisi dello Stato sociale, vi è il ruolo che il terzo settore, nelle forme del volontariato e dell’associazionismo sociale, potrebbe assumere nel nuovo modello di welfare che in Italia e negli altri paesi occidentali dovrebbe prendere il posto di quello industriale. È infatti diffusa in una parte della letteratura l’idea che le attività cosiddette “fuori mercato” potrebbero rivelarsi essenziali per il welfare degli stati moderni che si trova ad affrontare una situazione di crisi a causa della scarsità di risorse economiche. È indubbio infatti che i limiti della spesa pubblica, imposti dalla crisi fiscale che ha colpito i governi europei, abbiano posto un freno all’espansione del welfare state, rendendo impossibile ogni ulteriore incremento degli interventi di politica sociale e obbligando gli stati a perseguire una politica di tagli alla spesa. In particolare il volontariato, grazie al carattere gratuito del suo impegno, appare, in questo panorama di crisi economica, una nuova risorsa strategica nella gestione dei servizi relativi al benessere personale e collettivo dei cittadini, proponendosi come una componente permanente e stabile della nostra società civile accanto ai tre tradizionali pilastri del welfare: la famiglia, il mercato e lo Stato.