28 OTTOBRE 2011
Tunisia: analisi post elettorale
DI Gabriella Isgrò

Con le elezioni del 23 ottobre, le prime vere democratiche per il Paese dopo 23 anni di dominio assoluto dell’ormai deposto presidente a vita Zine al-Abidine Ben Ali, la Tunisia si ritrova nuovamente al centro dell’attenzione mediatica internazionale. Questo piccolo stato del Mediterraneo, il primo a sollevare l’ondata di proteste contro i sistemi autoritari della regione, è stato anche il primo a misurarsi, all’indomani della primavera araba, con il test elettorale.

Dopo nove mesi di transizione, i tunisini sono stati chiamati a eleggere i 217 membri dell’Assemblea Costituente incaricata di redigere la nuova costituzione. Si è trattato di una prova difficile per un Paese che, troppo a lungo estraneo alle proprie vicende politiche, dopo decenni di partito unico, si è presentato alle elezioni impreparato e fortemente frammentato. Tuttavia, questa nuova Tunisia emersa dalla Rivoluzione dei Gelsomini ha dato ancora prova di voler davvero cambiare le cose e lo ha fatto con una partecipazione al voto da record. Superata ogni difficoltà tecnica legata a procedure elettorali ignote a una popolazione alla sua prima votazione effettivamente libera e pluralistica, si è registrata un’affluenza alle urne pari al 90% degli aventi diritto. Vale a dire che l’intero Paese ha votato, compresi gli strati sociali rurali e poco istruiti che si prevedeva si sarebbero astenuti, così come quella parte di giovani da sempre vissuti nell’autocrazia e ritenuti indifferenti alla politica.

Una procedura abbreviata, via sms, ha consentito ai molti tunisini non regolarmente iscritti ai seggi di procurarsi in tempi brevissimi una tessera elettorale. Le operazioni di voto e spoglio dei suffragi si sono svolte nella massima regolarità e trasparenza, come confermato dagli osservatori nazionali e internazionali incaricati di monitorare lo svolgimento delle elezioni. Il successo è stato inaspettato: è un momento storico per un Paese che, al di là del suo peso specifico in termini economici e strategici, sembra ormai aver assunto un ruolo emblematico nel mondo arabo.

In base alle prime proiezioni ufficiali rilasciate dall’Instance Superieure pour les Elections (ISIE), organismo istituito allo scopo di preparare e controllare le elezioni, a prevalere è stato il partito islamico di Rachid Ghannouchi, Ennahda (rinascita), già dato per favorito nei sondaggi. Con circa il 40% dei consensi, tradotti in almeno 90 deputati su 217. L’islamismo moderato ha così trionfato sugli oltre 100 partiti rivali, dimostrando di essere la principale identità politica tunisina. Presentatosi come perfetto connubio tra Islam e modernismo, il movimento è stato accusato dai suoi detrattori di essere un potenziale strumento di apertura all’integralismo religioso in un Paese storicamente laico. Sta di fatto però che questo gruppo, attivo come forza di opposizione già dagli anni ’80 e perseguitato sotto il regime di Ben Ali, in pochissimo tempo, è stato capace di riorganizzarsi, in patria e all’estero, portando avanti una campagna elettorale ben programmata e convincente.

Il manifesto politico di Ennahda, redatto da 182 esperti, tra accademici ed economisti, assicura il mantenimento del carattere laico della Tunisia, come prescritto dall’articolo 1 dell’attuale costituzione nazionale, e auspica la promulgazione di una legislazione sui diritti umani e sulle libertà fondamentali. La definitiva chiusura con il vecchio regime dittatoriale, secondo il programma elettorale di Ghannouci, dovrà avvenire attraverso la promozione dei diritti di partecipazione e del pluralismo politico. Il partito ha promesso, inoltre, di impegnarsi per la liberalizzazione dell’economia, potenziando in particolare le relazioni commerciali con l’UE, in modo da sbloccare la contrazione economica che nel corso di quest’anno ha paralizzato il Paese.

Il successo di Ennahda è andato oltre le migliori previsioni preelettorali e ciò è certamente riconducibile a diversi fattori. A suo vantaggio ha innanzitutto giocato la capillare rete di servizi di assistenza offerti a tutti i livelli sociali da associazioni religiose affiliate al partito. Onnipresente nei vari strati della società tunisina, il movimento islamico ha saputo consolidare il proprio peso politico attraverso un’azione d’infiltrazione tra la popolazione sempre più ampia. Non meno determinante il sostegno economico su cui il partito ha potuto contare grazie ai forti legami con l’Islam internazionale. Ingenti finanziamenti alla campagna elettorale di Ennahda sono giunti, infatti, dall’estero e, in particolare, dall’Arabia Saudita. A decretare la vittoria dell’Islam tunisino hanno contribuito, infine, anche le divisioni interne alle altre forze politiche partecipanti alla tornata elettorale. Queste, spesso divise in correnti diverse e disomogenee, non sono state in grado di radicarsi nell’elettorato favorendo così il seguito popolare conquistato invece dal gruppo di Ghannouci. In particolare, il polo democratico modernista, che raggruppa insieme le sinistre laiche, progressiste e liberali, ha scontato l’errore di aver puntato, con un programma dal taglio spiccatamente sociale, su un pubblico di elettori appartenenti al mondo del lavoro, di fatto, già ben rappresentati dal sindacati.

A penalizzare l’alleanza di sinistra, è stato proprio il difficile dialogo tra i rappresentanti e le masse cui il partito per naturale ideologia si è rivolto. A sorpresa, ha registrato scarsi risultati anche l’altro grande favorito, il Parti Démocrate Progressiste (PdP). I motivi che ne hanno determinato l’insuccesso sono molteplici, dalla carenza di fondi alle difficoltà di comunicazione con il popolo: il messaggio politico sobrio e lineare, esclusivamente incentrato sui diritti fondamentali e sulla questione economica, è stato probabilmente sentito dagli elettori come poco “rivoluzionario”. Il risultato del voto segna un passaggio importantissimo nel determinare la via che la Tunisia post rivoluzionaria intenderà intraprendere.

I membri della costituente hanno una missione cruciale: a essi compete redigere la nuova costituzione, ovvero il testo di legge che definirà la rinnovata realtà politico-istituzionale del Paese. Tecnicamente, il loro mandato si esaurirà il prossimo anno, quando i tunisini saranno nuovamente chiamati alle urne per eleggere, con il sistema elettorale che verrà adottato dalla Carta, parlamento e presidente. Il primo banco di prova per Ennahda sarà la nomina dell’esecutivo provvisorio, prevista già per il prossimo mese. E’ probabile che il movimento islamico farà ricorso a una coalizione con gli altri vincitori di queste elezioni, ovvero il Congresso per la Repubblica (CPR) di Marzouchi e il partito Ettakatol (formazione moderata di orientamento socialdemocratico) di Mustafa Ben Jaafar, entrambi gruppi laici del centro-sinistra. Quel che è certo è che dalle linee giuridico-politiche che verranno delineate in questa fase dipenderà il futuro della Tunisia.

Attenendosi al programma per la rinascita illustrato da Ghannouci, l’applicazione dei precetti coranici alla riedificazione dello Stato, nel segno del dichiarato islamismo moderato, non dovrebbe in alcun modo comportare l’imposizione della sharia. Le ripetute garanzie di emulazione dell’AKP turco restano tuttavia da dimostrare e bisognerà attendere l’evoluzione degli eventi per verificare l’autenticità delle promesse finora fatte. In particolare, rimangono alcune perplessità in merito alla composizione del partito islamico tunisino, che vede al suo interno non solo esponenti moderati, ma anche frange più estremiste. La vera sfida del movimento sarà, in primo luogo, quella di bilanciare queste diverse voci, mantenendo in seno al gruppo uno spirito di coesione e unicità di intenti. In attesa di appurare quale anima dell’islamismo prevarrà, intanto, a quanti accusano Ennahda di essere moderno solo nella facciata, Ghannouci risponde che il suo partito non intende affatto modificare la legislazione tunisina in senso islamista, ma aspira invece alla realizzazione di una vera democrazia, non dissimile da quelle occidentali se non per il fatto di porre al centro della politica la riflessione religiosa.

Al di là delle odierne incertezze, l’esito dell’esperienza tunisina rappresenta per l’Islam politico una preziosa occasione per dichiarare universalmente la propria affidabilità nel perseguimento delle libertà e nell’affermazione di processi democratici. Il compimento in Tunisia di un percorso di democratizzazione d’ispirazione islamica consentirebbe, infatti, una svolta nello scenario politico futuro dei paesi arabi, con il risultato di conferire legittimazione e credibilità a quei movimenti generalmente ritenuti pericolosi portatori di derive islamiste. In quest’ottica, il caso tunisino potrebbe costituire un precedente capace di ribaltare la tradizionale percezione dell’Islam, soprattutto all’estero. Al contrario, qualora l’esperimento di Ennadha nel completare la transizione dovesse rivelarsi inefficace, se non del tutto fallimentare, si aprirebbero nuovi scenari di instabilità politica, il cui sviluppo è al momento difficile da prevedere. Molto probabilmente vi sarebbero margini per un recupero del controllo socio-politico da parte dei militari, con il rischio di favorire l’installazione di governi autoritari o quanto meno manovrati.

Indipendentemente dalle variabili connesse al futuro sbocco dell’iter tunisino verso la democrazia, non si può fare a meno di ribadire l’eccezionale portata del fenomeno in atto. E’ certamente un momento di grande fermento per il primo paese musulmano mediterraneo ribellatosi alla dittatura alla prova con le prime elezioni democratiche della sua storia. Per attuare la sua definitiva conversione alla democrazia, la Tunisia ha scelto l’islamismo politico, e dal momento che è in questo paese che è avvenuta la prima, più veloce e più facile transizione del mondo arabo, forse è il caso di darle fiducia. Del resto la condotta del popolo tunisino anteriormente, durante e dopo le elezioni conferma che, in Tunisia, Islam e democrazia possono essere due concetti perfettamente conciliabili tra loro.