03 GENNAIO 2014
Il nuovo Myanmar al centro degli interessi internazionali
DI Fabiana Urbani

Il 13 novembre Antonio Tajani, Vicepresidente della Commissione Europea e Responsabile per l’Industria e l’Imprenditoria, si è recato in Myanmar nell’ambito della Task Force UE – Myanmar, un’iniziativa lanciata a marzo per sostenere la transizione politico-economica del Paese asiatico. Durante la sua visita, Tajani ha firmato tre importanti accordi su turismo, agricoltura, energia, infrastrutture ed industria manifatturiera. L’obiettivo dell’Unione Europea, infatti, è quello di stabilire un partenariato economico con Naypyidaw, mercato molto promettente e in forte espansione in seguito alla rimozione definitiva dell’embargo economico (ad accezione di materiali e sistemi di uso militare) avvenuto lo scorso 22 aprile. La decisione era stata presa dai Ministri degli Affari Esteri dei Paesi membri dell’UE in seguito alla valutazione dei progressi in senso democratico del Myanmar, dopo che già nel 2012 Bruxelles aveva sospeso per un anno le sanzioni per stimolare il governo birmano a proseguire nella sua transizione. In effetti, nel 2012 le esportazioni dell’UE verso Naypiydaw sono cresciute del 60% rispetto all’anno precedente; la Commissione Europea ha inoltre stanziato 75 milioni di euro l’anno per sostenere lo sviluppo birmano e ha inserito il Myanmar nello Schema di Preferenze Generalizzate (SPG), che consente di abolire le imposte per le esportazioni dei prodotti locali nel mercato europeo.

La visita di Tajani è soltanto l’ultimo di una serie di contatti tra le autorità birmane e i leader internazionali per la promozione di rapporti economici dopo la fine dell’embargo e le riforme interne. Dal 2011, infatti, il governo birmano, controllato dalle gerarchie militari, ha intrapreso un processo di graduale liberalizzazione politico-economica, sia per le crescenti pressioni della comunità internazionale sulla vicenda dell’arresto della leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, sia per alleggerire le sanzioni occidentali e svincolarsi dalla pesante influenza cinese. Tra i provvedimenti varati negli ultimi anni dal governo dell’ex Generale Thein Sein vi sono lo scioglimento della giunta militare, la liberazione dei prigionieri politici e la legalizzazione del partito d’opposizione di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia (National League for Democracy o NLD); il 13 novembre 2010, inoltre, San Suu Kyi è stata liberata e nell’aprile 2012 le è stato consentito di partecipare alle elezioni suppletive, nelle quali il suo partito ha guadagnato 40 dei 45 seggi in lizza, su 1160 totali nella Camera bassa del Parlamento.

Dal punto di vista economico, il Myanmar ha cominciato ad aprirsi al mercato internazionale dopo anni di isolamento, stagnazione e dipendenza quasi esclusiva dalla Cina. Nel novembre 2012 è stata approvata la Legge sugli Investimenti Esteri che ha consentito un incremento sensibile dell’afflusso di capitali stranieri, passati da 300 milioni di dollari nel 2010 a 20 miliardi del 2011, con un aumento del 667%. Le riforme in senso liberale hanno attratto numerosi investitori stranieri, ai quali vengono offerte condizioni molto vantaggiose come la rimozione dell’obbligo di attività economiche compartecipate da soci di nazionalità birmana e forti incentivi fiscali. Grazie a tali provvedimenti e alla sospensione dell’embargo, nel 2012 il tasso di crescita del PIL birmano è stato superiore al 6% e le stime prevedono trend in crescita per i prossimi anni.

Nonostante la povertà e l’arretratezza, le potenzialità del mercato birmano sono molto promettenti: Naypyidaw è il primo produttore mondiale di teck (legname pregiato proveniente dall’omonimo albero), ha ingenti risorse naturali quali gas, rame, nickel, bauxite, gomma naturale, pietre preziose. Il Paese può inoltre sfruttare la sua straordinaria posizione geografica, vicina ai giganti dell’economia mondiale (Cina, India e altri Stati del Sud-Est Asiatico), di fronte al Golfo del Bengala e allo sbocco nord-occidentale dello Stretto di Malacca, dove transita la maggior parte del commercio navale asiatico. Le risorse del sottosuolo e la posizione strategica, oltre alla disponibilità di manodopera a basso costo, mettono dunque il Myanmar al centro degli interessi economici e geopolitici internazionali.

La Cina, che condivide con il Myanmar oltre 2000 km di confine, è il primo partner economico di Naypiydaw con circa il 60% delle forniture complessive, 4 miliardi di dollari all’anno di interscambio commerciale e una quota del 35% degli investimenti diretti esteri nel Paese. Seguono gli altri Stati del Sud-Est asiatico, in particolare Thailandia (34% delle esportazioni totali) e Singapore (15%). Per la Cina, il Myanmar è vitale non solo per motivi economici, ma anche geopolitici. In tal senso, nell’agosto 2013 è stato inaugurato l’oleodotto-gasdotto tra Cina e Myanmar, lungo 2300 km, che dal porto birmano di Sittwe, capitale dello Stato occidentale di Rakhine nella Baia del Bengala, arriva a Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan. Tale pipeline è assolutamente strategica per Pechino, dal momento che consente alla Cina di affrancarsi dalla necessità di percorrere lo stretto di Malacca, chokepoint tra i più trafficati, per il rifornimento di energia proveniente soprattutto dal Medio Oriente e dall’Africa. Il corridoio energetico birmano sarà utilizzato anche nel nuovo progetto per lo sfruttamento del giacimento di gas Shale nel mare di Andaman (Golfo del Bengala) che vedrà coinvolte la Cina, la Corea del Sud e l’India. Il gasdotto partirà dal porto di Kyaukryu, nello Stato federale costiero occidentale di Rakhine, per passare in Cina attraverso la città di confine di Ruili, nell’ovest dello Yunnan. Parallelamente al tragitto della pipeline sarà costruita una ferrovia per il trasporto del gas liquido che vedrà sempre Ruili come città per lo smistamento. Nonostante gli investimenti cinesi siano di primaria importanza per il Myanmar, la presenza di Pechino viene percepita come sempre più ingombrante. Ne è un esempio la sospensione del progetto della diga Myitsone sul fiume Irrawaddy, nella regione del Kachin. La centrale idroelettrica avrebbe dovuto produrre energia da destinarsi a Pechino, mentre la popolazione locale avrebbe sofferto pesanti ripercussioni a livello ambientale e sarebbe stata costretta a trasferimenti forzati per consentire la costruzione della centrale. Giustificando la scelta con le massicce proteste popolari, il Presidente Thein Sein ha deciso di interrompere il progetto.

Approfittando del tentativo di Naypiydaw di svincolarsi dal gigante cinese per integrarsi nel mercato globale, anche altri Stati hanno stretto rapporti economici con il governo birmano. Nel novembre 2012 gli Stati Uniti hanno sospeso l’embargo economico verso il Myanmar, mantenendo soltanto il divieto di importazione per le pietre preziose, il cui commercio alimenta traffici illegali e corruzione. Washington ha avviato significativi progetti di cooperazione economica e militare con il Myanmar: ad esempio, gli USA hanno invitato osservatori birmani a partecipare alle esercitazioni “Cobra Gold” (febbraio 2013) insieme alla Thailandia. Per Washington, infatti, è fondamentale rafforzare la propria presenza militare nel Sud-est asiatico nel contesto del “Pivot Asiatico”, il ricollocamento militare strategico nel Pacifico che punta ad incrementare le capacità di proiezione statunitensi nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. La cooperazione tra Washington e Naypiydaw ha tuttavia irritato Pechino, che mira a mantenere il suo rapporto esclusivo con il Myanmar sia per motivi economici che strategici.

Anche la Thailandia, secondo partner commerciale del Myanmar, ha concluso nel 2012 un accordo con Naypiydaw per la costruzione di un porto per navi d’altura e di una zona industriale a Dawei, capitale della provincia meridionale di Taanintharyi. La prima fase del progetto dovrebbe essere completata nel 2015 ed è funzionale al consolidamento dei traffici commerciali dei Paesi dell’Association of South-East Asian Nations (ASEAN).

L’India guarda con grande favore all’evoluzione interna birmana, sia in chiave anti-cinese sia per lo sviluppo del proprio mercato. Oltre ai legami storici e religiosi, infatti, i due Paesi hanno sviluppato un buon interscambio commerciale, valutato attorno ai 1,2 miliardi di dollari all’anno. L’India, inoltre, finanzierà il progetto di trasporto multimodale sul fiume Kaladan, che collegherà il porto birmano di Sittwe allo Stato indiano del Mizoram. Attraverso questi ed altri progetti, Nuova Delhi avrà non solo l’opportunità di espandere i suoi commerci nel Sud-Est asiatico, ma anche di erodere la supremazia cinese nella regione. Anche la Federazione Russa ha iniziato a sviluppare legami economici con il Myanmar, soprattutto di natura militare, che sono in costante crescita. I due Paesi hanno avviato negli ultimi anni una cooperazione militare: l’arsenale birmano si sta rifornendo di armi russe, come i caccia MiG-29 e gli elicotteri Mi-17 e Mi-24, e sempre più militari del Myanmar si addestrano in Russia; si prospetta anche una collaborazione nell’ambito navale, settore finora quasi esclusivamente dominato dai cinesi. Infine, nel maggio 2013 il Giappone ha deciso di cancellare il debito di circa 2 miliardi di dollari che Naypiydaw aveva contratto con Tokyo, annunciando anche un piano di aiuti per rilanciare l’economia birmana dopo la fine dell’embargo, in un’ottica di indebolimento della presenza cinese nel Sud-est asiatico.

Gli alti tassi di crescita del Paese hanno spinto anche la Banca Mondiale e la Banca dello Sviluppo Asiatico (Asian Development Bank ADB) ad approvare prestiti in favore del Myanmar per quasi 1 miliardo di dollari. In particolare, la Banca Mondiale ha approvato un prestito di 140 milioni di dollari per la costruzione di una centrale energetica nello Stato di Mon e un altro di 80 milioni di dollari per lo sviluppo delle aree rurali. Grazie ai fondi della Banca Asiatica di Sviluppo, il Myanmar ha invece avviato la costruzione di infrastrutture fondamentali come il porto di Tavoy, che in futuro sarà un hub strategico per le rotte commerciali nel Sud-Est Asiatico. Ulteriori stimoli alla crescita birmana sono provenuti dal World Economic Forum dell’Est asiatico, svoltosi nella capitale del Myanmar lo scorso giugno; nel 2014, inoltre, il Paese assumerà la presidenza dell’ASEAN e ospiterà i Giochi del Sud-Est asiatico.

Nonostante le opportunità e gli interessi che ruotano attorno al Myanmar, il Paese deve ancora fare i conti con numerose problematiche interne. Innanzitutto, il 32% dei cittadini birmani vive ancora sotto la soglia di povertà; nella maggior parte del Paese la disponibilità di energia elettrica è assente o scarsa, le strutture sanitarie e scolastiche sono carenti. Il Myanmar, inoltre, rimane il secondo produttore mondiale di oppio ed è un importante snodo di traffici illegali. La transizione democratica è ancora lunga: la censura rimane molto stretta, la Costituzione del 2008 in vigore è quella scritta dai militari e contiene numerose disposizioni illiberali. La Carta, infatti, statuisce che il 25% dei seggi parlamentari sia riservato ai militari e vieta ai cittadini che abbiano coniugi o figli di nazionalità straniera di candidarsi alla Presidenza, le cui elezioni sono previste per il 2015. Quest’ultima norma, in particolare, sarebbe stata inserita proprio per precludere a San Suu Kyi di partecipare alle elezioni presidenziali, dal momento che la leader dell’opposizione è vedova di un medico inglese e ha due figli di cittadinanza britannica. I termini per presentare le proposte di revisione della Carta sono scaduti il 15 novembre, mentre il rapporto finale dovrà essere redatto entro il 31 dicembre. Oltre alle questioni di natura politica, nel Paese persistono diversi conflitti etnici in grado di destabilizzare anche per gli Stati limitrofi. Innanzitutto, nel 2011 è ripreso il conflitto tra le autorità centrali e i ribelli dello Stato settentrionale di Kachin dopo 17 anni di cessate il fuoco. I kachin, minoranza etnica di religione prevalentemente cristiana, si scontrano con il governo di Naypiydaw per chiedere maggiore autonomia e la cessazione della violazione dei diritti umani nella loro regione. Un’altra zona calda del Paese è lo Stato occidentale di Rakhine, dove è in atto un violento conflitto tra la minoranza musulmana Royingya (circa il 40% della popolazione locale) e la maggioranza buddhista. La Cina sfrutta queste tensioni interne per fare pressione sul governo di Naypiydaw e tenerlo vincolato a Pechino, ad esempio appoggiando il Kachin Independent Army, gli indipendentisti di etnia karen dello Stato federale di Shan e servendosi delle proteste degli Wa, etnia che vive a cavallo dei confini cinesi e birmani.

Le sfide di politica interna ed estera che attendono Naypiydaw sono ancora molte, ma i segnali di apertura sono stati accolti positivamente dalla comunità internazionale. Il futuro del Myanmar è legato a quelle che saranno le capacità della sua classe dirigente, che potrebbe trovarsi in bilico tra le diverse politiche egemoniche delle grandi potenze globali, Usa e Cina prime di tutte. La sfida più importante per i futuri governi birmani potrebbe essere quella di realizzare un equilibrio sostenibile tra le necessità delle imprese straniere, desiderose di sfruttare le potenzialità economiche del Paese, e i bisogni della popolazione, bramosa di riforme sociali e di una maggiore liberalizzazione dello scenario politico.