24 NOVEMBRE 2014
L’Unione Eurasiatica: la via russa all’integrazione continentale
DI Enrico Mariutti

La Russia è stata nel corso della sua storia un first mover della geopolitica eurasiatica. L’Impero zarista in epoca moderna e l’Unione Sovietica in epoca contemporanea hanno garantito alla Russia una capacità di proiezione politica e culturale sull’Europa e sull’Asia, permettendo al Cremlino di esercitare per secoli un’egemonia, diretta o indiretta, su vaste aree e numerose comunità dell’Asia Centrale, dell’Europa Orientale, del Medio e dell’Estremo Oriente. L’influenza culturale e politica russa, pur producendo alleanze effimere e relazioni diplomatiche fragili, ha generato un notevole sincretismo culturale nella regione eurasiatica, lontana dagli altri poli egemonici che sorgevano a Oriente e a Occidente.

 

Il collasso dell’Unione Sovietica ha però allentato i vincoli dell’egemonia russa sullo spazio eurasiatico, dando luogo a un vuoto politico e culturale là dove il modello sovietico si era imposto come alternativa a quello occidentale. La Federazione Russa ha impiegato circa un decennio per rimettere in funzione le istituzioni dello Stato e recuperare il prestigio internazionale per proporre un nuovo ordine regionale, e a partire dai primi anni del nuovo millennio il Cremlino ha iniziato a formulare una nuova proposta di assetto per l’Eurasia. Soprattutto durante il secondo mandato da Primo Ministro e il terzo da Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin ha impresso un’accelerazione al processo d’integrazione economico-politica dello spazio post-sovietico riportando al centro della discussione pubblica il pivot eurasiatico.

 

Sin dalla caduta dell’Unione Sovietica la classe dirigente russa ha cercato un nuovo assetto per la regione, con l’intento di garantirne la stabilità, l’autonomia nelle scelte di politica interna ed estera e la crescita economica.

Nel 1991 viene fondata la Comunità degli Stati Indipendenti, un’entità politica sovranazionale che aveva lo scopo di favorire l’integrazione economica e militare dello spazio post-sovietico ma che in realtà servì principalmente a colmare il vuoto politico causato dall’improvviso crollo dell’Unione Sovietica.

Gradualmente, nel corso della transizione economica e sociale dal modello socialista a quello capitalistico, nello spazio post-sovietico sono emerse istanze d’integrazione ed efficientamento economico e sociale, che hanno affiancato quelle politiche nei disegni di ri-organizzazione dell’area e alimentato il percorso d’integrazione attraverso le opportunità economiche.

 

Tra il 2000 e il 2001, attraverso la ratifica e l’implementazione della Comunità Economica Eurasiatica, viene posta la prima pietra di una reale integrazione economica e commerciale tra le ex repubbliche sovietiche, anche se il numero degli aderenti diminuisce, rispetto ai 12 della CSI, a 6 (vi aderiscono: Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). Nel 2006 segue la fondazione della Banca dello Sviluppo Eurasiatica, con l’intento di garantire copertura finanziaria indipendente allo sviluppo di progetti sinergici tra i sei Paesi della EEU. Quattro anni dopo, a gennaio del 2010, la road map dell’integrazione politico-economica porta alla fondazione dell’Unione Doganale Eurasiatica, cui aderiscono però solamente Russia, Kazakistan e Bielorussia, ultimo passaggio prima della fondazione dell’Unione Eurasiatica, prevista per gennaio 2015 e che al momento dovrebbe includere solo i tre aderenti all’Unione Doganale.

 

Parallelamente al progredire del percorso d’implementazione, si è assistito a una definizione sempre più precisa della natura e della collocazione nel contesto internazionale dell’Unione Eurasiatica: in un articolo datato ottobre 2011 il Presidente russo Vladimir Putin ha cercato di fugare i dubbi circa la volontà russa di resuscitare l’Unione Sovietica definendo l’Unione Eurasiatica come parte integrante dell’ordine internazionale vigente, un terzo polo tra Oriente e Occidente in grado di esercitare una mediazione economica, politica e culturale tra i due perni geopolitici.

 

Nei disegni del Cremlino l’Unione Eurasiatica permetterà ai membri di pianificare uno sviluppo sinergico, capace di mettere a sistema le notevoli capacità produttive e industriali dei singoli Paesi e al contempo di slegarli dall’egemonia occidentale, percepita come decadente, autoreferenziale e ostile, senza però lasciarli isolati, in balia di un ordine mondiale formato da cluster continentali.

Le ingenti risorse naturali e il ritardo nello sviluppo dei network strategici regionali (trasporti, comunicazione, capitali) sono le basi economiche su cui si costruirà l’integrazione politica: con riserve provate di gas naturale pari a un terzo di quelle globali, imponenti giacimenti di petrolio, carbone, ferro, uranio, cromo, piombo, zinco, manganese e oro l’Unione Eurasiatica si candida a diventare il principale polo globale per la produzione e l’esportazione di commodities, in grado di esercitare una notevole pressione su tutti quei competitive cluster (un agglomerato produttivo transnazionale composto da una rete di aziende, fornitori e istituzioni afferenti a un settore economico specifico) largamente dipendenti dall’importazione di materie prime. Per raggiungere questo risultato saranno necessari cospicui investimenti, tanto nel settore estrattivo ed industriale, quanto, soprattutto, in quello dei trasporti: Mosca ha annunciato investimenti notevoli per il potenziamento infrastrutturale e Astana progetti per importi minori nel settore ferroviario e delle comunicazioni. Nello specifico, l’ambizioso piano d’investimenti porterà il governo a immettere nell’economia russa 1000 miliardi di dollari entro il 2020. Entro il 2015 i capitali pubblici in Russia rappresenteranno una notevole percentuale del PIL (superiore al 5%) e una percentuale ancor superiore (intorno al 25%) degli investimenti nel sistema economico nazionale.

 

Inoltre, l’integrazione economica e legislativa, già peraltro in atto, garantirà un notevole potenziamento dell’interscambio tra i tre Paesi aderenti, che si stima accrescerà il PIL dell’Unione di 900 miliardi di dollari entro il 2030 e auspicabilmente uniformerà gli standard di prodotti e servizi, primo passo fondamentale per la costituzione di cluster industriali e commerciali transnazionali.

 

Infine la nascita dell’Unione Eurasiatica creerà a oriente dell’Unione Europea un altro centro di gravità geopolitico in grado di attrarre quei Paesi le cui radici storiche e culturali non sono organiche a quelle occidentali e che per deficit strutturali, economici e politici sono alla ricerca di una partnership sovranazionale capace di sostenerne lo sviluppo e garantirne l’indipendenza o l’autonomia politica: Bulgaria, Moldova e Turchia non hanno nascosto il loro interesse per l’iniziativa, nonostante i diversi gradi di integrazione raggiunti con l’Unione Europea. La Bulgaria, Paese membro della UE dal 2007, ha manifestato nel corso degli ultimi anni una crescente attrazione nei confronti dell’influenza russa, anche se per il momento all’entusiasmo popolare e di parte dell’establishment non sono seguite iniziative politiche sostanziali. L’affinità culturale e la forza degli investimenti e delle esportazioni della Federazione Russa (a fronte delle idiosincrasie con le democrazie occidentali e le difficoltà economiche dell’Unione Europea) stanno però alimentando il consenso nei confronti delle sirene russe e la sfiducia nei confronti delle istituzioni europee. La Moldova, che ha manifestato negli ultimi anni un notevole interesse per l’ingresso nell’Unione Europea, sta riorientando la propria politica estera verso il rafforzamento dei rapporti con la Russia, primo partner commerciale del Paese, in grado e, al contrario dell’UE, desiderosa di garantire l’afflusso di capitali necessari alla modernizzazione dell’economia moldava e capace di disinnescare l’indipendentismo della Transnistria, la regione più sviluppata del Paese ma con una forte vocazione russofila e con il 30% della popolazione russofona.

 

La Turchia, la cui adesione all’Unione Europea è congelata dal 2006 per incompatibilità con il sistema politico, giuridico e sociale comunitario, al concretizzarsi della proposta russa ha rivolto il proprio sguardo a Oriente, individuando nell’Unione Europea un competitor regionale e nel sistema internazionale vigente una gabbia per i propri interessi strategici.

 

Mentre quindi si approfondisce il dialogo nell’Europa Orientale sulle opportunità legate al processo di integrazione eurasiatico, emergono però anche delle incognite sulla road map tracciata dal Cremlino e sulle modalità d’implementazione delle strutture economico-politiche transnazionali, in grado di rallentare o addirittura bloccare lo sviluppo dell’Unione Eurasiatica.

 

La prima incognita nel processo di integrazione eurasiatica è insita nella differenza tra egemonia e dominio. Se in epoca storica la Russia poteva contare su un appeal culturale, politico ed economico molto forte su tutta l’Europa Orientale, dalla caduta dell’Unione Sovietica la regione si è gradualmente spostata nell’orbita occidentale, rinnegando i propri rapporti con la cultura russa e la geopolitica eurasiatica. L’ingresso dei capitali occidentali, l’asimmetria economica e sociale tra Europa Occidentale ed Europa Orientale hanno progressivamente imposto nuovi riferimenti culturali ed economici, linguistici e politici, normativi ed etici.

Di conseguenza se in passato la percezione di affinità con la cultura e la potenza economica russa qualificavano l’influenza russa come egemonica, la graduale ma costante integrazione dell’Europa Orientale con l’Unione Europea e con il sistema dei valori dell’Occidente ha aperto una frattura con l’Oriente slavo e ortodosso, centralista e comunitarista.

 

La crisi esplosa in Ucraina a novembre 2013, culminata a febbraio 2014 con l’esautoramento del governo ucraino e del Presidente Viktor Janukovyč che ha scatenato la sollevazione popolare in Crimea e Ucraina Orientale, è emblematica di questo percorso, che sta anche riscrivendo la storia dei rapporti tra Russia ed Europa Orientale.

 

La nuova ondata di nazionalismo, filo-occidentale per ragioni di opportunità, ha prodotto un rigetto per la secolare egemonia russa: per molte ex repubbliche socialiste, soprattutto quelle più occidentali, la dominazione zarista e sovietica ha acquisito una dimensione principalmente russo-centrica e imperiale, legata a una memoria degradante per la Nazione. Di conseguenza, la politica muscolare e assertiva portata avanti dal Cremlino per mezzo di Gazprom e attraverso il controllo dei flussi commerciali ha radicalizzato in molti Paesi dell’Est Europa le posizioni filo-occidentali, saldandole con le ancestrali paure nei confronti dell’espansionismo zarista e con le inquietudini di matrice religiosa. La recrudescenza del sentimento nazionalista in Russia oltre a suscitare inquietudini nello spazio post-sovietico, può aprire un pericoloso fronte interno alla stessa Federazione Russa: la crescente mobilità interna all’Unione porterà la Russia a confrontarsi con imponenti ondate migratorie che mal si conciliano con le politiche di russificazione adottate dal Cremlino nei confronti delle minoranze in Russia.

 

Anche dal punto di vista economico, l’Unione Eurasiatica presenta delle incognite rilevanti. Pur potendo contare su enormi riserve di raw materials (minerali, energetiche, agricole, arboree e zootecniche) l’Unione non ha un polo finanziario né uno tecnologico. Se quindi per Paesi esportatori di materie prime come le Repubbliche Centro-Asiatiche l’adesione all’Unione può essere strategica in un’ottica di cartello, per le economie industriali, semi-industriali o post-industriali dell’Europa Orientale i rapporti con l’Occidente, in grado di fornire tecnologia, know-how e supporto finanziario, sono imprescindibili. Inoltre, la dipendenza di gran parte dei Paesi dello spazio post-sovietico dalle forniture energetiche russe, usate periodicamente come strumento di politica internazionale dal Cremlino, pur rappresentando un asset politico per Mosca è un ostacolo dal punto di vista dell’integrazione economica, in quanto l’adeguamento al ribasso dei prezzi di gas e petrolio aprirebbe un conflitto di competitività tra la Russia e i suoi vicini occidentali, spesso in possesso di infrastrutture industriali più moderne ed efficienti.

 

In conclusione, è possibile affermare che l’Unione Eurasiatica sarà un importante tema di politica internazionale nei prossimi dieci anni, anche se non è chiaro quale sarà la sua evoluzione, quali saranno i suoi rapporti con l’Unione Europea, con gli Stati Uniti e con le architetture del Consensus globale e quale sarà la matrice socio-culturale su cui si costituirà la comunità eurasiatica.