20 MARZO 2015
Geopolitical Weekly n.175
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Israele, Myanmar, Somalia, Tunisia, Yemen

 

Israele

Le elezioni legislative di martedì 17 marzo sono state vinte dal Likud del Premier uscente Benjamin Netanyahu. Il risultato ha smentito i sondaggi degli ultimi mesi che indicavano in testa, seppur di pochi seggi, la coalizione laburista Unione Sionista. Il Likud ha ottenuto 30 seggi, mentre l’opposizione laburista guidata da Herzog e Livni, si è fermata a 24. Netanyahu è quindi pienamente legittimato a ricevere l’incarico per un quarto mandato. Un minore distacco fra i due principali sfidanti avrebbe lasciato l’iniziativa nelle mani del Presidente della Re-pubblica Rivlin. Il sistema elettorale israeliano, infatti, prevede che il Presidente affidi l’incarico di formare il Governo a chi ha più probabilità di formare un solido Esecutivo di coalizione, e non ne-cessariamente al partito che ha preso più voti. Per il leader del Likud si tratta di una vittoria importante. Netanyahu lo scorso dicembre aveva co-stretto il Paese alle elezioni anticipate a causa di scontri con alcuni alleati di governo. Ora sembra aver vinto questa sfida su tutti i fronti, compreso il confronto con gli alleati. Lo scorso lunedì Neta-nyahu aveva dichiarato che non avrebbe mai accettato la nascita di uno Stato palestinese, mossa chiaramente diretta ad erodere consensi ai suoi competitori di destra. È proprio sottraendo voti a La Casa Ebraica di Naftali Bennett (sceso da 12 a 8 seggi), al partito del Ministro degli Esteri Lieber-man (da 13 a 6) e agli ultraortodossi di Shas (che passano da 11 a 7) che il Likud ha vinto, tornando quindi al centro della scena politica in modo indiscutibile. Netanyahu ha annunciato che formerà un Esecutivo di centro-destra. L’alleato di riferimento po-trebbe essere Moshe Kahlon, leader di Kulanu (nato a dicembre da una costola del Likud) già Mini-tro del Welfare, che è riuscito a guadagnare ben 10 seggi. In tal modo Netanyahu ridimensionerebbe il peso e le pretese dell’ambizioso Bennett. Ma per ottenere la maggioranza alla Knesset, fissata a 60 seggi, dovrà comunque trovare un’intesa con altri partiti di centro-destra.

Myanmar

Venerdì 13 marzo alcuni caccia birmani hanno bombardato un edificio e un campo di canna da zuc-chero vicino alla città cinese di Lincang, nella provincia meridionale dello Yunnan vicino al confine birmano, causando la morte di almeno 4 persone e ferendone altre 9. L’Esercito del Myanmar, che ha negato ogni responsabilità nell’accaduto, è impegnato dalla metà di febbraio in scontri con di-verse milizie separatiste che si muovono a cavallo fra lo Yunnan e la vicina regione birmana del Kokang. La principale milizia ribelle, il Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA), a febbraio aveva lanciato la prima offensiva nel Kokang, su Mawhtike, Tashwehtan e sulla base militare di Konkyan. L’MNDAA è un gruppo formato da fuoriusciti del Partito Comunista Birmano, che agisce da decenni in clandestinità, appoggiato da Pechino, sotto la guida del comandante di etnia Han Peng Jiasheng. Lo scopo di queste azioni è ottenere nuovamente il controllo del territorio del Kokang, regione dove la maggior parte della popolazione è di etnia Han, gruppo etnico prevalente anche in tutto l’est della Cina. L’MNDAA infatti è presente nel Kokang da decenni a fianco di diverse altre formazioni ribelli, fra cui la Ta-ang National Liberation Army (TNLA) e l’Arakan Army (AA), che potrebbero avere un ruolo anche nella nuova escalation delle violenze. Il cessate il fuoco siglato nel 1989 con le autorità birmane ha retto fino al 2009, quando la Giunta militare al potere propose all’MNDAA, che con-trollava autonomamente l’intero Kokang, di diventare una formazione paramilitare di controllo di frontiera ma inquadrata all’interno delle Forze Armate regolari. L’MNDAA rifiutò e in seguito agli scontri fu costretta a ritirarsi e proseguire la campagna di guerriglia. Il protrarsi delle azioni di guerriglia dell’MNDAA, soprattutto se condotte a partire da basi in terri-torio cinese, potrebbero aggravare ulteriormente i rapporti fra Myanmar e Cina. Infatti, a partire da domenica 15 marzo l’Aeronautica cinese ha iniziato voli di pattugliamento lungo la frontiera per impedire nuovi sconfinamenti birmani.

Somalia

Il 18 marzo al-Shabaab, gruppo jihadista somalo affiliato ad al-Qaeda dal 2012, ha sferrato un at-tacco contro un negozio di Wajir, città keniota a 100km dal confine con la Somalia, ed ha causato la morte di 4 persone. L’attacco, ultimo di una lunghissima serie che prosegue da oltre 2 anni, è parte della strategia di rappresaglia di al-Shabaab contro il governo kenyota, reo dell’invio di truppe in Somalia per com-battere i gruppi jihadisti e contribuire alla stabilizzazione del Paese. L’area nord-orientale del Kenya, in particolare lungo l’asse Garissa-Wajir-Mandera, è stata nell’ultimo anno teatro di frequenti incursioni da parte del gruppo somalo, l’ultima, la scorsa setti-mana, contro il convoglio che scortava Ali Roba, governatore della regione di Mandera. La porosità del confine tra i due Stati facilita lo spostamento dei miliziani di al-Shabaab, le cui ca-pacità operative, ideologiche e propagandistiche si sono consolidate ed estese ben al di là confini somali. La facilità di spostamento tra aree geografiche adiacenti si somma all’incapacità del governo di Nai-robi di esercitare un potere reale sul territorio e nel garantire misure di sicurezza adeguate, sostegno umanitario alla popolazione e combattere il sottosviluppo socio-economico, tutti fattori che agevo-lano il proselitismo di al-Shabaab.

Tunisia

Mercoledì 18 marzo alcune centinaia di turisti sono rimasti coinvolti in un attentato nel centro di Tunisi. Le indagini non hanno ancora chiarito del tutto la dinamica del’azione. Pare che un com-mando composto da almeno 5 persone, armate di fucili d’assalto e granate, abbia tentato di fare ir-ruzione nella sede del Parlamento. Respinti dall’apparato di sicurezza, hanno poi ripiegato sul vicino museo del Bardo, in quel momento affollato da turisti soprattutto europei. I terroristi hanno aperto il fuoco e si sono asserragliati all’interno prendendo in ostaggio alcune persone, mentre molti altri vi-sitatori sono riusciti a scappare incolumi dall’edificio. Le Forze Speciali tunisine, senza avviare alcuna trattativa, hanno fatto irruzione nel museo uccidendo due uomini del commando e arrestan-done uno. Il bilancio definitivo è di 23 morti, fra cui 4 cittadini italiani, e decine di feriti. Al momento sembra che non sia ancora pervenuta alcuna rivendicazione ufficiale dell’attentato. Se-condo alcune indiscrezioni, i tre terroristi identificati potrebbero essere dei foreign fighters tornati in Tunisia dopo aver combattuto in Siria e in Iraq nelle fila dello Stato Islamico (IS). Ad ogni modo in Tunisia esistono anche altre formazioni terroristiche, sempre di ispirazione jihadista, come Ansar al-Sharia e la Brigata Uqba ibn Nafaa. Dal 2011 a oggi si calcola che almeno 4.000 giovani tunisini abbiano lasciato il Paese per aderire a gruppi jihadisti, spinti dal forte disagio sociale che caratterizza le province meridionali della Tunisia e diverse aree costiere, oltre ad alcuni quartieri periferici della capitale. In tali ambienti attecchisce facilmente il radicalismo salafita, al cui interno trovano la propria base sociale anche gruppi di chiara matrice jihadista. Dalla fine del regime di Ben Ali, avvenuta nel gennaio 2011, il processo di stabilizzazione politica e di instaurazione di un regime democratico portato avanti dal Paese si è dovuto scontrare con fre-quenti attentati, spesso aventi come obiettivo l’Esercito o personalità politiche ed istituzionali di ri-lievo. I fatti più gravi risalgono al 2013, quando una decina di militari caddero in un’imboscata sul monte Chaambi e furono assassinati Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, due importanti esponenti di partiti di opposizione.
Nonostante il terrorismo jihadista sia un fenomeno endemico in Tunisia, i presupposti per un’azione come quella avvenuta al museo del Bardo possono essere rintracciati nella caotica situazione della vicina Libia, dove un alto numero di foreign fighters si sta concentrando soprattutto negli ultimi mesi e dove i gruppi jihadisti hanno la possibilità di gestire diversi campi di addestramento situati in diversi punti del Paese.

Yemen

Il palazzo presidenziale di Aden in cui si trovava il Presidente dello Yemen Abd-Rabbu Mansour Hadi è stato bombardato giovedì 19 marzo. Benché le fonti siano piuttosto confuse a riguardo, sem-bra chiaro che un caccia (non identificato) ha colpito il compound presidenziale, situato nel distretto di al-Maasheeq. Le truppe fedeli a Hadi hanno fatto sapere di aver portato il Presidente in un luogo sicuro. L’indomani due attentatori suicidi si sono fatti esplodere a Sanaa, all’interno di due centra-lissime moschee (Badr e Hashush) frequentate dal gruppo sciita zaydita degli Houthi, che da set-tembre controllano il nord dello Yemen e la capitale. Gli attentati, avvenuti durante la preghiera del venerdì, hanno causato decine di vittime. Il bombardamento è avvenuto al termine di una giornata fitta di scontri. I reparti dell’Esercito fedeli a Hadi, nel tentativo di prendere il pieno controllo della città, avevano conquistato l’aeroporto inter-nazionale di Aden e la base delle Forze Speciali nel distretto di Khor Maksar con l’ausilio di carri armati e veicoli blindati. L’area era occupata da reparti delle Forze Speciali (circa 2.000 uomini) rimaste fedeli al comandante del presidio della città, il Generale Abdel-Hafez al-Saqqaf. Gli scontri erano iniziati da qualche giorno, quando al-Saqqaf si era rifiutato di abbandonare il suo incarico do-po essere stato ufficialmente destituito da Hadi. Al-Saqqaf è considerato vicino all’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, dimessosi all’inizio del 2012 dopo aver passato oltre 30 anni alla guida del Paese. Da quando Hadi ha lasciato Sanaa, a fine feb-braio, si sono verificati continuamente scontri a bassa intensità fra le due fazioni. Il bombardamento del palazzo presidenziale di Aden, però, rischia di interrompere bruscamente il dialogo per le tratta-tive di pace fra Hadi e i leader degli Houthi, tuttora in corso e guidato dal mediatore ONU Jamal Benomar.