30 SETTEMBRE 2015
I Tatari nella nuova Crimea russa
DI Federico Francesconi

I Tatari di Crimea sono un gruppo etnico stanziato nell’omonima penisola che si affaccia sul Mar Nero, parlano un idioma appartenente al gruppo delle lingue turche e professano il credo musulmano sunnita di scuola hanafita.

Il loro nome era dato originariamente alle tribù mongole di Gengis Khan, quindi a popoli turchi e turchizzati dell’Orda d’Oro. Tale popolo assunse la sua prima forma statuale nel 1774, quando divenne Khanato indipendente dall’Impero Ottomano. Pochi anni dopo, questo venne conquistato ed annesso dalla Russia di Caterina la Grande. Il rapporto tra lo Stato russo e il popolo Tataro conobbe fasi alterne d’integrazione e persecuzione. Tuttavia, il momento più drammatico per la Storia del popolo tataro fu costituito dalla deportazione del 1944. 

Infatti, su ordine di Stalin e Berjia, allora capo della polizia segreta sovietica, i Tatari vennero accusati di collaborazionismo nazista e deportati in Uzbekistan. A differenza di altri popoli deportati nel 1944, che nel 1956, contesto della de-stalinizzazione, ottennero il permesso di far ritorno nelle rispettive terre d’origine, i Tatari vennero privati di questo diritto fino al 1989, poiché ritenuti traditori della Madrepatria. Tuttavia, la reale motivazione risiedeva nella volontà sovietica di russificare la penisola di Crimea, rendendola impermeabile alle istanze potenzialmente eversive ed anti-sistemiche delle minoranze.  Solo alla fine degli Anni 80 Mosca iniziò ad ammettere che nell’accusa si erano verificati eccessi e generalizzazioni, e l’Urss riconobbe le illegalità commesse dal regime staliniano nei riguardi dei Tatari di Crimea. Tuttavia, la ferita storica della deportazione non è mai stata realmente sanata e il popolo tataro ha continuato a nutrire nei confronti del Cremlino un sentimento misto di diffidenza ed ostilità. 

La questione dei rapporti tra Tatari di Crimea ed autorità russe è tornata in auge con la crisi Ucraina e il processo che ha portato alla secessione dall’Ucraina e alla successiva annessione alla Russia della penisola. Infatti, i Tatari hanno boicottato il referendum del 16 Marzo del 2014 che ha sancito il ritorno della “verruca sul naso dello Zar” sotto l’autorità di Mosca. Decisamente filo-ucraini, i Tatari di Crimea hanno ritenuto che il referendum sia illegale, poiché contrario alla Costituzione e lesivo dei principi d’inviolabilità e integrità dei confini ucraini.

Dopo l’annessione, i Tatari hanno continuato ad opporsi con determinazione alle politiche imposte dal Cremlino, trasformandosi, a tutti gli effetti, nella quinta colonna di Kiev in Crimea. Infatti, il governo del premier Yatseniuk ha considerato il Mejlis (governo) e il Qurultay (parlamento) tatari come suoi naturali alleati contro la Russia e il processo di russificazione.

In risposta, le autorità russe hanno impostato una strategia basata su due pilastri: creazione e integrazione di nuove organizzazioni tatare vicine al Cremlino; repressione del dissenso e delle organizzazioni filo-ucraine.

 Per quanto riguarda il primo aspetto, le attività del Cremlino sono incentrate principalmente sul sostegno ai leader religiosi Tatari disposti al dialogo con le nuove autorità russe. In questo senso, Mosca intende utilizzare gli imam e le moschee per calmierare gli animi dei Tatari e spingerli ad un atteggiamento collaborativo con la Federazione Russa. Tra questi, uno dei più influenti è Enver Resulev, guida della moschea “Akyar Dzhami” di Sebastopoli. Inoltre, l’uso politico delle reti religiose è apparso evidente dalle dichiarazioni del Presidente della Cecenia Ramzan Kadyrov, che ha promesso di finanziare la costruzione di una nuova moschea nella capitale crimeana.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, Mosca non ha lesinato l’utilizzo del pugno di ferro contro coloro i quali sono stati percepiti quali nemici dell’ordine costituito. Innanzitutto, Mosca ha avviato azioni dirette contro personalità di rilievo, quali Refat Chubarov, capo del Mejlis nonché leader del movimento dei Tatari di Crimea, e Mustafa Dzhemilev, suo predecessore, entrambi interdetti dal ritorno in Crimea.

Oltre all’estromissione dei leader storici del movimento Tataro, la Russia ha iniziato una sorta di “detatarizzazione” culturale della penisola, cambiando i nomi delle località e bandendo opere letterarie e testi religiosi ritenuti sommersivi. Il Cremlino ha invitato i Tatari a prendere la cittadinanza russa, rinunciando a quella ucraina, rendendo difficile la vita a coloro i quali si sono rifiutati. Infatti, chi decide di non prendere il passaporto della Federazione, è obbligato a richiedere un costoso permesso di soggiorno, la cui mancanza viola le leggi sull’immigrazione ed impedisce lo svolgimento di qualsiasi attività culturale e lavorativa. A causa di questo clima d’insicurezza ed intimidazione, circa 8.000 Tatari hanno lasciato la “madrepatria” dopo l’annessione.

Attualmente, la stampa russofona della Crimea e quella russa hanno altresì lanciato accuse sul rischio di radicalizzazione islamica dei Tatari, un popolo che, al contrario, è stato generalmente impermeabile alla retorica e alle sedizioni del proselitismo jihadista.  Al di là della dimensione propagandistica, qualora la politica del Cremlino diventasse eccessivamente assertiva nei confronti delle rivendicazioni dei Tatari, non è da escludere che qualche gruppo di essi possa optare per forme di mobilitazione violenta o addirittura assestarsi su posizioni ideologiche radicali. Infatti, occorre ricordare che, benché minoritaria, esiste una discreta presenza, tra i Tatari, della setta conservatrice Hizb ut-Tahrir, spesso accusata di foraggiare attività eversive di carattere religioso.   

Inoltre, non è da escludere che qualche “lupo solidario”, attirato dalla propaganda delle maggiori organizzazioni terroristiche globali, possa compiere qualche attacco contro obbiettivi sensibili e simboli del potere russo in Crimea.