17 DICEMBRE 2013
Le sfide per il futuro della Turchia
DI Andrea Ranelletti

Quella della Turchia degli anni Duemila è la parabola di un Paese in trasformazione, in grado di evolversi in potenza regionale dopo l’efficace ristrutturazione di un’economia strutturalmente instabile, che ha raggiunto nello scorso decennio livelli di crescita comparabili a quelli dei cosiddetti BRICS, con picchi di crescita del PIL pari al 9% nel 2004 e nel 2010. Il premier Recep Tayyip Erdogan e il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) si sono resi espressione della possibilità di unire il progresso economico e sociale a una forma moderata di islamismo. L’esempio turco, secondo l’intenzione pubblicamente espressa dallo stesso Erdogan, sarebbe dovuto divenire un modello di sviluppo per tutti i Paesi del cosiddetto Medio Oriente allargato.

Nell’ultimo anno, parte dell’ottimismo che ha accompagnato la crescita di Ankara è parso venir meno di fronte a un rallentamento dei livelli di sviluppo, ai timori di un indebolimento strutturale dell’economia del Paese e all’aumento delle proteste contro gli eccessi del governo nella repressione dei diritti civili. La diffusione del malcontento sociale in Turchia, culminata nello scontro frontale tra manifestanti e forze dell’ordine iniziato nello scorso maggio al Gezi Park e diffusosi nel resto del Paese, ha spinto alcuni osservatori a paventare una possibile “Primavera turca”, paragonando l’esplosione delle proteste dei manifestanti nel Paese all’ondata di malcontento che ha stravolto Medio Oriente e Nord Africa. Si tratta, a ben vedere, di scenari troppo diversi per essere accostati. Resta, tuttavia, il dato evidente di un incremento dei dissidi interni in un Paese, la Turchia, che aveva fondato il proprio progresso sulla capacità di unirsi attorno a un diffuso desiderio di crescita e ammodernamento.

L’AKP di Erdogan è giunto al potere nel novembre del 2002, trionfando con il 34,2% dei voti in un’elezione in cui si presentava all’elettorato turco come principale elemento di cambiamento e trasformazione. Anni di politiche economiche imprudenti, di liberalizzazioni portate avanti senza adeguate istituzioni regolamentatrici e di livelli di inflazione insostenibili frenavano la crescita del Paese, ancorandola a una lunga serie di alti e bassi. Nel giro di pochi anni, l’AKP si è mostrato in grado di donare all’economia della Turchia la solidità necessaria (in questo quadro va sottolineato il ruolo giocato da Kemal Derviş, Ministro dell’Economia nell’ultimo Governo Ecevit, che ha attuato una serie di riforme cruciali per la stabilizzazione macroeconomica della Turchia), riuscendo a garantire una crescita elevata e costante del Prodotto Interno Lordo, una stabilizzazione dei livelli di inflazione e un progresso industriale che non aveva precedenti nel Paese.

Nel giro di pochi anni la società turca ha iniziato a beneficiare degli effetti tangibili del cambiamento in atto: il tasso di povertà è diminuito rapidamente (dal 28% del 2003 al 17.8% del 2008), banche più solide hanno fornito la liquidità necessaria a sostenere un’industria in crescita, l’esportazione verso i Paesi vicini ha conosciuto un progresso fondamentale divenendo uno dei motori dello sviluppo. A sostenere la crescita turca sono stati anche la disponibilità di manodopera a basso costo e lo sviluppo della piccola e media impresa in Anatolia, una delle regioni tradizionalmente più arretrate del Paese. In breve tempo, è cresciuto significativamente il numero di lavoratori impiegati nell’industria e nel terziario, a scapito di settori meno redditizi come, ad esempio, l’agricoltura.

Nonostante la crisi economica globale del 2008-09 abbia avuto un sensibile impatto sulle finanze turche - dopo anni di espansione, il PIL ha conosciuto dapprima un arresto (+0,7% nel 2008), quindi un duro tracollo (-4,8% nel 2009) legato alla contrazione economica mondiale – il Paese ha ripreso immediatamente la propria crescita nei due anni successivi a un ritmo medio del 9%. Lo sviluppo economico ha cambiato la morfologia sociale della Turchia: secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2003 il Pil Pro Capite era pari a 4.500 dollari statunitensi annui, mentre nel 2012 ha raggiunto i 10.600 dollari (contro una media mondiale di 10.200 dollari). La drastica riduzione dell’inflazione (scesa dal 25% del 2003 al 9% medio degli anni successivi) e l’aumento della ricchezza hanno consentito l’ingrandimento della classe media, il cui benessere ha costituito un motore propulsivo per il cambiamento del Paese.

Sviluppo economico e stabilità politica hanno permesso alla Turchia di imporsi come modello nel Medio Oriente. Anni di tentativi frustrati di entrare a far parte dell’Unione Europea, un progressivo allontanamento dallo storico alleato israeliano e il desiderio di sviluppare legami politici ed economici più stretti con i Paesi vicini hanno dato forma e identità alla politica estera della Turchia dei tardi anni Duemila. Ahmed Davutoglu, Ministro degli Affari Esteri dal 2009, ha plasmato definitivamente le linee di un orientamento (la cosiddetta dottrina “zero problemi con i vicini”) già definito a grandi linee dal suo predecessore Ali Babacan. La Turchia ha cercato di ridurre i punti di attrito con la Siria di Assad, in passato fortemente ostile ad Ankara, e con il vicino iraniano, storico rivale regionale. L’indebolimento della tradizionale alleanza politico-militare (ma non di quella economica) con Israele, verificatasi dopo il bombardamento israeliano su Gaza del dicembre 2008 e dopo gli eventi di Mavi Marmara del maggio 2010, ha consentito ad Ankara di avvicinarsi ulteriormente agli altri governi del Medio Oriente ostili a Tel Aviv.

Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, una serie di fattori sta testando la solidità delle basi su cui poggia la crescita di Ankara, accrescendo le sue difficoltà nel mantenere intatto il modello di progresso di cui si era fatta portatrice e ponendo nuove sfide al governo dell’AKP. Nonostante i ripetuti successi elettorali e l’alto grado di consenso che il partito di governo può ancora vantare, è cresciuto il malcontento di una parte della cittadinanza nei confronti del suo conservatorismo e della disinvoltura con cui viene repressa l’opposizione sia nelle piazze che sui mezzi d’informazione. A fine maggio scorso, la dura repressione delle forze dell’ordine ai danni di un gruppo di manifestanti che protestavano contro la costruzione di un centro commerciale al centro di Istanbul ha dato il via a una serie di proteste contro il governo Erdogan in gran parte del Paese. Lungi dall’essere classificabili come eventi isolati, le manifestazioni hanno rivelato la maturazione di un sentimento di opposizione al conservatorismo islamista di Erdogan. Un ruolo centrale nelle proteste è stato giocato da parte di quella classe media che, cresciuta in dimensioni e importanza nel corso del boom economico, reclama ora il riconoscimento di maggiori diritti di espressione e pensiero, puntando il dito contro lo stile autoritario del governo.

Al declino della stabilità interna si somma inoltre una serie di complicazioni nelle relazioni con i Paesi vicini: l’esplosione del conflitto siriano ha causato la cessazione delle relazioni con il governo di Assad e la presa di posizione al fianco dei ribelli. La progressiva radicalizzazione del conflitto, con l’acquisizione di un peso crescente da parte delle frange jihadiste rispetto a quelle secolari nella battaglia contro Assad, e l’accentuazione delle divisioni settarie (fronte sciita contro fronte sunnita) anche a livello internazionale hanno reso più complesso il quadro. L’arrivo di centinaia di migliaia di profughi siriani nel Sud della Turchia sta creando un’emergenza umanitaria sul territorio nazionale.

Il complesso quadro regionale emerso negli ultimi anni complica, e non poco, i piani di accrescimento dell’influenza turca in Medio Oriente. Il desiderio di stabilire relazioni più forti con l’autonomia regionale curda in Iraq – oasi di stabilità in una nazione logorata dal conflitto settario tra sunniti e sciiti – ha causato il declino dei rapporti con Baghdad, aggravato anche dalla scelta di Ankara di trattare direttamente con il Governo Regionale del Kurdistan iracheno di Mahmoud Barzani l’esportazione del petrolio di cui Erbil è ricca. Il sostegno fornito dalla Turchia al governo di Mohammed Morsi in Egitto, poi, si è rivelato una scelta fallimentare all’indomani della presa di potere della giunta militare in Egitto e ha inoltre contribuito alla complicazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, acerrima nemica della Fratellanza Musulmana.

La decisione turca di rallentare il processo di riavvicinamento con Israele, in questo contesto, si è dimostrata in parte controproducente. Da un lato, poiché una più forte collaborazione con Tel Aviv avrebbe consentito ad Ankara di poter contenere in maniera più efficace i rischi prodotti dal caos siriano; dall’altro, perché la decisione di tener viva la conflittualità con Israele ha infine causato il forte disappunto del Presidente americano Barack Obama, che si era speso con decisione nello scorso marzo per convincere il Premier israeliano Netanyahu a effettuare la telefonata ufficiale di scuse a Erdogan per l’incidente della Mavi Marmara.

Nel contempo, al declino della stabilità regionale sembra abbinarsi il fallimento degli sforzi turchi di integrare la propria economia con quella dei Paesi vicini. La chiusura dei rapporti con la Siria e il conflitto con Baghdad stanno mettendo a dura prova i tentativi di Ankara di aumentare i flussi dell’interscambio regionale, in linea con quanto inizialmente verificatosi negli anni del boom economico.

L’economia turca ha mostrato la propria forza, tornando a crescere nel 2013 sopra il 4% dopo il rallentamento del 2012 (2,2% contro l’8,5% dell’anno precedente). La debolezza dei mercati e degli investitori internazionali stanno però avendo ripercussioni sull’Investimento diretto estero nel Paese, che non ha più raggiunto i livelli del 2006-2008. Il rischio sostanziale per la Turchia di oggi è lo sfibramento delle condizioni necessarie a far sì che, una volta esauriti i vantaggi recati dalla stabilizzazione macroeconomica, lo sviluppo continui sulla strada giusta: un alto tasso di investimento interno, una valida diversificazione industriale ed esportativa, un livello di risparmio privato adeguato.

La Turchia dovrà mostrarsi in grado di stabilizzare sul lungo termine le conquiste economiche ottenute in questi anni di crescita e libero mercato, risolvendo i problemi interni per saper poi meglio affrontare quelli posti dai cambiamenti regionali. Per farlo sarà necessario che il Paese sappia porre un argine ai suoi squilibri interni attraverso politiche e scelte di governance adeguate. Qualora, infine, la modernizzazione garantita dalla crescita economica non venisse accompagnata da un maggior riconoscimento dei diritti civili come richiesto da parte della cittadinanza, è prevedibile un aumento delle pressioni disgregatrici interne a un tessuto sociale sviluppatosi su equilibri fragili. La presa che il governo di Recep Tayyip Erdogan ancora mantiene sul Paese dovrà essere utilizzata per dare vita a riforme utili a limitare il processo di polarizzazione in corso, consentendo alla Turchia di riprendere la propria corsa con rinnovata solidità.