27 NOVEMBRE 2015
Geopolitical Weekly n.190
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Giappone, Mali, Russia / Turchia, Tunisia

 

Giappone

Giovedì 26 novembre, il Vice Ministro degli esteri giapponese Kenji Wakamiya ha annunciato l’intenzione di Tokyo di schierare un contingente di circa 500 uomini delle proprie Forze di Autodifesa (SDF) ad Ishigaki, nella prefettura di Okinawa, isola che estende la propria giurisdizione sulle isole Senkaku. Queste ultime, amministrate de facto dal governo giapponese dal 1972, rappresentano il principale motivo di tensione tra Tokyo e Pechino, che rivendica la propria sovranità sull’arcipelago (in cinese Diaoyu). Negli ultimi due anni, infatti, il governo cinese ha cercato di interdire l’accesso marittimo e aereo a queste isole attraverso sia l’istituzione di una ADIZ (Air Defense Identification Zone) sui cieli delle Senkaku sia l’intensificazione del pattugliamento delle acque limitrofe.

Il posizionamento del nuovo contingente, dunque, sembra rispondere alla volontà del governo giapponese di voler rafforzare il proprio dispositivo a difesa delle isole sud-occidentali, come forma di protezione dei propri interessi strategici in chiave anti cinese. Il contingente, infatti, dovrebbe essere formato da unità di reazione rapida, al fine di contrastare eventuali incursioni nelle isole vicine, e da batterie adibite a difesa costiera antiaerea/antimissile.

Tale iniziativa si inserisce nel progetto di più ampio respiro che dovrebbe vedere un deciso incremento del budget destinato alla protezione delle isole remote entro il 2019. Benché ancora in fase iniziale, dunque, il rafforzamento in questa direzione del dispositivo militare giapponese è solo l’ultimo esempio del ripensamento del ruolo delle Forze di Autodifesa che il primo Ministro Shinzo Abe ha portato avanti ormai da oltre un anno e che dovrebbe portare le SDF di Tokyo ad assumere un atteggiamento maggiormente proattivo per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nello scenario Pacifico.

Mali

Il 20 novembre, un commando di 5 miliziani ha fatto irruzione nel Radisson Blu Hotel di Bamako, prevalentemente frequentato da cittadini occidentali, e ha preso in ostaggio 170 persone per le successive 10 ore. Soltanto l’intervento delle Forze Armate maliane, supportate dai Caschi Blu di MINUSMA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation au Mali) e da un non meglio precisato team appartenente alle Forze Speciali statunitensi, ha permesso la liberazione degli ostaggi e la neutralizzazione del commando jihadista. Sfortunatamente, nel corso della crisi hanno perso la vita 22 presone (6 russi, 6 cinesi, 6 maliani, 2 belgi, 1 israeliano, 1 statunitense). A rivendicare l’attacco è stato al-Mourabitoun (Le Sentinelle), gruppo terroristico parte del network di AQMI (al-Qaeda nel Maghreb Islamico) e guidato da Mokhtar Belmokhtar, uno dei leader jihadisti più influenti e pericolosi dell’intera area sahelo-sahariana. Tuttavia, la rivendicazione non è avvenuta tramite i consueti canali giornalistici utilizzati dal gruppo, bensì’ attraverso un account twitter non direttamente riferibile al gruppo. Per questo motivo, esiste la possibilità che gli ideatori e gli esecutori dell’attacco possano essere legati ad una cellula autonoma nell’orbita di AQMI. Un elemento rilevante dell’assalto è stata la decisione, da parte dei miliziani, di liberare tutti gli ostaggi di fede islamica, identificati grazie alla professione della shahada. Una simile tecnica è stata utilizzata sia da al-Shabaab in Kenya sia da alcuni gruppi algerini. La decisione di risparmiare i musulmani civili, limitando così l’estensione della dottrina takfiri (apostasia) alle sole persone dall’elevata rilevanza politica e simbolica (membri delle istituzioni e delle Forze Armate), testimonia la volontà dei gruppi jihadisti di assumere una postura maggiormente antioccidentale e di non alienarsi eccessivamente il sostegno della popolazione islamica locale. Tale decisione nasce dalla necessità, da parte dei gruppi terroristici, di porsi come interlocutori legittimi agli occhi della popolazione locale allo scopo di ottenere quel sostegno indispensabile per la costituzioni di stabili reti territoriali e para-statali. Ad oggi, una simile rete è ancora presente nel nord del Mali, dove l’intervento militare francese e delle Nazioni Unite è riuscito a malapena a pacificare le città, lasciando le aeree rurali sotto il controllo dei movimenti indipendentisti Tuareg e delle brigate jihadiste. 

Inoltre, la scelta di attaccare un luogo frequentato da cittadini occidentali a una settimana di distanza dagli attentati di Parigi, rivendicati dallo Stato Islamico, potrebbe rappresentare la replica di al-Qaeda al gruppo di al-Baghdadi. Infatti, in un momento di grande competizione per il primato nel panorama jihadista mondiale, lo Stato Islamico sembra aver consolidato la sua posizione di vertice, soprattutto grazie ad un uso efficace e aggressivo della propaganda. Dunque, al-Qaeda potrebbe aver voluto lanciare un segnale attraverso la scelta di un obbiettivo dal grande richiamo mediatico.      

Russia - Turchia

Il 24 novembre, un caccia F-16 dell’aeronautica militare turca ha abbattuto un cacciabombardiere Su-24 dell’aviazione russa impegnato in una missione di attacco contro alcuni obbiettivi di Ahrar al-Sham (l’Esercito della Conquista), formazione ribelle che riunisce diversi gruppi armati opposti ad Assad, incluse le milizie qaediste di Jabhat al-Nusra. Secondo il governo di Ankara, il velivolo russo avrebbe violato lo spazio aereo turco di circa 2 km e per circa 17 secondi, nonostante 10 ripetuti avvertimenti ricevuti nella fase di avvicinamento al confine. Al contrario, secondo l’aereonautica militare del Cremlino, l’abbattimento sarebbe avvenuto quando il Su-24 si trovava nella spazio aereo siriano di ben 1 km. Il pilota e il copilota del cacciabombardiere, precipitato su territorio siriano, sono riusciti a eiettarsi dal velivolo. Tuttavia, mentre il pilota è stato catturato e ucciso dai miliziani delle Brigate Turkmene Siriane (BTS), il copilota si è salvato grazie ad una efficace missione di recupero congiunta da parte di personale russo, delle Forze Speciali Siriane e delle milizie di Hezbollah. Sfortunatamente le Forze Armate russe hanno perso uno dei due elicotteri Mi-8 impiegati per l’operazione e un fuciliere di marina, entrambi vittime del fuoco da parte dei miliziani delle BTS.    

Nonostante gli avvertimenti delle Forze Armate di Ankara e i frequenti sconfinamenti dei velivoli russi e siriani nello spazio aereo turco, l’atteggiamento di Erdogan e Davutoglu è apparso in contraddizione con le tradizionali procedure standard della NATO in materia di sconfinamenti aerei da parte di Paesi terzi. In questo senso, appare esemplificativo il caso dell’area baltica e del Nord Europa, dove episodi di questo genere accadono con cadenza quasi quotidiana.

L’abbattimento del cacciabombardiere russo ha fatto definitivamente esplodere la ormai perdurante tensione politica tra Russia e Turchia, estremamente divise sul dossier della crisi siriana. Infatti, mentre Ankara protende per la destituzione di Assad, per il definitivo accantonamento del vecchio regime e per l’ascesa al potere delle forze ribelli, Mosca appare incline ad una soluzione che coinvolga il Presidente Assad, l’attuale establishment di potere e tutte quelle organizzazioni ribelli ritenute dal Cremlino e da Damasco moderate e non jihadiste. Inoltre, a rendere lo scenario siriano ancor più complesso è l’ambiguità nella condotta di politica estera da parte della Turchia, spesso accusata sia di non prendere adeguate misure di contrasto ai movimenti jihadisti sia di facilitare il passaggio di armi e miliziani attraverso il confine con la Siria.

In questo senso, l’azione turca può essere interpretata oltre la semplice lente della difesa del proprio territorio e della propria sicurezza. Infatti, non è da escludere che Ankara abbia inteso mandare un messaggio forte al Cremlino nel tentativo di rendere più complicate le sue operazioni aree in Siria che, al momento, hanno permesso alle forze lealiste di ottenere importanti successi militari ai danni dei ribelli.

Di contro, la Russia non solo ha paventato la possibilità di una significativa crescita del proprio dispositivo militare nella regione (incluso l’invio di altri velivoli e l’istallazione del sistema anti-aereo S-300) ma ha esplicitamente ammesso di considerare ogni misura in risposta a quello che ritiene essere un atto ostile. Sotto questo profilo, appare improbabile, anche se non impossibile, una rappresaglia militare su larga scala. Infatti, una simile evenienza porrebbe la NATO di fronte al dilemma dell’attivazione dell’articolo 5, possibilità che la Russia vorrebbe fortemente evitare. Al contrario, l’aggressività della strategia turca appare essere rivolta in direzione di un maggiore e “forzato” coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nella crisi siriana, al fine di massimizzare i propri benefici politici e minimizzare le capacità di azione da parte di Russia e Iran, alleati di Assad.

Per questa ragione, non è da escludere la possibilità di una risposta asimmetrica da parte del Cremlino che potrebbe colpire Ankara con strumenti non convenzionali (cyber), con le leva economica (uso strategico delle forniture di gas, cessazione di contratti nel settore nucleare e militare) o con l’appoggio al variegato panorama dei gruppi armati curdi.    

Tunisia

Lo scorso 24 novembre, a Tunisi, un attentatore suicida si è fatto esplodere nei pressi di un autobus riservato ai membri della Guardia Presidenziale, causando la morte di 13 di essi. L’attacco è avvenuto nelle vicinanze della ex sede del Rassemblement Constitutionnel Democratique (RCD), il partito del Presidente Zine el-Abidine Ben Ali, deposto nel 2011 dopo ventidue anni di governo.

Anche se l’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico, non sussistono ancora sufficienti elementi per verificarne l’autenticità e le dinamiche.

L’attacco alla Guardia Presidenziale è soltanto l’ultimo della lunga serie di attentati terroristici che ha colpito la Tunisia negli ultimi 2 anni. Tuttavia, rispetto alle stragi del Museo del Bardo (marzo 2015) e del resort turistico di Port el-Kantaoui (giugno 2015), rivolte contro obbiettivi occidentali, l’attacco alla Guardia Presidenziale risponde ad una logica prettamente interna. In ogni caso, in Tunisia, come in altri contesti nord africani e mediorientali, i gruppi terroristici locali hanno conciliato la dimensione nazionale ed internazionale della propria agenda politica. Infatti, gli scopi della militanza jihadista continuano ad essere l’aumento del sostegno popolare, l’incremento del potere e dell’influenza interni e la lotta contro tutte quelle forze (laiche e islamico-moderate) ritenute non conformi alla sua visione dell’Islam. In un simile processo volto a combattere le istituzioni tunisine e la tradizione laica e secolarista del Paese, i gruppi terroristici compliscono anche obbiettivi internazionali e simboli di quei Paesi impegnati sia nel sostegno al processo di transizione democratica tunisina sia nella lotta al fenomeno jihadista globale. 

Nonostante le misure di contrasto adottate dal governo di unità nazionale guidato dal Premier Habib Essid, la pericolosa escalation delle attività jihadiste nel Paese continua a rappresentare un elemento di forte destabilizzazione per i già fragili equilibri politici e istituzionali tunisini. A ben vedere il progressivo peggioramento delle condizioni economiche nel Paese rischia di creare un ambiente sociale più facilmente permeabile alla propaganda eversiva. Infatti, nelle periferie urbane e rurali del Paese, i gruppi salafiti hanno dimostrato la capacità di sostituirsi alle istituzioni statali per la distribuzione di beni e servizi essenziali alla popolazione, aumentando conseguentemente il numero di militanti e miliziani.