13 GENNAIO 2016
La via cinese per l’Africa: Beijing Consensus e investimenti
DI Federico Barbuto

Sin dalle riforme di Deng Xiaoping nel 1979, la Cina si è distinta sul piano internazionale come un attore dalle caratteristiche geo-economiche piuttosto che geo-politiche. Tale configurazione è dovuta alla natura stessa del 改革开放 (gai ge kai fang) la riforma di liberalizzazione dell’economia che ha trasformato Pechino da un regime a economia pianificata a un campione del capitalismo, con caratteristiche cinesi. Al fine di recuperare il divario tecnologico creatosi tra la Cina comunista ed il resto del mondo, l’acquisizione di tecnologie e beni (e di conseguenza di manipolazione del valore della moneta) è stato prioritario nei primi anni della riforma. Il Renminbi, di conseguenza, è stato mantenuto dalle autorità di Pechino artificialmente alto, al fine di favorire l’importazione di macchinari e strumenti utili allo sviluppo tecnologico delle industrie. Con la fine di tale processo nei primi anni novanta, il Renminbi ha mantenuto il suo ruolo centrale nell’industrializzazione del Paese, ma attraverso una sua sottovalutazione finalizzata ad un’espansione delle esportazioni. Il modello economico export-oriented, per cui il paese è oggi conosciuto, è stato caratterizzato sia da tale valuta sottovalutata, sia dai conseguenti investimenti di compagnie stranieri che hanno rilocato i loro centri industriali.

Una nuova fase dello sviluppo cinese si è aperta, tuttavia, con l’adesione cinese all’Organizzazione Mondiale del Commercio negli anni 2000. A conseguenza di questa partecipazione, il Paese ha dovuto modificare parte della sua struttura economica, consentendo maggiori garanzie agli investitori stranieri intenzionati a entrare nel mercato cinese. Inoltre, le SOE (state owned enterprises) o imprese statali, sono state ridimensionate, i quattro maggiori istituti di credito sono stati quotati in borsa e affiancati da investitori americani e il tasso di cambio dello Yuan ha iniziato ad apprezzarsi in un percorso di avvicinamento al suo valore di mercato. Tale fase di sviluppo ha ridefinito le priorità cinesi, facendo concentrare la politica estera economica del Paese all’acquisizione di risorse energetiche e commodity necessarie a mantenere le industrie sempre attive e l’occupazione a livelli massimi.  

Ed è proprio con l’entrata nell’OMS che la Cina inizia coscientemente a pensare alla sua immagine all’estero come parte integrante della propria grand strategy e sviluppare il proprio soft power. Il soft power è tradizionalmente indicato come la capacità di attrazione di un potere politico tramite modelli culturali, valori e istituzioni. La Cina si affida molto al soft power per convincere vicini e non delle proprie intenzioni quale potenza economica, piuttosto che militare: la diffusione dell’istituto Confucio nel mondo per far conoscere la cultura e la lingua cinese ne è un esempio. A tale concetto si lega strettamente quello di Beijing Consensus: così definito nel 2004 dallo studioso Joshua Ramo, il Beijing Consensus si pone come obiettivo la crescita economica attraverso il triangolo innovazione, qualità della vita e indipendenza dalle potenze esterne. Questo in totale contrasto con il Washington Consensus, il quale prescrive specifiche politiche liberiste e riforme di mercato. È inutile dire che il Beijing Consensus e il suo apparato di norme, non solo economiche ma altresì politiche e di ri-bilanciamento globale, ha rapidamente raccolto molti seguaci in un sistema mondo sempre più complesso che cerca di sfidare lo status quo. Le ingenti risorse che Pechino è capace di investire in tutto il mondo sono uno strumento di diffusione potente della nuova dottrina del dragone. Così come la Cina già nel 1997, durante la crisi asiatica, ha dimostrato ai Paesi dell’Estremo Oriente come la potenza statunitense e le istituzioni internazionali avessero una via d’uscita a senso unico per la crisi, allo stesso modo adesso utilizza le sue nuove ricette per conquistare l’Africa. Nel 1997 la Cina offrì il suo aiuto durante la crisi per stabilizzare i mercati finanziari dei paesi in difficoltà senza alcuna pre-condizione: la percezione di una Cina potenza regionale dotata di soft power nacque proprio in quell’occasione come conseguenza delle azioni americane. Dal 2008, in corrispondenza della crisi economica, la strategia di Pechino si è evoluta e concentrata su tre mercati: Europa, America Latina e Africa. L’Europa si è prefigurata come uno dei mercati più interessanti per la Cina, sia per le opportunità industriali che per quelle legate all’innovazione. L’America Latina, invece, subisce un approccio diverso: l’area è caratterizzata da sacche di nazionalismo e avversione all’occidente, è una regione in via di sviluppo ed un mercato in costante espansione. Il Beijing Consensus ha in esso vita facile, così come i prodotti di bassa qualità e basso costo cinese. La strategia dedicata all’America Latina si concentra, quindi, sulla mercatizzazione dei prodotti cinesi piuttosto che sull’acquisizione di risorse.

L’Africa occupa una posizione particolare nella strategia cinese: il continente è, innanzitutto, ricco di risorse naturali di cui la Cina ha bisogno per non arrestare la sua crescita. Inoltre, lo sviluppo economico costante nella maggior parte del continente prefigura una futura battaglia economica per la mercatizzazione dei prodotti verso la nascente classe media. Questi due fattori sono alla base della diplomazia economica che ha come base la natural resourses curse, la mancanza di risorse naturali necessarie ad un Paese per il proprio sviluppo e la propria indipendenza economica. L’evolversi delle priorità cinesi ha portato le strategie verso l’Africa una modifica: viene messo sempre più in risalto il progressivo passaggio della diplomazia cinese da una diplomazia energetica ad una geo-economica, assicurando un posto in prima fila nell’ascesa del continente.