20 FEBBRAIO 2014
L'incerto destino della Thailandia
DI Stefano Sarsale

Il 18 febbraio Bangkok è stata il teatro, per l’ennesima volta negli ultimi 4 mesi, degli scontri tra la polizia e i manifestanti anti-governativi del PDRC (Comitato democratico del Popolo per le Riforme), movimento di opposizione guidato da Suthep Thaugsuban. Quest’ultimo, una delle più influenti personalità thailandesi, rappresenta la più autorevole voce di opposizione al Peu Thai, il partito che governa il Paese dal 2011, e soprattutto alla famiglia Shinawatra, una delle più potenti della scena politica nazionale.

I recenti scontri di Bangkok sono soltanto l’ultimo episodio di una violenta campagna di protesta che dura ormai dallo scorso novembre e che ha conosciuto i suoi momenti più critici il 26 gennaio e il 2 febbraio, quando il popolo thailandese è stato chiamato alle urne per scegliere i membri del Parlamento. In quei giorni, le elezioni si sono svolte in un clima molto teso, appesantito dal confronto armato tra forze dell’ordine e manifestanti, che ha causato la chiusura di oltre 561 seggi e la morte del leader di una sezione locale del PDRC. Il dato più allarmante è che l’ondata di violenza non ha coinvolto la sola Bangkok, ma si è estesa a tutto il Paese, minando il regolare svolgimento delle operazioni di voto in 9 delle 77 province meridionali thailandesi.

La protesta del PDRC è iniziata oltre 4 mesi fa, quando la Sapha Phu Thaen Ratsadon (SPTR), Camera Bassa del Parlamento thailandese, ha approvato un progetto di legge, successivamente rigettato dalla Phruetthasapha (Pr, Camera Alta), riguardante la concessione dell’amnistia a tutti i condannati per reati connessi al golpe del 2006, quando l’allora Primo Ministro Thaksin Shinawatra, fratello di Yingluck, era stato deposto dalle Forze Armate con l’accusa di corruzione, autoritarismo, tradimento e lesa maestà. Un tale decreto, che si sarebbe applicato a tutti coloro i quali avevano commesso un reato, avrebbe riabilitato Thaksin Shinawatra, consentendoli di tornare in patria dopo il settennale esilio volontario a Dubai. A scatenare l’ira delle opposizioni non è stata la prospettiva del ritorno di Shinawatra in sé, bensì il suo significato politico, ossia il pieno ripristino del potere della sua famiglia sulle vicende pubbliche thailandesi.

Infatti, occorre ricordare che il clan Shinawatra era salito al potere la prima volta nel 2001 ed aveva retto il Paese fino al 2006 costruendo un’architettura di potere verticale basata sul familismo e sulla corruzione più estremi. A seguito della sua elezione, Thaksin Shinawatra, aveva adottato programmi di sovvenzione e di protezione sociale senza precedenti guadagnandosi il consenso della popolazione e della nascente classe imprenditoriale rurali, concentrati nel Nord del Paese. La gestione degli Shinawatra, dunque, aveva favorito nettamente le componenti politico-economiche del Nord, discriminando le aree urbane meridionali, con in testa Bangkok e il suo circondario. Il colpo di Stato del 2006 aveva ripristinato un maggiore equilibrio politico durato fino al 2011, quando l’affermazione elettorale del Peu Thai era coincisa con il nuovo spostamento dell’ago della bilancia politica in direzione degli interessi delle classi agricole del Nord. Questa marcata “preferenza” per il proprio bacino elettorale è stata evidente se si considerano le recenti politiche governative che Yingluck Shinawatra ha intrapreso a favore dei contadini, quali la concessione di prestiti a basso interesse e la legge che garantisce accesso ai servizi sanitari a prezzi ridotti, tutti privilegi di cui non ha beneficiato la popolazione urbana. L’unilateralità del Peu Thai ha spinto le classi sociali urbane e le regioni meridionali a stringersi attorno a Suthep Thaugsuban e al programma del PDRC, che sono presto diventati il loro principale interlocutore e rappresentante politico e sociale. In tale contesto, appare chiaro comprendere come la concessione dell’amnistia avrebbe rappresentato un gesto unilaterale e poco equilibrato in un Paese politicamente molto polarizzato.

Oltre alle fratture sociali tra nord e sud e classi urbani e classi rurali, il potere della famiglia Shinawatra alimenta il contrasto tra istituzioni dello Stato. Infatti, ad opporsi ad un eccessivo consolidamento del potere di Thaksin e Yingluck sono le Forze Armate, “eminenza grigia” della politica thailandese, timorose del ridimensionamento del proprio ruolo all’interno del Paese. Non è da escludere, dunque, che in caso di peggioramento della crisi, gli interessi dell’Esercito, del PDRC e delle classi urbane continuino ad avvicinarsi fino alla formazione di un fronte politico unico in funzione anti-Peu Thai.

L’acredine tra Forze Armate e Peu Thai è peraltro già emersa durante l’iter legis per l’approvazione dell’amnistia. Infatti, non è un caso che il primo parere favorevole sia giunto dalla SPTR, eletta a suffragio universale e rappresentante, dunque, gli orientamenti della più numerosa popolazione rurale vicina al Peu Thai. Nello stesso modo, il rifiuto dell’amnistia è stato espresso dalla Pr, i cui senatori sono per metà nominati sulla base delle indicazioni degli Ammat (poteri locali elitari espressione dell’Esercito). Nello stesso modo, non deve sorprendere che uno dei progetti di legge più dibattuti in Thailandia è la riforma costituzionale avente l’obbiettivo di eleggere direttamente e a suffragio universale anche la Pr, privando l’Esercito di un potente strumento di pressione ed indirizzo politico.

Infine, l’ultimo terreno di battaglia tra la famiglia Shinawatra e le Forze Armate riguarda la successione monarchica del Paese. Il sovrano Bhumibol Adulyadej ha appena compiuto 86 anni e quando lascerà il potere è probabile che la famiglia Shinawatra tenti di prendere definitivamente in mano le redini della transizione del Paese favorendo l’ascesa di un re vicino alle sue posizioni, come il principe coronato Vajiralongkorn. Appare evidente, dunque, come la famiglia Shinawatra intenda controllare ogni aspetto della vita politica thailandese, asservendo ai propri interessi la monarchia e le Camere e riducendo all’impotenza le Forze Armate.

Dal canto proprio, il PRDC, pur usufruendo del sostegno di Esercito e classi urbane, rischia di vedere bollata come anti-democratica, violenta ed eversiva la propria crociata politica. Si tratta di una minaccia concreta se si considera che il Peu Thai è stato democraticamente eletto nel contesto di una costituzione liberale e garantista come quella approvata nel 2007.

Lo scenario politico thailandese appare, dunque, fortemente conflittuale e caratterizzato da una contrapposizione in continua e costante radicalizzazione. Nessuna delle parti in lotta sembra, ad oggi, disposta a cedere sui contenuti dei propri programmi. Qualora l’instabilità proseguisse, i danni per l’economia sarebbero incalcolabili, tenendo conto che un’importante voce di bilancio del PIL è costituita dall’indotto turistico. Già nel 2006, il golpe e le sue conseguenze hanno causato una sensibile contrazione nella crescita economica. Su questo fosco quadro comincia ad aleggiare la preoccupante ombra di una nuova azione di forza da parte dell’Esercito, esattamente come 8 ani fa. Si tratta di un’ipotesi be più che meramente accademica, visto che le Forze Armate sono direttamente intervenute nella vita politica thailandese ben 18 volte negli ultimi 78 anni e che oggi sarebbero notevolmente interessate a farlo per tutelare i propri interessi, l’unità e la stabilità del Paese.