21 NOVEMBRE 2014
Geopolitical Weekly n.163
DI Enrico Mariutti e Alberto Parisi

Sommario: Israele, Kenya, Siria, Svezia

 

Israele

Il 18 novembre, due palestinesi residenti in un sobborgo di Gerusalemme Est, armati di pistola, coltello e un’ascia, hanno fatto irruzione nella sinagoga “Kehilat Bnai Torah”, nella parte occidentale della città, e hanno ucciso quattro rabbini e un agente di polizia druso. Si tratta del più sanguinoso attacco terroristico avvenuto a Gerusalemme negli ultimi sei anni e segue una serie di attacchi contro civili e militari israeliani che nell’ultimo mese hanno provocato la morte di 11 persone. Nonostante il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), gruppo di ispirazione marxista-leninista, abbia comunicato che i terroristi fossero suoi affiliati, l’assenza di una chiara rivendicazione e le modalità dell’attentato farebbero ipotizzare che si sia trattato di un’iniziativa individuale piuttosto che di un attacco ordito e pianificato dalla leadership dell’organizzazione. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, ha condannato la strage, mentre Hamas, al contrario, si è congratulato per l’attacco, definendolo addirittura un “atto eroico”.

L’attacco alla sinagoga rappresenta soltanto l’ultimo atto della perdurante tensione che significativamente caratterizza Israele e i territori palestinesi dalla scorsa estate, quando le Forze Armate di Tel Aviv e le milizie dei gruppi estremisti palestinesi si sono duramente confrontate per oltre 4 settimane nella Striscia di Gaza. Da parte israeliana gli attacchi hanno provocato rabbia tra la popolazione e i rappresentanti politici di destra che invocano misure preventive e repressive più dure nei confronti sia dei palestinesi che degli arabo-israeliani.

Il rischio maggiore per la sicurezza in Israele è rappresentato dalla possibilità che scontri e tensioni che interessano le tre distinte aree palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est possano saldarsi qualora ci fosse, da parte di Hamas o di altri estremiste del panorama palestinese, la volontà di coordinare e alimentare ulteriormente quelli che, fino ad ora, sono stati attacchi spontanei. In particolare, un’escalation delle violenze nella parte araba di Gerusalemme porrebbe i maggiori pericoli per le autorità israeliane, a causa delle difficoltà di un controllo efficace su una popolazione inglobata all’interno dello Stato e della contiguità tra i potenziali terroristi e i loro obiettivi.

Kenya

Nell’ambito di una massiccia operazione di polizia, quattro moschee della città portuale di Mombasa sono state oggetto, tra il 17 e il 19 novembre, di raid da parte delle forze di sicurezza nazionali. L’obbiettivo di tale iniziativa delle autorità governative è stato quello di arrestare alcuni religiosi accusati di avere legami con il gruppo jihadista somalo al-Shabaab, che, nell’ultimo biennio, ha notevolmente rafforzato il proprio network in Kenya. La polizia ha reso noto che all’interno delle moschee sono state trovate granate e munizioni per armi da fuoco, oltre a materiale propagandistico di stampo jihadista. Le operazioni hanno provocato la morte di una persona e portato all’arresto di circa 250 musulmani.

Le difficoltà che al-Shabaab ha incontrato all’interno della Somalia, sia a causa dei successi militari ottenuti dalla Missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM) sia per il venir meno delle fragili alleanze con i gruppi clanici locali, hanno spinto il movimento jihadista a implementare una strategia di regionalizzazione della propria agenda operativa e alla cooptazione di combattenti stranieri, nella quale il Kenya ha un’importanza centrale.

La città di Mombasa, meno soggetta al controllo delle autorità keniote rispetto alla capitale Nairobi, interessata da movimenti indipendentisti  e caratterizzata da profonde fratture etniche e religiose, rappresenta un centro strategico per la proiezione di al-Shabaab nel Paese. Qui il vertice dell’organizzazione starebbe cercando di stringere accordi con altri attori ed organizzazioni eversive nazionali. 

Al-Shabaab rappresenta per le autorità keniane uno dei maggiori pericoli riguardo la sicurezza interna e la stessa tenuta delle istituzioni: con la sua attività, il gruppo rischia infatti di far deflagrare le già gravi tensioni etniche, sociali e religiose del Paese.

Siria 

Martedì scorso l’aviazione del regime siriano ha bombardato Aleppo nel quadro di un’intensificazione dell’attività militare contro i ribelli che ha preso corpo negli ultimi mesi. Il bilancio del bombardamento, condotto con barrel bombs (bidoni esplosivi artigianali), è di 14 morti e decine di feriti tra la popolazione. Ai raid hanno fatto seguito, nel giro di poche ore, tre autobombe nel centro città, che hanno ucciso circa cinquanta persone, in gran parte uomini delle Forze Armate di Bashar al-Assad.

La stretta del regime sulla seconda città del Paese, nonché principale centro di propagazione delle proteste anti-regime, ha dato inevitabilmente un ulteriore colpo al già indebolito FSA (Free Sirian Army), che ad Aleppo era presente in forze e godeva di un maggior supporto popolare rispetto al resto del Paese. Infatti, tale realtà era già stata indebolita dalle fuoriuscite di numerosi miliziani sia verso le formazioni jihadiste (Jabhat al-Nusra e Stato islamico) sia verso le nuove formazioni islamiste raccolte sotto l’ombrello del Fronte Rivoluzionario Siriano, fortemente finanziate nel corso degli ultimi due anni dalle Monarchie del Golfo.

D’altra parte, l’impegno militare internazionale in Siria e in Iraq stanno rafforzando la capacità del regime siriano di reprimere l’insorgenza interna, sempre più spinta a strizzare l’occhio a Jabhat Al-Nusra.

Svezia

In un recente report, i servizi di intelligence e di sicurezza svedesi hanno rivelato la presenza, sul territorio nazionale, di cellule dormienti dello Stato Islamico. Le indagini che hanno condotto ad una simile scoperta sono state agevolate dalle informazioni fornite da un disertore del gruppo guidato dall’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Inoltre, sempre secondo i dati forniti da Stoccolma, sarebbero circa 400 i cittadini svedesi arruolati dai movimenti jihadisti in Siria e Iraq. La questione delle cellule dormienti e dei combattenti stranieri partiti per intraprendere il jihad in Siria e Iraq rappresenta una sfida per il nuovo governo di centrosinistra, guidato da Stefan Löfven, che dovrà conciliare la tradizionale politica di apertura ai richiedenti asilo e di integrazione delle minoranze con le ansie di un’opinione pubblica in grande fermento caratterizzata da un crescente sostegno ai movimenti conservatori, nazionalisti e anti-immigrazione.

Oltre a preoccupare la Svezia, la notizia fornita dai servizi svedesi potrebbe contribuire ad aumentare gli allarmi di diversi Paesi europei sui rischi legati alla pianificazione di azioni terroristiche da parte di affiliati e simpatizzanti di organizzazioni jihadiste nel Vecchio Continente.

Inoltre, i governi europei guardano con estrema preoccupazione ai pericoli derivanti dal possibile ritorno dei combattenti stranieri, che potrebbero inserirsi nelle cellule jihadiste già attive o crearne di nuove per sfruttare l’expertise acquisito sui campi di battaglia.