13 FEBBRAIO 2015
Geopolitical Weekly n.170
DI Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Giordania, Nigeria, Ucraina, Yemen

 

Giordania

Le Forze Armate giordane hanno effettuato intensi bombardamenti in Siria su Raqqa, dove sono concentrate le forze dello Stato Islamico (IS) di al-Baghdadi, e nelle province orientali di Deir ez-Zour e Hasakah. Fra giovedì 5 e sabato 7 febbraio circa 30 F-16 dell’aeronautica Militare di Amman hanno condotto più di 50 operazioni (scortati da F-22 e F-16CJ americani) nel contesto della coalizione internazionale contro l’IS. Si tratta dell’impegno maggiore finora dimostrato da parte di uno Stato arabo: la partecipazione di Paesi come Arabia Saudita, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti (UAE) non era andata oltre sortite sporadiche e un numero limitato di assetti messi a disposizione.
Il rinnovato impegno della Giordania ha come causa scatenante la modalità dell’esecuzione del pilota giordano Moaz al-Kasaesbeh, catturato a fine dicembre dall’IS e bruciato vivo. Se da un lato la notizia in sé ha compattato il Paese e zittito ogni opposizione a un maggiore impegno giordano in Siria, dall’altra è di fondamentale rilevanza la statura del pilota ucciso, che apparteneva all’influente tribù dei Kasaesbeh, storicamente alleata della monarchia hascemita e con una forte tradizione militare. L’uccisione di Moaz al-Kaseasbeh in un primo tempo sembrava aver raffreddato ulteriormente la partecipazione araba alla coalizione internazionale. Gli UAE, infatti, avevano colto l’occasione per defilarsi lamentando un’insufficiente supporto per operazioni di Search&Rescue da parte americana. Ma dopo che gli americani hanno spostato nel Kurdistan iracheno unità dedicate e Amman ha preso l’iniziativa, gli UAE hanno dislocato alcuni F-16 in Giordania e ripreso le operazioni.

Nigeria

Le elezioni presidenziali nigeriane, attese per il prossimo 14 febbraio, sono state posticipate di un mese e mezzo, al prossimo 28 marzo, per ragioni di sicurezza legate alla prosecuzione dell’insurrezione di Boko Haram nel nord est del Paese. Tuttavia, appare lecito aspettarsi un ulteriore rinvio nel caso in cui le Forze Armate nigeriane non riuscissero a pacificare gli Stati afflitti dal fenomeno insurrezionale.
Nonostante dieci giorni fa il Consiglio di Stato avesse dichiarato che non ci sarebbe stato alcun posticipo alla tornata elettorale, la crescente escalation militare che caratterizza gli Stati nord-orientali nigeriani (Borno, Yobe, Adanawa) ha spinto il governo di Abuja ad agire più cautamente. Infatti, oltre alle attività bokoharamiste, l’esecutivo è conscio della possibilità di ripetizione degli scontri e delle violenze che tradizionalmente caratterizzano gli appuntamenti elettorali nazionali, soprattutto in quelle aree dove sussistono profonde tensioni inter-etniche ed inter-religiose.
Le elezioni metteranno a confronto il Presidente uscente, il cristiano Goodluck Jonathan, del Partito Democratico Popolare (PDP) e l’ex Generale musulmano Muhammadu Buhari, leader del Congresso dei Progressisti (CP), che era stato sconfitto nelle precedenti elezioni presidenziali del 2011 proprio da Jonathan.
In un clima già teso per la ricandidatura di Jonathan, che minaccia la storica alternanza tra presidenti di religione cristiana e appartenenti alle etnie meridionali (Yoruba e Igbo) e presidenti musulmani appartenenti alla etnie settentrionali (Hausa-Fulani), il rinvio delle elezioni potrebbe esacerbare le tensioni tra i due gruppi. L’interferenza del governo con la Commissione Elettorale Indipendente, responsabile per le operazioni di voto, potrebbe infatti costituire un tentativo da parte del Presidente in carica di prendere tempo per affievolire i consensi dell’avversario e rafforzare la propria posizione. Buhari, infatti, sembra poter contare sul sostegno del nord del Paese a maggioranza musulmana, dove gli scarsi risultati nella strategia anti-terrorismo hanno alimentato il malcontento popolare nei confronti di Jonathan. Naturalmente, il continuo procrastinare la consultazione elettorale e il prolungamento, seppur per ragioni di emergenza, del mandato di Jonathan potrebbe infastidire e preoccupare la popolazione, i leader tribali e gli ambienti musulmani del Paese, comprese istituzioni civili e militari, con il rischio di far deflagrare le tensioni interne a livello nazionale.

Ucraina

Nella notte tra mercoledì 12 e giovedì 13 febbraio è stato siglato il secondo Protocollo di Minsk (Minsk II) tra il governo di Kiev e le autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, alla presenza sia del Presidente ucraino Petro Poroshenko e dei leader ribelli Alexander Zakharchenko e Igor Plotnitsky, che dei rappresentanti degli Stati mediatori, nello specifico il Presidente francese Francois Hollande, il Cancelliere tedesco Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin.
L’accordo, sulla falsa riga di quanto concordato lo scorso 5 settembre (Minsk I), ma sostanzialmente mai rispettato dalle parti in conflitto, prevede il ‘cessate il fuoco’, che entrerà in vigore a partire da domenica 15 febbraio, il ritiro delle armi pesanti dalla linea del fronte, lo scambio dei prigionieri e l’avvio, da parte del governo ucraino, di un percorso di riforme costituzionali volto ad una maggiore decentralizzazione del potere verso le regioni orientali alla scopo di garantirne una maggiore autonomia.
Inoltre, il nuovo testo, nel quale viene salvaguardata l’integrità territoriale ucraina, prevedrebbe il ritiro dei combattenti stranieri da entrambi gli schieramenti, il controllo del confine con la Russia da parte degli osservatori OSCE, la rimozione del blocco economico imposto dal governo ucraino alle aree ribelli e possibili elezioni per la regione del Donbass.
I punti su cui si è raggiunto un generale consenso sono tuttavia ancora lontani dal rappresentare una soluzione politica di lungo periodo. Infatti, la difficoltà maggiore consiste nell’individuare una nuova architettura istituzionale e una nuova linea di politica estera che riesca a conciliare gli interessi delle regioni occidentali ucraine, di orientamento euro-atlantico, e di quelle orientali, protese verso la Russia.
Nonostante le firma del Minsk II costituisca un segnale positivo per la risoluzione della crisi, esiste il rischio che, come accaduto a settembre, le operazioni militari sul campo proseguano, seppur con intensità minore rispetto alle ultime settimane. Proprio per scongiurare una simile evenienza, la politica ucraina e la diplomazia internazionale dovranno lavorare in stretto coordinamento per evitare una nuova escalation. In questo senso, le posizioni europee e statunitensi sembrano allontanarsi, con Bruxelles orientata alla prosecuzione della strategia diplomatica di risoluzione della crisi e Washington, al contrario, che continua a valutare la possibilità di fornitura di sistemi d’arma letali alle Forze Armate ucraine.
Una simile decisione, considerata dall’Amministrazione Obama come fondamentale per ridurre il gap capacitivo tra l’Esercito di Kiev e le milizie ribelli, fortemente equipaggiate e sostenute dal Cremlino, rischia tuttavia, di radicalizzare ulteriormente la già assertiva posizione russa, creando i presupposti per un maggiore coinvolgimento di Mosca nella crisi.

Yemen

I ribelli Houthi hanno dichiarato sciolto il Parlamento di Sanaa. Parlando dal palazzo presidenziale venerdì 6 febbraio, il leader Mohamed Ali al-Houthi ha proposto di gestire lo stallo politico attraverso la costituzione di un Parlamento ad interim e un Consiglio presidenziale composto da 5 membri, che dovrebbero rimanere in carica per 2 anni. L’azione unilaterale degli Houthi, che hanno la loro roccaforte nel nord-ovest del Paese, sigla il fallimento della mediazione dell’ONU e assesta un duro colpo al processo di rafforzamento istituzionale avviato nel 2011 con la National Dialogue Conference (NDC) e appoggiato dagli Stati Uniti.
Le milizie Houthi occupano la capitale Sanaa da settembre per opporsi alla riforma costituzionale proposta dal presidente Hadi, che prevedeva uno Stato federale diviso in 6 regioni, e per chiedere un governo più rappresentativo delle diverse fazioni tribali. Nonostante il Peace and National Partnership Agreement, il piano di transizione che avrebbe dovuto comporre il conflitto grazie alla mediazione ONU, a fine gennaio è iniziata l’escalation: prima le milizie Houthi hanno di fatto posto in stato d’arresto Hadi assediandolo nella sua abitazione, poi hanno occupato le sedi delle istituzioni e dei principali media.
La crisi interna allo Yemen è frutto di divisioni religiose e tribali. Gli Houthi, sciiti zayditi concentrati nella regione settentrionale di Sadaa, da più di un decennio si oppongono frontalmente al governo centrale e all’Esercito, che sono espressione di una coalizione di tribù sunnite (Hashid e Ahmar). Per questa ragione in passato le milizie ribelli erano sostenute dall’Iran (sciita, benché del ramo duodecimano), mentre l’Arabia Saudita appoggiava anche militarmente l’ex presidente Saleh, suo strettissimo alleato. In occasione della recente escalation, invece, da Riyadh non è arrivato nessun aiuto al nuovo governo di Sanaa.
Da quando, a fine 2011, Saleh è stato costretto a lasciare il potere a Hadi, l’alleanza Hashid/Ahmar alla base degli equilibri istituzionali yemeniti si è rotta, a tutto vantaggio del partito islamista Islah, vicino alle posizioni della Fratellanza Musulmana e al Qatar. In questo contesto, Riyadh potrebbe trarre vantaggio dall’avanzata degli Houthi, che scalzando il governo attuale riapre la strada ai vertici del potere per l’ex presidente Saleh.