05 MAGGIO 2014
Il nuovo National Defense Program Guidelines e le sfide di sicurezza del Giappone di Abe
DI Andrea Ferrante

La visita del Primo Ministro Shinzo Abe al sacrario militare Yasukuni di Tokio, lo scorso dicembre, e le furiose reazioni pubbliche che l’avvenimento ha scatenato hanno riportato l’attenzione internazionale sugli equilibri di una regione, l’Asia-Pacifico, perennemente attraversata da rivalità storiche e dispute territoriali ancora oggi molto lontane da una precisa definizione.

La decisione di recarsi a commemorare i caduti dell’Impero nipponico, alcuni dei quali considerati criminali di guerra da alcuni Stati della regione, quali Corea del Sud e Repubblica Popolare Cinese, infatti, ha contribuito inevitabilmente ad innalzare le tensioni nell’area, in una fase storica già estremamente delicata.

Nello stesso periodo, infatti, il governo giapponese ha reso pubblica la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Startegy – NSS) e le relative Linee Guida del Nuovo Programma di Difesa (National Defense Program Guidelines – NDPG), documenti che identificano le “gravi e complesse sfide di sicurezza nazionale” che il Paese si trova ad affrontare, tra cui vengono menzionate il notevole incremento delle spese militari del governo cinese e la conseguente crescita esponenziale dell’influenza di Pechino nella regione, guardata con profonda preoccupazione a Tokyo. Benché il documento non implichi, di per sé, il venir meno del carattere antimilitarista della politica giapponese, le nuove disposizioni delineano i possibili “sforzi dinamici” da adottare, in accordo col principio della cooperazione internazionale e propongono uno “sviluppo della struttura delle Forze di Autodifesa (Self-Defense Forces -SDF) a fini di deterrenza”. La NDPG, risulta pienamente coerente con quanto teorizzato e portato avanti nei tre anni di governi democratici, quando, in pieno accordo con Casa Bianca e Dipartimento di Stato statunitensi, erano state poste le basi per un cambiamento di rotta nello schema strategico-difensivo giapponese, non più esclusivamente ancorato alla solida presenza militare degli USA nell’area, ma fondato sul concetto di “difesa dinamica” ad opera delle riformate ed evolute SDF.

I passi in avanti in questa direzione, fortemente promossi dal Primo Ministro Shinzo Abe, lasciano trasparire un Giappone nuovamente pronto a giocare la partita del Pacifico in modo risoluto e sempre più autonomo. L’eterna questione di una revisione costituzionale che passi attraverso la modifica dell’art.9 (il quale inibisce il Giappone dal mantenere un esercito in senso stretto e prescrive la non-belligeranza nelle relazioni internazionali), infatti, sembra aver imboccato la direzione di una riforma che, in tempi più o meno lunghi, porterà il governo giapponese a recidere il cordone ombelicale con la Dottrina Yoshida del periodo postbellico e, probabilmente, a ripensare in altri termini l’alleanza militare con gli Stati Uniti. Lo stesso Abe non ha fatto mistero dell’intenzione di restituire un ruolo e un prestigio internazionale al Giappone, e di riaffermare così lo status di potenza, politica ed economica, di livello globale.

Nonostante le elezioni per il rinnovo della camera alta, tenutesi lo scorso luglio, abbiano sancito il successo della formazione politica del Primo Ministro, il Partito Liberale Democratico (Liberal Democratic Party - LDP), il progetto di riforma trova ancora alcuni ostacoli, dentro e fuori il Parlamento, che ne rallentano inevitabilmente l’implementazione. Innanzi tutto, il LDP fatica a trovare il consenso del proprio alleato di coalizione, il New Komeito Party, la cui agenda in politica estera è orientata ad un generale disarmo delle questioni internazionali. I numeri di cui LDP dispone nei due rami del Parlamento, dunque, senza il consenso dell’alleato non sarebbero sufficiente per raggiungere quella maggioranza qualificata necessaria per approvare la modifica costituzionale. Inoltre, la modifica dell’art.9 trova forti resistenze anche da parte dell’ opinione pubblica, che vede nelle riforme promosse dal governo una minaccia per la concezione “pacifista” adottata dal Paese negli ultimi 67 anni.
Nonostante le difficoltà che ancora separano il Giappone da una piena reinterpretazione del ruolo delle proprie Forze di sicurezza come strumento di tutela degli interessi nazionali, la formulazione della NSS e del NDPG hanno suscitato la preoccupazione di quegli attori regionali che guardano al progetto del governo Abe come ad un vero e proprio passo in avanti verso un rilancio della forza militare del Paese.

Appare evidente che sia la NSS sia il NDPG siano la risposta di Tokyo a quelle che il governo giapponese percepisce come le principali minacce agli interessi nazionali del Paese.
In primo luogo, le preoccupazioni, in termini di sicurezza nazionale e tutela degli interessi vitali, che affliggono la leadership di Tokyo continuano ad essere prevalentemente orientate verso la penisola coreana. L’imprevedibilità delle mosse politiche di Pyongyang, causata anche dal perdurante isolamento internazionale cui è sottoposto il regime di Kim Yong-un, lo spettro dell’arma atomica, l’irrisolta questione degli abductees, a più di dieci anni dall’ammissione fatta da Kim Yong-Il a Koizumi, trovano ancora sistemazione stabile nelle priorità di sicurezza e difesa di Tokyo.
Per altro verso, la NPDG dà modo al governo di Tokyo di modulare la propria strategia di Difesa per bilanciare il pressante espansionismo cinese, arginare l’aggressività della diplomazia di Pechino e la sua ingombrante proiezione strategico-militare nel Mar Cinese Orientale.
Il recente NDPG conferma, quindi, che la natura della potenza giapponese sta mutando, affrancandosi da una visione costretta della propria politica estera e di difesa ed affermandosi come un attore sempre più indipendente e dinamico nel quadro politico dell’estremo-oriente. Tuttavia, la leadership politica giapponese dovrà curare con grande attenzione ogni mossa, in uno scenario molto sensibile e reattivo ai possibili cambiamenti dell’equilibrio regionale.

In tal senso, il rilancio del dispositivo militare e l’effetto che l’implementazione della NSS e del NDPG potrebbe avere sul ruolo del Giappone nella regione offrono inevitabilmente il fianco a coloro che accusano il Primo Ministro di essere un “falco” e avere intenti destabilizzanti e che individuano in un Giappone armato, indipendente e ipoteticamente libero da vincoli costituzionali, la perfetta incarnazione di una minaccia per la pace.
Un allarmismo che, allo stato attuale delle cose, risulta infondato, ma che si nutre anche dei gesti irrituali e delle reazioni scomposte, sfumature cui Abe non sembra prestare la dovuta attenzione, solo in parte giustificate dal timore che la Cina voglia realmente alterare lo status quo nella regione.