21 NOVEMBRE 2013
Tajikistan: le garanzie politiche della rielezione di Rakhmon
DI Salvatore Rizzi

Le elezioni presidenziali del 7 novembre in Tagikistan hanno confermato, per la quarta volta, la vittoria di Emomali Rakhmon, alla guida del Paese ormai dal 1993. Il voto ha avuto caratteristiche plebiscitarie: l’86,6% degli aventi diritto si è espresso per l’83,6% a suo favore. I numeri parlano di un consenso pressoché assoluto che va però mediato e ridimensionato dall’inesistenza di un’opposizione strutturata e libera. Il presidente in carica è stato sfidato da quattro candidati di basso profilo, mentre lo sfidante più accreditato, Oilnihol Bobonazarova, non ha nemmeno preso parte alla contesa per irregolarità nella presentazione delle liste. Bobonazarova, leader del Partito della Rinascita Islamica, sarebbe stato tra gli altri contendenti l’unico rappresentante di un partito confessionale strutturato che non ha omologhi in tutta l’Asia Centrale. Una dimostrazione di potere autocratico che ha ricevuto dure critiche dagli osservatori dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) per una campagna elettorale senza una vera possibilità di scelta, con una propaganda unidirezionale e diffuse irregolarità come il voto per delega e il voto multiplo. Un parere opposto a quello degli osservatori della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), che pur riconoscendo alcuni casi di votazione irregolare, non hanno espresso dubbi sulla validità dell’elezione di Rakhmon, suffragata – a dir loro – dall’ampia partecipazione popolare.

Il placet della CSI a Rakhmon sottende il favore che Mosca mostra nei confronti della leadership: il rapporto tra i due Paesi è stretto da vincoli politico-economici e militari. Rakhmon ha ricoperto incarichi di vertice già nel Tagikistan sovietico: facente parte della nomenclatura fu eletto Ministro del Consiglio Supremo, divenne subito Presidente di quest’ultimo per poi succedere a Rakhmon Nabiyev come Presidente della Repubblica ormai indipendente dalla Russia. La separazione istituzionale da Mosca dopo il crollo dell’Unione Sovietica, non ha impedito la continuazione di un forte legame economico e politico. Le migrazioni interne ai Paesi dell’ex Unione Sovietica permettono adesso al Tagikistan di sostentare parte del proprio PIL grazie alle rimesse dei lavoratori in Russia e ad un interscambio commerciale essenziale che fa di Mosca il secondo partner per le importazioni. Intesa economica rafforzata anche dalla decisione russa di azzerare quasi del tutto il credito monetario vantato e di vendere petrolio senza tasse addizionali: uno sconto che permette al Tagikistan di vedersi abbassare il prezzo del carburante di circa il 35% rispetto al valore pagato fino al 2010.

Le connessioni più strette e strategicamente più importanti sono però quelle militari. Mosca ha stanziato in Tagikistan il più numeroso contingente all’estero. 7.000 soldati appartenenti alla 201ma divisione di Fucilieri Motorizzati sono dislocati in tre Reggimenti: nella capitale Dushambe è presente il 92esimo battaglione, a Kulob e a Kurgan-Tyube - al confine sudorientale con l’Afghanistan - rispettivamente il 148esimo battaglione e il 191esimo battaglione. Quest’ultimo ha in dotazione una batteria di BM 21 “Grad”. La numerosa divisione si trova in Tagikistan dal 1992 quando fu essenziale nel sostenere il governo Rakhmon contro la ribellione islamista della provincia autonoma di Gorno-Badahšan - supportata dal Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU) - e durata fino al 1997. I fondamentalisti uzbeki, nati nel 1991, hanno dato un importante supporto ai ribelli islamici tagiki grazie alla vicinanza dei rispettivi territori nei quali operavano e all’ideologia comune. La provincia tagika di Gorno-Badahšan è circondata, lungo il confine con l’Afghanistan, dalla Valle di Fergana, dove l’IMU stabilì il suo primo nucleo operativo. Gli accordi di peacekeeping siglati da allora, l’ultimo è in ratifica in questo mese, permetteranno all’Esercito russo di restare in territorio tagiko fino almeno al 2042 cristallizzando il proprio avamposto nel Paese dell’Asia Centrale. Infatti oltre alla divisione menzionata, Mosca ha variato lo stanziamento a Dushanbe con la presenza del 998esimo Reggimento di Artiglieria, il 1098esimo Reggimento di Difesa Aerea affiancato da sette elicotteri; infine il 670esimo Gruppo Aereo con cinque velivoli Sukhoi Su-25 Frogfoot. L’intento politico di Mosca con la forte presenza militare in Tagikistan è chiaro: porre nuovi avamposti nei vecchi territori dell’Unione Sovietica riconquistando un’influenza geopolitica vera in quelle ex Repubbliche da sempre facenti parte del Grande Spazio russo, prima zarista e poi sovietico.

La presenza ultradecennale rinnovata ha ricadute strategiche importanti, sia sul fronte interno che esterno tagiko. La difesa dei confini con l’Afghanistan è per Mosca ora essenziale, dopo il ritiro delle truppe NATO, contro il pericolo talebano e fondamentalista. Le truppe russe stanziate in Tajikistan hanno l’importante funzione di supportare il dispositivo militare locale nel caso in cui questo non sia in grado di neutralizzare le minacce terroristiche provenienti dall’Afghanistan. Nonostante i tagiki in Afghanistan siano infatti un quarto della popolazione, abitino prevalentemente il nord del Paese e siano in lotta contro i pashtun, non hanno collegamenti con l’establishment tagiko per stilare un’agenda trasversale contro il pericolo che li accomuna. Ad uno sguardo più approfondito però le forze russe più numerose sono stanziate nella capitale, lontane dal confine afgano. Le motivazioni della forte presenza al centro del Paese vanno oltre quindi il dispositivo di difesa collettiva che la Russia ha ideato con il Tagikistan – insieme alle altre ex repubbliche centroasiatiche – dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). La Russia è volta a rafforzare lo status quo del regime di Rakhmon non solo impendendo la comparsa di nuovi focolai di rivolta di matrice islamica e fondamentalista contro la capitale, ma potenziando nei prossimi anni l’Esercito tagiko. Entro il 2025 la Russia infatti porterà finanziamenti alle forze armate per 200 milioni di dollari.

Da parte sua Rakhmon si è mostrato garante delle preoccupazioni di Mosca promulgando una severa legge sull’antiterrorismo che mira a ridimensionare il proselitismo islamico – come il divieto dei minori fino a 18 anni di frequentare la moschea o alle donne di indossare il velo – nonostante il 99% della popolazione sia di fede musulmana. La libertà religiosa in Tagikistan è poi strettamente controllata e imbrigliata in norme illiberali: come il divieto di costruire una moschea in città inferiori ai 10.000 abitanti, la notifica statale alla nomina degli imam e il controllo preventivo sulle pubblicazioni di carattere religioso. In questo modo Rakhmon può usufruire di uno strumento legale ancor più stringente per controllare le attività dei cittadini, consolidando il proprio potere e guidando la crescita del Paese senza problemi di ordine interno. Negli ultimi tre anni la crescita media del PIL si è assestata al 7% grazie ai maggiori investimenti nel settore industriale e infrastrutturale danneggiato gravemente dalla guerra civile. Nonostante ciò, la povertà nel Paese è endemica – il Tagikistan è il Paese più povero dell’Asia Centrale – colpendo il 40% della popolazione.

Il Presidente tagico sta quindi sfruttando tutte le possibilità di finanziamento possibili. Nel marzo di quest’anno ha aderito alle dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) in prospettiva di prestiti consistenti per il proprio sviluppo. Il più grande progetto in atto, in collaborazione con la Banca Mondiale, ¬¬è la costruzione della diga di Roghun, che sarà la più alta al mondo. Questa convoglierà le acque del fiume Vakhsh, nel sudovest, favorendo un surplus di energia idroelettrica del Paese, ma danneggiando nel contempo l’Uzbekistan. Il sistema di dighe previsto dal Tagikistan diminuirà l’afflusso di acqua nei territori uzbeki necessario alla coltivazione di cotone, il prodotto fondamentale del Paese guidato da Islom Karimov.

L’influenza economica e militare russa volta a ristabilire la vecchia influenza sovietica sul Tagikistan e in generale nell’area asiatica delle ex repubbliche, è affiancata da quella emergente della Cina. Pechino è già ormai il più importante partner commerciale di Dushambe e ha da poco tempo stretto un accordo finanziario da 6 miliardi di dollari con Rakhmon, per la costruzione di un gasdotto che porterà l’idrocarburo turkmeno in territorio cinese. Sfruttando la sua naturale posizione di corridoio energetico tra i due Paesi, il Tagikistan sarà attraversato da 400 chilometri di pipeline costruita dalla società di Stato petrolifera cinese. La Cina sta però anche rilevando la maggioranza delle azioni delle principali società minerarie e carbonifere puntando all’efficienza estrattiva e alla conseguente indipendenza energetica con l’Uzbekistan, esportatore di carbone. Circa la metà del debito estero tagiko è ora nelle mani della Cina dalla quale il Paese centroasiatico importa beni di consumo a basso costo che hanno invaso i mercati locali.

La concorrenza delle due potenze regionali sul Tagikistan è comunque minima per i diversi interessi che le contraddistinguono. Per Mosca il territorio tagico va controllato anche grazie ad un cospicuo contingente militare per evitare infiltrazioni jihadiste dall’Afghanistan e tenere pacificato il suo “Estero Vicino” (espressione indicata per individuare i Paesi dell’ex URSS) cercando di limitare l’influenza degli Stati Uniti, già comunque soddisfatti dalla politica di Rakhmon nei confronti dei gruppi islamici radicali. Le mire cinesi sono di carattere prevalentemente economico-energetiche per la propria economia interna; Pechino non ha interessi geopolitici ad una partnership difensiva che influenzerebbe gli affari interni tagiki mettendosi in contrasto con Mosca.

Di questa bilancia equilibrata di interessi strategici tra Cina e Russia potrebbe beneficiarne, nel lungo periodo, il Presidente tagiko Rakhmon, da sempre interlocutore politico fidato di Mosca e, da un quinquennio, nuovo partner commerciale fidato della Cina. Entrambi i giganti dell’area si aspettano una stabilità interna del Tagikistan che permetta una crescita economica costante dopo la guerra civile del 1992-1997, e un ruolo di alleato fidato nella sicurezza regionale centroasiatica.