04 LUGLIO 2014
Geopolitical Weekly n.151
DI Andrea Ferrante e Anna Miykova

Sommario: Corea del Sud, Iraq, Israele, Nigeria

 

Corea del Sud

Giovedì 3 luglio, il Presidente cinese Xi Jingping si è recato a Seul per incontrare il Presidente sudcoreano Park Geun-hye, in una storica visita che ha visto il leader di Pechino giungere direttamente in Corea del Sud, senza alcuna tappa preventiva a Pyongyang.

L’incontro è stato occasione non solo per consolidare le relazioni economiche bilaterali, che vedono la Cina quale primo partner commerciale sudcoreano, ma anche per portare avanti il dialogo attorno ai temi di reciproco interesse per la stabilità regionale, con particolare attenzione dedicata alla questione nordcoreana e alla nuova politica di sicurezza portata avanti dal Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe.

Da una parte, infatti, l’imprevedibilità del regime di Pyongyang spinge Seul a cercare l’appoggio di Pechino per la gestione della minaccia a nord del 38° parallelo. In questo senso, risale a mercoledì scorso l’ultimo test di missili a corto raggio ordinato dal leader nordcoreano Kim Yong Un, chiara  provocazione diretta ai governi dell’area, che sembra confermare le preoccupazioni riguardo all’atteggiamento della Corea del Nord.

D’altra parte, il governo di Pechino si mostra interessato a rafforzare l’intesa con Seul per cercare di arginare il rinnovato protagonismo politico di Tokyo. Nonostante la recente apertura di un dialogo tra Corea del Sud e Giappone, inaugurato dall’incontro Park-Abe dello scorso marzo a L’Aia, il governo di Seul sembra guardare con cautela alla reinterpretazione del ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi promosso dall’esecutivo. In questo senso, il governo di Pechino potrebbe sfruttare le divergenze tra Seul e Tokyo per rendere più difficile la formazione di un’alleanza anti-cinese nel Mar Cinese Orientale.

Iraq

Domenica 29 giugno, la formazione jihadista dello Stato Islamico (IS) ha annunciato l’istituzione di un Califfato in Siria e Iraq, indicando il leader dell’organizzazione, Abu Bakr al-Baghdadi, quale suo nuovo Califfo. La dichiarazione, tesa a sfruttare il rafforzamento prodotto dai recenti successi militari conseguiti dall’organizzazione, è finalizzata anche a sostenere gli sforzi di auto-legittimazione del gruppo, intento a presentarsi come forza emergente nel panorama sunnita dell’intero Medio Oriente.

Parallelamente ai proclami di IS, resi ancora più minacciosi dall’efficacia campagna militare dei giorni scorsi, continua l’offensiva l’Esercito iracheno per riconquistare Tikrit, centro della Provincia di Salah al-Din, preso il 12 giugno dal fronte ribelle composto da IS, dalle milizie baathiste del Jaish al-Rijal al-Tariqa al-Naqshbandiya (Esercito degli Uomini dell’Ordine di Naqshbandi, JRTN) e dagli formazioni para-militari tribali sunnite opposte al governo di Baghdad. La battaglia per Tikrit e per i maggiori villaggi del centro-nord del Paese appare fondamentale per ritardare l’avanzata dei jihadisti verso la capitale. In questo senso, saranno di fondamentale importanza le capacità delle truppe irachene e delle milizie sciite fedeli al governo, tra cui Asa'ib Ahl al-Haq (“La lega dei Giusti”), il movimento Badr e la Brigata del Giorno Promesso, dall’Iran e dagli Stati Uniti.

L’apporto di gruppi di volontari sciiti, attualmente tra i principali responsabili della difesa della provincia di Diyala, si era già rivelato decisivo nel respingimento dell’offensiva di IS a Dhuluya, città situata a soli 90 km a nord di Baghdad. Proprio nel governatorato di Diyala sono concentrate una buona parte delle duemila guardie rivoluzionarie iraniane inviate da Teheran a protezione delle principali città sciite di Najaf, Karbala e Samarra e della capitale Baghdad.

Nonostante gli sforzi compiuti da Baghdad e dai suoi alleati per impedire il definitivo collasso delle strutture statali, pare chiaro come sia in corso un processo di frammentazione dell’Iraq lungo direttrici etniche e settarie, che minaccia di dividere il Paese in tre aree di influenza, dominate rispettivamente dai curdi al nord, dagli sciiti a sud e dai sunniti a est.

Israele

Il 30 giugno scorso, in seguito alle operazioni di ricerca dell’Esercito israeliano, sono stati rinvenuti nei pressi di Hebron i corpi senza vita dei tre studenti israeliani rapiti il 12 giugno a  Gush Etzion, in Cisgiordania. Il ritrovamento degli adolescenti ha prodotto un’escalation delle tensioni tra Hamas e il governo israeliano, che aveva da subito accusato il movimento palestinese di essere dietro al rapimento. Nonostante i vertici di Hamas abbiano dichiarato la loro estraneità all’accaduto, Israele ha lanciato una serie di attacchi aerei diretti a colpire duramente l’organizzazione, dopo che nelle scorse settimane aveva arrestato centinaia di suoi militanti. Inoltre, l’uccisione dei tre studenti ha prodotto la reazione violenta anche nella comunità dei coloni israeliani, come testimoniato dal rapimento e dall’uccisione, il 2 giugno, di un 16enne palestinese nel distretto di Shuafat, ad est di Gerusalemme.  

Il comportamento assertivo di Tel Aviv, reso ancora più duro dall’ostracismo verso il governo di unità nazionale dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) rappresentato dal patto tra Hamas e Fatah. Infatti, non è da escludere che dietro le accuse di responsabilità israeliane, respinte da Hamas, e alla base degli attacchi ci sia la volontà di Tel Aviv di destabilizzare e delegittimare il patto di governo palestinese. Le difficoltà di convivenza tra le due anime politiche dell’ANP sono emerse proprio in occasione del rapimento degli adolescenti, quando Fatah si è dichiarata pronta a collaborare con Tel Aviv mentre Hamas ha drasticamente respinto qualsiasi proposta in tal senso.

La crescita delle tensioni tra miliziani palestinesi e autorità di Tel Aviv si è manifestata anche all’interno della Striscia di Gaza, quando. nella scorsa settimana, il territorio israeliano è stato oggetto di un fitto lancio di razzi. In risposta, il Governo di Netanyahu ha schierato le proprie truppe alle porte di Gaza, facendo aumentare il rischio di un’operazione militare su larga scala. Qualora Hamas non riuscisse a impedire ai gruppi militanti attivi nella Striscia di proseguire nel lancio di razzi, è possibile immaginare il definitivo collasso della tregua stabilita tra l’organizzazione islamista e le autorità israeliane nel novembre del 2012.

Nigeria

Domenica 30 giugno, un gruppo di miliziani presumibilmente parte di Boko Haram hanno attaccato i villaggi di Kwada, Ngurojina, Karagau e Kautikari, tutti dislocati nei dintorni di Chibok, nello Stato nord-orientale del Borno, provocando la morte di 54 persone. Anche in assenza di una rivendicazione, la tipologia dell’attacco lascia presumere la responsabilità del movimento jihadista. Di fronte all’ennesimo massacro di civili, le Forze Armate nigeriane sono fuggite attirando su di esse le gravi accuse della popolazione locale, abbandonata alla violenza dei miliziani. Inoltre, durante gli attacchi contro i cristiani e i membri dell’Esercito, i miliziani sono stati appoggiati dalle locali comunità musulmane, a testimonianza del crescente supporto popolare verso il gruppo jihadista nelle remote aree settentrionali del Paese.  

In questo senso, il malcontento sociale nei confronti delle istituzioni civili e militari nigeriane potrebbe aver spinto una parte della popolazione a collaborare con gli uomini d’affari e signori della guerra locali, in contrasto con il governo nigeriano e in contatto con Boko Haram. Molte di queste influenti personalità utilizzano l’insorgenza salafita nel nord della Nigeria per destabilizzare il governo del Presidente Goodluck Jonathan e massimizzare i propri benefici economici e politici, spesso contigui alle attività criminali e terroristiche. La sempre maggiore fluidità tra il mondo politico, le attività illegali e la militanza jihadista ha trovato l’ennesima conferma nell’arresto, avvenuto lo scorso 1 luglio, del businessman Babuji Ya’ari e di diverse donne accusate di spionaggio per conto del movimento jihadista nonché di aver collaborato alla preparazione di numerosi attacchi verificatisi nel nord est della Nigeria.