04 MARZO 2016
Geopolitical Weekly n.209
DI Carolina Mazzone e Olena Melkonian

Sommario: Iraq, Libia, Somalia, Tunisia, Turchia

 

Iraq

Lo scorso 28 febbraio, i miliziani dello Stato Islamico (IS) hanno realizzato una serie di attacchi terroristici nell’area attorno a Baghdad. Nella mattinata due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nel mercato del distretto sciita di Sadr City, uccidendo 73 persone e ferendone altre 100. Poche ore dopo, un altro gruppo di fuoco jihadista ha attaccato il comando delle Forze di Sicurezza irachene di Abu Ghraib, sobborgo occidentale di Baghdad, causando la morte di 17 membri delle forze di sicurezza. Infine, sempre nella stessa giornata, a Muqdadiya, cittadina situata a 80 km a nord est della capitale, altre 40 persone sono state vittime di un attentato suicida nel corso di un funerale al quale partecipavano militanti sciiti del gruppo Hashid Shaabi.

L’escalation di attentanti che negli ultimi mesi ha interessato il Paese e, in modo particolare, l’area della capitale, è sintomatico della volontà dello Stato Islamico di cercare di deteriorare ulteriormente la situazione di sicurezza interna e destabilizzare l’autorità del governo centrale. Inoltre, da un punto di vista propagandistico, i recenti attacchi sembrerebbero voler riaffermare la capacità di azione di Daesh all’interno del territorio iracheno, in un momento in cui le milizie di al-Baghdadi sono in fase di arretramento in alcune aree del Paese.

A partire dalla seconda metà del 2015, infatti, le Forze Armate irachene hanno iniziato una vasta controffensiva per riprendere il controllo di diversi territori caduti nelle mani dello Stato Islamico. In particolare, oltre alla liberazione della città di Tikrit, l’Esercito iracheno ha riacquisito il controllo del distretto petrolifero del Baiji e, più recentemente, della città di Ramadi, capoluogo della provincia occidentale di Anbar.

Ciononostante, la presenza sul territorio iracheno dello Stato Islamico risulta essere profondamente radicata. Le milizie di al-Baghdadi continuano a controllare diverse città importanti  del Paese,  in modo particolare Falluja, situata a circa 70 km a ovest di Baghdad, e Mosul, nel nord del Paese.

 

Libia
Il 3 marzo alcune milizie del Consiglio Militare di Sabratah (CMS), città nell’ovest della Libia, si sono scontrare con gruppi armati rivali probabilmente afferenti al network dello Stato Islamico. Nel corso del conflitto a fuoco sono rimasti uccisi due ingegneri italiani, Fausto Piano e Salvatore Failla, rapiti lo scorso luglio nei pressi di Mellitah. Permangono numerosi dubbi sulla dinamica dell’accaduto. Infatti secondo alcune ricostruzioni, i due italiani sarebbero rimasti uccisi durante l’offensiva delle milizie del CMS contro un covo dello Stato Islamico nelle campagne a ovest di Sabratah. Al contrario, secondo altre indiscrezioni, i due ingeneri italiani sarebbero rimasti uccisi in seguito ad una imboscata subita dal gruppo che li teneva in ostaggio mentre era in corso il loro trasferimento da Sabratah ad una non meglio precisata destinazione.

Il giorno successivo, gli altri due ingegneri italiani ostaggio dei miliziani libici, Gino Tullicardo e Filippo Calcagno, sono stati rilasciati e presi in consegna dalle autorità italiane.

I tragici avvenimenti di Sabratah non solo confermano il grado di instabilità e insicurezza che caratterizza la Libia, ma anche l’estrema frammentazione del mosaico delle milizie e la graduale espansione del network dello Stato Islamico nel Paese. Infatti, il movimento jihadista, grazie alla propria capacità di cooptare ed assorbire le istanze tribali e miliziane, è riuscito a porre sotto il proprio ombrello un ampio ventaglio di formazioni armate, non necessariamente estremiste ma consapevoli dei benefici logistici, mediatici e propagandistici ottenibili mediante l’affiliazione, seppur formale, allo Stato Islamico.

Desta particolare preoccupazione la presenza di un alto numero di miliziani tunisini a Sabratah, città ormai diventata sia la testa di ponte di Daesh nell’ovest del Paese sia il punto di raccolta e passaggio per i combattenti provenienti dal nord Africa. Tale tendenza testimonia l’estrema concretezza del rischio di internazionalizzazione del conflitto libico e di trasformazione del Paese in un nuovo ed attrattivo fronte del jihad globale. 

Somalia

Lo scorso 28 febbraio, i miliziani di al-Shabaab hanno compiuto un duplice attentato a Baidoa, nel sud del Paese, uccidendo 30 persone e ferendone altre 60. Un’autobomba è esplosa all’esterno di un ristorante, mentre un attentatore suicida si è fatto esplodere in un incrocio della città. Gli attacchi terroristici del gruppo di matrice jihadista sono avvenuti contestualmente al vertice dell’Unione Africana (UA) a Djibouti dello stesso giorno. In tale occasione, i partecipanti alla missione AMISOM, diretta dall’UA sotto l’egida delle Nazioni Unite, hanno concordato un maggiore impegno militare a favore della la Forza di Sicurezza Nazionale somala per contrastare la minaccia di al-Shabaab.

Nonostante i recenti successi conseguiti dalla missione, Attualmente AMISOM sembrerebbe aver perso parte della sua efficacia a causa dei contrasti interni tra i Paesi fornitori di truppe e alla mancanza di un adeguato canale di finanziamento internazionale.

Per quanto riguarda al-Shabaab, l’attacco di Baidoa rappresenta il tentativo di rilanciare le ambizioni del gruppo dopo una lunga stagione di insuccessi e sconfitte ai danni di AMISOM. Sebbene il gruppo sia ufficialmente affiliato ad al-Qaeda, recentemente molte brigate hanno manifestato l’intenzione di giurare fedeltà allo Stato Islamico. La conseguente competizione tra gruppi filo-qaedisti e gruppi filo-Daesh è alla base della recente escalation degli attacchi di al-Shabaab. In questo senso, l’azione di Baidoa potrebbe costituire il tentativo dei gruppi vicini a Daesh, attivi nelle aree centrali del Paese, di accreditarsi come forze egemone all’interno del movimento a discapito dei gruppi filo-qaedisti, consolidati nella regione prospiciente la capitale Mogadiscio.  

Tunisia

Il 2 Marzo un gruppo di miliziani dello Stato Islamico (IS o Daesh), fuggendo dalla città libica di Sabratha, sono entrati nel territorio tunisino dirigendosi verso Ben Guardane. L’Esercito e la Guardia Nazionale tunisini, dopo averli intercettati ed circondati all’interno di una abitazione, hanno ingaggiato i miliziani jihadisti in un violento e prolungato scontro a  fuoco che ha causato la morte di un civile e di cinque terroristi.

Secondo quanto affermato dalle autorità tunisine, esiste la possibilità che i miliziani di Daesh ripiegassero in territorio tunisino dopo l’attacco subito a Sabratha dall’omonimo Consiglio Militare, locale milizia anti-islamista e anti-jihadista. Dunque, esiste la possibilità che Ben Gardane sia diventato uno dei maggiori centri logistici per il transito e l’equipaggiamento dei miliziani tunisini diretti in Libia. 

Gli avvenimenti di Sabratha e di Ben Guardane dimostrano sia il crescente rafforzamento del network terroristico tra Libia e Tunisia sia la possibilità che la Libia, con il passare del tempo, si trasformi in un polo d’attrazione per i miliziani jihadisti di tutto il nord Africa.  Infatti, la crescita delle attività di Daesh in Libia e l’evenienza di un intervento militare internazionale per stabilizzare il Paese hanno incentivato l’afflusso di centinaia di combattenti salafiti nordafricani e saheliani, i quali vedono nell’insorgenza in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan il teatro ideale per combattere il proprio jihad, aumentare la portata dei propri contatti e migliorare le proprie capacità addestrative.  

La costante crescita del fenomeno jihadista rappresenta una delle maggiori criticità di sicurezza per il governo tunisino, impegnato nel difficile contrasto a movimenti estremisti attivi in tutto il Paese, in particolare nella regione centrale di Kasserine.

Turchia

Il 2 marzo, la città meridionale Diyarbakir è stata teatro di pesanti scontri tra militanti curdi e polizia a margine di una manifestazione di protesta organizzata dal partito curdo HDP (Partito Democratico del Popolo) contro la decisione delle autorità di imporre il coprifuoco. Da diversi mesi Diyarbakir e altri centri a maggioranza curda sono presidiati dalla polizia e dall’esercito nel contesto delle misure di sicurezza contro-terrorismo adottate da Ankara. Tuttavia, il HDP e i movimenti della società civile curda hanno accusato il governo di eccesso nell’uso della forza, di occupazione militare delle città e, più in generale, di utilizzo strumentale della legislazione anti-terrorismo come forma di repressione delle istanze politiche e civili curde. Il clima di tensione turco-curdo è reso ancor più radicale dall’ambiguità della politica estera di Ankara nei confronti della crisi siriana e, in particolare, delle milizie curde che combattono lo Stato Islamico.

Inoltre, a contribuire a rendere il clima politico ancora più teso è stato un attentato avvenuto nella capitale. Infatti,  la mattina del 3 marzo, due donne armate di fucili d’assalto kalashnikov hanno attaccato un autobus della polizia nei pressi della caserma di Bayrampasa a Istanbul. Barricatesi successivamente in un edificio adiacente al distretto di polizia, le due attentatrici sono state uccise in un blitz della forze speciali turche. A rivendicare l’attacco è stato il gruppo terroristico marxista-leninista DHKP - C (Fronte Rivoluzionario Popolare di Liberazione). Il DHKP – C, espressione della galassia eversiva marxista-leninista attiva in Turchia sin dalla fine degli Anni 80, negli ultimi anni è tornato a colpire le istituzioni turche con sempre maggiore frequenza ed intensità. L’ultimo attentato è avvenuto lo scorso 6 gennaio, quando una attentatrice suicida si è fatta esplodere in una stazione di polizia nel quartiere storico di Sultanahmet ad Istanbul.  

I violenti scontri nel sud del Paese e gli attentati del DHKP-C dimostrano le precarietà del quadro di sicurezza interno turco, reso deficitario dalle molteplici azioni da parte di  gruppo eversivi, dal PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) fino allo Stato Islamico.