15 GENNAIO 2014
Russia-UE, la partita del gas
DI Salvatore Rizzi

All’inizio dello scorso dicembre, l’Unione Europea ha chiesto ai Paesi interessati dal passaggio del gasdotto South Stream di rinegoziare i contratti in essere con Gazprom riguardo la costruzione e la gestione della condotta. La direttiva è stata emanata dal Commissario all'Energia, Gunther Oettinger, e indirizzata ai governi di Bulgaria, Serbia, Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria. A spiegare meglio le ragioni della decisione della Commissione Europea è stato Klaus-Dieter Borchardt, direttore del dipartimento del commercio energetico, facendo riferimento al cosiddetto “Terzo pacchetto energetico” del 2009: una serie di direttive volte a liberalizzare il mercato energetico favorendo la concorrenza. Ai Paesi membri (cui va aggiunta la Serbia, che è ancora in fase di negoziazione per l’ingresso nell’Unione ma ha già firmato gli accordi sull’energia) è stato chiesto di rivedere i contratti firmati con Gazprom. La norma fondamentale violata, a parere della Commissione, è quella della “suddivisione di proprietà”, in base alla quale è fatto divieto, ai fini del libero commercio, che sia un unico soggetto a occuparsi sia della produzione che della distribuzione del prodotto. Si tratta però di una norma resa complessa dalle percentuali (ancora non definite) di ingresso dei nuovi partner, che può essere derogata da una specifica richiesta delle parti in causa. La diatriba va avanti ormai dal 2012, da quando Bruxelles ha iniziato a vagliare la posizione di Gazprom rispetto alle disposizioni dei trattati europei riguardo il libero commercio. La pronuncia della Commissione ha evidenziato una posizione dominante (e quindi irregolare) nel mercato europeo da parte del colosso energetico russo. Tuttavia, Gazprom ha già iniziato, tra ottobre e novembre, a costruire i tratti di pipeline in territorio bulgaro e serbo, rendendo l’eventuale rinegoziazione con questi due partner assai complicata. I contratti da riscrivere rischiano di rallentare i lavori di realizzazione della pipeline, provocando danni economici per tutti i compartecipanti. Gli Stati balcanici in questione, infatti, vedono nella costruzione del South Stream un’occasione fondamentale per il rilancio dell’occupazione e dell’indotto nel settore infrastrutturale.

Non bisogna sottostimare la portata della pronuncia della Commissione Europea, che spinge per una nuova negoziazione che sottenda ad una vera compartecipazione collettiva nella stipula degli accordi con Gazprom affinché gli stessi Paesi membri abbiano un potere negoziale maggiore verso la controparte. La società energetica, nella definizione del progetto di pipeline, si è affidata ad accordi bilaterali, ottenendo condizioni economiche diverse con ognuno dei Paesi in questione e sfruttando la sua posizione dominante nella fornitura del gas. Una nuova contrattazione, gestita in modo collettivo e aperta a nuovi partner commerciali, alleggerirebbe la posizione di dominio di Gazprom palesata dai dati sulla fornitura ai Paesi balcanici. I numeri confermano una preminenza di Gazprom sull’approvvigionamento energetico e tale posizione sarà ulteriormente consolidata dalla costruzione della pipeline. Ad oggi, solo l’Austria e la Slovenia dipendono in modo non vitale dalla fornitura di gas russo, con una percentuale rispettiva del 20% e il 35%; tutti gli altri Paesi hanno un paniere energetico sproporzionato verso le risorse russe: l’Ungheria e la Grecia si attestano sul 60%, la Serbia sul 40%. Eccezionale, infine, la dipendenza di Bulgaria e Croazia, con il 100%. Questi dati evidenziano come la Russia sia in grado di esercitare una notevole influenza sulle vicende politiche interne dei singoli Paesi, utilizzando lo strumento energetico come arma di politica estera. In questo senso, la pronuncia della Commissione appare voler contrastare l’influenza del Cremlino nei Paesi in questione.

Il South Stream è un progetto di dimensioni notevoli. Il costo, ad oggi stimato, è di 46 miliardi di dollari per un gasdotto lungo 2.345 km, di cui 900 offshore nel Mar Nero, in acque territoriali turche, con i tubi adagiati ad una profondità anche di 2.250 metri. A cofinanziare gli investimenti nel tratto marino sono state chiamate l’italiana ENI, la francese EDF e la tedesca Wintershall. Nel tratto balcanico, la società moscovita ha inaugurato una joint-venture con le maggiori compagnie dell’industria petrolifera di ogni Paese, con investimenti equamente suddivisi. Era ormai dall’aprile del 2010, mese in cui venne firmato l’ultimo accordo con l’Austria, che la questione South Stream a livello giuridico sembrava chiusa. Ecco perché i russi hanno affermato che la tempistica della pronuncia di Bruxelles sembra sospetta e collegata alle fallite trattative per l’ingresso dell’Ucraina nell’UE a causa delle pressioni russe. A fine novembre, infatti, il Presidente ucraino, Viktor Janukovič, aveva interrotto il negoziato europeo e nel contempo ravvivato la stipula di un’associazione doganale con i Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), manifestazione dell’egemonia politico-economica russa sugli ex Stati satelliti sovietici.

L’Ucraina è uno snodo geoeconomico di primaria importanza per le politiche russe in Europa legate al gas. Kiev è la porta di accesso principale e il naturale corridoio dell’approvvigionamento energetico dell’Europa centrale al gas russo. La mancanza di una stretta alleanza tra Russia e Ucraina sarebbe deleteria per gli affari di Gazprom e la sicurezza energetica che questa deve garantire all’Europa. Dopo la caduta del Muro di Berlino e un iniziale governo filorusso di Leonid Kučma, durato fino alla fine del secolo, il decennio passato ha visto l’affermazione di élite schierate su posizioni occidentali, prima guidate da Viktor Juščenko e poi da Julija Tymošenko, con conseguenti problemi sulla sicurezza delle pipeline. Infatti le rinegoziazioni delle tariffe ucraine dopo la “Rivoluzione arancione” hanno causato tensioni tra Mosca e Kiev, con vicendevoli ritorsioni che hanno messo a rischio il pompaggio di gas nelle condotte ucraine e, quindi, il sicuro approvvigionamento per il mercato europeo. Quasi tutti i gasdotti russi, progettati prima degli anni ’90, facevano dell’Ucraina il fulcro per le diramazioni della rete in Europa. Sono tre i gasdotti di epoca sovietica che transitano attraverso l’Ucraina. Il principale è il Western Siberia Pipeline, che ha una capacità di 32 miliardi di metri cubi l’anno. Seguono il Soyuz, il Brotherhood e il Northen Lights, che si allacciano poi ad altre due tratti di pipeline che prendono il nome di Transgas e di Tag quando arrivano in Slovacchia e Austria per rifornire il centro Europa, soprattutto la Germania e l’Italia. Infine, sul territorio ucraino passa una diramazione dello Yamal-Europe, il gasdotto principale per l’approvvigionamento tedesco, che devia in Ucraina per giungere in Austria. Così, circa l’80 per cento del gas che Gazprom vende ai mercati europei passa per le pipeline ucraine. Una dipendenza strategica cui Mosca non ha voluto sottostare, pensando soprattutto agli investimenti necessari nel lungo periodo. Per questo motivo, il Cremlino ha ritenuto essenziale la costruzione di nuove pipeline che aggirino il territorio ucraino e rispondano alla domanda in crescita dei mercati europei (Gazprom prevede un aumento del fabbisogno energetico di gas nei prossimi venti anni del 25% e questo surplus europeo dei consumi sarà legato per l’80% alle importazioni estere).

Il South Stream è l’ultimo progetto in corso d’opera dopo il North Stream. Quest’ultimo, la cui costruzione è terminata nel 2011, evitare il passaggio in territorio ucraino attraversando le acque internazionali del Baltico per approdare infine sulle coste tedesche. Entrambi i gasdotti hanno una capacità di pompaggio molto elevata: il North Stream di 55 bcm/year mentre per il South Stream si prevede un flusso di 63 bcm/year. Sfruttando un’iniziale politica energetica anti-ucraina, Gazprom ha diversificato già le proprie linee di approvvigionamento trovandosi preparata su ogni fronte europeo ed evitando di potenziare ulteriormente il corridoio ucraino già di per sé saturo. La strategia di Gazprom è volta a completare la rete di pipeline in Europa e poter servire praticamente tutti i partner europei insistendo sui Paesi che, ad oggi, hanno ancora bassi consumi e possibilità di crescita, come quelli dell’area balcanico-danubiana. Inoltre, l’attuale contingenza politica favorevole a Mosca in Ucraina, grazie alla presidenza filorussa di Viktor Janukovyč, fa sì che l’approvvigionamento di gas russo all’Europa non abbia problemi di sorta in nessuna direzione.

L’intento di Gazprom è chiaro: divenire il maggiore fornitore di gas in Europa aumentando l’approvvigionamento attraverso i propri esclusivi gasdotti. L’Unione Europea invece, in nome del libero e comune mercato, sta ora cercando di contrastare la posizione preminente del colosso energetico e le sue mire monopolistiche con una propria politica energetica, ad oggi per la verità insoddisfacente. Il primo passo è stato la progettazione parallela di gasdotti finanziati dalla stessa UE che seguissero le rotte aperte dalle pipeline di Gazprom ponendosi in concorrenza con Mosca. Il primo grande progetto, il Nabucco, è tramontato per gli eccessivi costi. Il suo percorso era speculare a quello del South Stream e avrebbe permesso ai Paesi balcanici di comprare il gas azero da un secondo fornitore: il gas infatti sarebbe stato distribuito da compagnie occidentali e non da Gazprom.

Ad oggi, però, gli unici progetti europei sulla carta sono il White Stream, che seguirebbe la direttrice nord del South Stream passando per i Balcani, e, soprattutto, il Trans-Adriatic Pipeline (TAP) che, invece, attraverserà Turchia, Grecia e Albania per arrivare in Italia attraverso il Mar Ionio. La valenza geopolitica del TAP è però ridotta. Seppure la sua progettazione ha evitato che il South Stream prevedesse una diramazione anche in Grecia dal Mar Nero, il TAP non scalfirà minimamente il predominio Gazprom. La sua capacità si dovrebbe aggirarsi solo su 10 bcm/year e lascerà al monopolio russo tutti i Paesi balcanici coinvolti nel progetto South Stream, non permettendogli alternative nell’approvvigionamento di gas. La diversificazione energetica tanto auspicata dall’UE non è attuabile nel breve periodo, e nel lungo è destinata solo ad intaccare minimamente le quote di mercato russe. Tanto più che altre fonti di approvvigionamento come i Paesi del Nord Africa appaiono sempre più instabili e inaffidabili. Algeria e Libia, infatti, rappresentano due importanti provider energetici per l’Europa e, in particolare, per l’Italia. Lo sfaldamento delle istituzioni libiche ed i crescenti attacchi alle infrastrutture energetiche da parte di milizie tribali hanno già determinato un sostanzioso ridimensionamento delle quantità di petrolio e gas con cui Tripoli rifornisce il Vecchio Continente. Per quanto riguarda l’Algeria, nonostante l’apparente tenuta dell’apparato istituzionale, l’esplosione di latenti tensioni sociali e le attività terroristiche nelle regioni meridionali potrebbero compromettere la stabilità del Paese e determinare un’interruzione nelle forniture.

L’attacco jihadista all’infrastruttura estrattiva di In Amenas, nel gennaio del 2013, rappresenta un esempio degli shock cui il mercato energetico nordafricano potrebbe essere esposto.

La posizione di Gazprom potrebbe essere messa seriamente in pericolo dall’utilizzo dello shale gas, o gas di scisti, ma al momento preoccupazioni di carattere economico e ambientale impediscono ai Paesi europei (nel cui territorio si troverebbe il 10 per cento di questa risorsa su scala mondiale) di sfruttarne appieno il potenziale. Per questo, l’unico strumento in mano alla Commissione Europea sembra essere, al momento, quello giuridico. L’obiettivo è convincere i Paesi europei ad allentare la pressione monopolista di Gazprom e garantirsi, con una rinegoziazione dei contratti, una maggiore forza contrattuale nei confronti del colosso energetico russo.