Il contributo italiano alla stabilizzazione dell’Afghanistan nel Regional Command-West
Asia e Pacifico

Il contributo italiano alla stabilizzazione dell’Afghanistan nel Regional Command-West

Di Francesca Manenti
29.07.2013

Il Regional Command West (RC-W) è il comando regionale di ISAF competente per le province di Badghis, Farah, Ghor ed Herat nella parte occidentale dell’Afghanistan.

Istituito tra il maggio e il settembre 2006, il RC-W comprende i quattro Provincial Reconstruction Team (PRTs) di Herat, Farah, Chaghcharan e Qala-e-Now, capoluoghi rispettivamente della provincia di Ghor e di Baghdis, e la Forward Support Base (FSB) di Herat.

La collocazione geografica di confine e la spiccata disomogeneità etno-tribale della popolazione, da sempre contraddistinguono il contesto della regione. La vicinanza con l’Iran, in particolare, rappresenta un fattore di peculiarità rispetto al resto del Paese, determinando una forte influenza persiana nel territorio, sia fra gli hazara sciiti della provincia di Ghor, sia sulla provincia di Herat, fino al 1400 importante satrapia dell’impero persiano ed oggi principale centro economico ed industriale del Paese. La città continua a rappresentare un forte interesse per Teheran grazie alla natura strategica della sua posizione, che ne fa uno snodo commerciale ideale per le risorse provenienti dall’Asia centrale e dirette verso i porti iraniani di Chabahar e Bandar-e-Abbas.

Il valico di Islam Qal’eh permette un fiorente interscambio di merci, di cui il 75% di provenienza iraniana, che potrebbe trarre ulteriore beneficio dal completamento della rete ferroviaria Khaf-Herat, di cui il primo tratto in Afghanistan avrebbe dovuto essere completato nel marzo 2013 ed invece ancora in costruzione. La presenza di Teheran nella regione si concretizza, inoltre, sottoforma di forti investimenti, che governo e businessmen persiani destinano al settore industriale ed energetico – l’Iran ha finanziato la realizzazione della rete elettrica di Herat e sarebbe in fase di trattativa il progetto per la costruzione di una pipeline dalla capacità di 150.000 barili al giorno per la fornitura di greggio e materiale petrolchimico all’Afghanistan - per un ammontare di fondi allo sviluppo pari a 302 milioni di dollari nella sola provincia di Herat, dal 2001.

La forte influenza che Teheran esercita sul proprio vicino è favorita anche dalla composizione etnica di questa regione. Nelle province di Herat, Farah e Ghor, infatti, è presente un sottogruppo della comunità tagika, di lingua persiana e di confessione sciita – i farsiwan – che contano all’incirca un milione di persone. Professa l’islam sciita anche la comunità kilzibash, costituita da discendenti delle gerarchie militari persiane che occuparono l’Afghanistan nel XVIII secolo ed ora presente soprattutto ad Herat. Sono invece sunniti, ma di lingua persiana, gli Aimaq, tribù seminomadi imparentate con gli Hazara, concentrati soprattutto a Badghis e nel nord di Herat. Questo legame culturale tra i due Paesi è rafforzato dalla rete di gruppi, scuole e emittenti d’ispirazione sciita che l’Iran finanzia più o meno direttamente attraverso piani di educazione formativa impartiti all’interno di scuole private, e di organizzazioni politiche o di beneficienza, quali la Imam Khomeini Relief Committee (IKRC) che, grazie ai fondi ricevuti da Teheran promuove gli ideali della Rivoluzione Iraniana.

Se l’influenza iraniana ha rappresentato un fattore di potenziale sviluppo ad Herat e nelle altre province occidentali, questa diventa invece un elemento di destabilizzazione nel più ampio contesto nazionale. In seguito all’inizio della missione ISAF in Afghanistan, infatti, interesse primario per Teheran è stato accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dal Paese. Oltre ad aver intensificato la propria attività d’intelligence per raccogliere informazioni su basi e avamposti militari occidentali, il governo iraniano avrebbe cominciato a sostenere, sebbene in modo più limitato rispetto alle attività provenienti dal territorio pakistano, gruppi di combattenti dell’insorgenza talebana.

Nella provincia iraniana di Khorasan Razavi, infatti, a circa 225 chilometri da Herat, sarebbe stata istituita la base operativa dell’Ansar Corps, il comando assegnato alle operazioni clandestine in Afghanistan dell’unità speciale dei Pasdaran - la Forza Qods - preposta all’esportazione degli ideali della rivoluzione islamica e alle operazioni extraterritoriali. L’Ansar Corps avrebbe iniziato un’attività di addestramento e di fornitura di armi ai militanti, tale che nel 2010 gli Stati Uniti hanno inserito due ufficiali della Qods, il Generale Hossein Musavi e il Colonnello Hasan Mortezavi, tra i designated global terrorist per il sostegno dato ai talebani e ad altri movimenti d’insorgenza afghani.

Il problema dell’insorgenza nella RC-W è legato alla frammentazione etnica delle sue province. Con una popolazione di circa 3.156.000 persone la disomogenea distribuzione demografica si ripercuote inevitabilmente sulle dinamiche sociali nel territorio: nelle aree a maggioranza pashtun, infatti, si creano delle sacche di resistenza che partecipano alle attività dell’insorgenza talebana contro le Forze di sicurezza, afghane e internazionali. Le aree maggiormente interessate dal fenomeno sono il distretto di Shindand e di Adraskan – nella parte meridionale della provincia di Herat - e la provincia di Farah, in cui all’insorgenza di stampo ideologico contribuiscono anche gruppi di combattenti appartenenti alla Shura di Quetta. A questi, si aggiungono inoltre elementi di origine cecena e centroasiatica, affiliati al gruppo filo-qaedista Islamic Movement of Uzbekistan (IMU), che concentrano invece la propria attività nella parte settentrionale della provincia di Herat, sul passo Sabzak, nel distretto di Chisht-e-Sharif e nel distretto di Murghab nella provincia di Badghis.

Le problematiche legate al contesto di sicurezza nella RC-W, inoltre, sono riconducibili alla criminalità legata al traffico di droga - la coltivazione dell’oppio rappresenta un’importante voce per l’economia della popolazione soprattutto a Farah, benché le vie di trasporto interessino anche i territori più a nord, verso il Turkmenistan - al banditismo e all’insorgenza di natura politica, rappresentata da war lord locali ed ex funzionari governativi estromessi dal governo di Kabul e per questo restii a riconoscerne l’autorità all’interno dei propri territori. Risalgono allo scorso giugno, per esempio, le dimissioni dell’ormai ex governatore di Herat, Daud Shah Saba, per le presunte pressioni ricevute da Ismail Khan, attuale Ministro dell’Energia e delle Risorse Idriche e potente warlord di etnia tagika che aveva governato la provincia di Herat dal 1992 al 2004. Tuttora eminenza grigia all’interno della provincia, Khan avrebbe sfruttato la propria influenza sui membri dell’Indipendent Directorate of Local Governance - organo preposto all’armonizzazione dell’operato dei governatori con le politiche di Kabul – per ostacolare una serie di progetti di sviluppo proposti da Saba, ma mai effettivamente realizzati.

La gestione della sicurezza in questa regione, nell’ambito della missione ISAF, è stata affidata a nove Paesi contributori: Albania, Italia, Lituania, Slovenia, Ungheria, Spagna, Stati Uniti, Georgia e Ucraina.

L’Italia, presente ad Herat con un contingente interforze, ha assunto la responsabilità della provincia e dei quattro Provincial Reconstruction Team (PRT) ad essa afferenti già nel 2005. Attualmente la componente principale è costituita dai militari della Brigata alpina Julia, che hanno assunto l’incarico lo scorso marzo a Camp Arena, al comando del Generale di Brigata Ignazio Gamba, e che rappresentano gli assetti principali delle due Unità di Supporto alla Transizione (Transition Support Unit, TSU) nella base di Shindand (TSU- Center) e di Farah (TSU- South) e la componente militare all’interno del PRT di Herat.

Nell’ambito del processo di transizione, il contingente italiano ha svolto un ruolo di primaria importanza in termini di attività di sostegno sia alle Forze di sicurezza nazionali (Afghan National Security Forces, ANSF) sia al processo di ricostruzione e di governance del Paese.

L’attività di addestramento e mentoring è gestita dai militari dei Military Advisory Team (MAT) e dai Carabinieri paracadutisti del 1° Reggimento Tuscania dei Police Advisor Team (PAT). Concretamente, MAT e PAT addestrano e mentorizzano il 207° Corpo d’Armata afghano e il Comando Provinciale e Regionale dell’ANP nella pianificazione e nella realizzazione di operazioni coordinate contro le forze dell’insorgenza. A tale scopo collabora anche il team dell’Aeronautica Militare afferente alla NATO Air Training Command-Afghanistan (NATC-A), di stanza a Shindand, che si occupa di addestramento al volo su elicotteri MIL-Mi 17V (Hip), e le compagnie distaccate della Task Force Genio, responsabili della professionalizzazione delle ANSF nella capacità di neutralizzare ordigni esplosivi improvvisati (IED), una delle principali minacce alla sicurezza per gli spostamenti sul territorio.

Gli uomini del Genio, inoltre, rappresentano un’importante risorsa a disposizione delle TSU per il loro contributo nell’individuazione e distruzione degli IED all’interno dell’area di responsabilità. Ad esse contribuisce anche la Joint Air Task Force (JATF), l’unità che raggruppa gli assetti dell’Aeronautica Militare ad Herat: attraverso il loro coordinamento, la JATF ha il compito di assicurare le capacità di informazione, sorveglianza, targeting e ricognizione (ISTAR), di trasporto e supporto tattico ravvicinato (CAS) e di sostegno sanitario (CasEvac e MedEvac).

Tra le operazioni militari condotte in supporto alle Forze afghane, di fondamentale importanza è l’attività di pattugliamento delle principali arterie dell’area di responsabilità – la Ring Road 8 (Highway 1), raccordo che attraversa tutto il Paese e che all’interno del RC-W collega la provincia di Farah con Herat, la Highway 8, che da Herat giunge sino al confine con il Turkmenistan e la route 517 che collega Farah alla Ring Road, passando per il passo di Khormaleq e il distretto di Bakwa, - per assicurare la libertà di movimento lungo le strade di congiunzione tra le quattro province del RC-W. Nonostante i miglioramenti riscontrati, l’assenza di un’infrastruttura stradale asfaltata e moderna, in grado di collegare in modo efficiente i capoluoghi con i propri distretti, ostacola tuttora la messa in sicurezza della viabilità nella regione.

Benché il settore occidentale sia considerato l’area più stabile dell’Afghanistan, anche in questa regione gli attacchi dell’insorgenza talebana sia contro le Forze di sicurezza, afghane e internazionali, sia contro la popolazione civile, ha spesso rappresentato una minaccia per l’effettivo compimento del processo di transizione. I distretti più instabili si sono rivelati essere la vallata del fiume Murghab, nella provincia di Badghis, la valle Zeerko nel distretto di Shindand e i distretti orientali della provincia di Farah, il villaggio di Shewan, Bala Baluk, Bakwa e Gulistan, dai quali le Forze italiane si sono ritirate tra il luglio e il dicembre 2012 per cederne la gestione alle Forze di sicurezza afghane, secondo quanto previsto dal progetto di transizione.

L’efficace sostegno del contingente italiano, in particolare per le attività dei MAT, ha permesso alle Forze afghane di arrivare preparate alla deadline della missione ISAF ed al conseguente passaggio di consegne per la gestione della sicurezza all’interno della regione. Già nel marzo scorso, infatti, il Comandante del 207° Corpo d’Armata dell’ANA, il Generale di divisione Taj Mohammad Jahed, aveva presentato il primo programma operativo autonomamente pianificato in concertazione tra tutte le ANSF.

L’impegno delle Forze italiane in Afghanistan si è espresso anche attraverso le attività di ricostruzione e di sviluppo, condotte dal Provincial Reconstruction Team-CIMIC Detachment – reparto multinazionale di cooperazione civile-militare. Questo, ha inteso promuovere negli anni progetti di sviluppo in ambito economico, sanitario, amministrativo ed educativo, allo scopo di rafforzare la fiducia della popolazione nei confronti delle autorità locali e contribuire alla creazione di opportunità di lavoro alternative alla coltivazione dell’oppio o all’economia criminale. In un contesto di sicurezza come quello che caratterizza la regione occidentale dell’Afghanistan, in cui l’instabilità creata dall’insorgenza si intesse in una rete di criminalità organizzata legata al narcotraffico e al banditismo locale, il supporto della popolazione rappresenta la discriminante per il successo della stabilizzazione del territorio.

Nonostante il termine della missione ISAF previsto per la fine del 2014, l’Italia continuerà a sostenere il processo di stabilizzazione dell’Afghanistan anche negli anni successivi. Il già previsto impegno finanziario di 120 milioni di euro l’anno per il triennio 2015-2017, che il governo italiano si è impegnato ad assicurare a Kabul durante il vertice NATO di Chicago e alla successiva conferenza di Tokyo, potrebbe essere integrato dall’estensione della presenza militare italiana come forma di assistenza al Paese nel contesto post-transizione. Il Ministro della Difesa Mauro ha, infatti, annunciato lo scorso 20 giugno, durante un incontro ad Herat con i suoi omologhi di Berlino e Kabul, il tedesco Thomas De Maiziere e l’afghano Bismillah Mohammadi, l’intenzione del Governo italiano di esprimere i propri effettivi anche nell’ambito della missione Resolute Support che la NATO dovrebbe avviare a partire dal gennaio 2015.

Il nuovo contingente, che dovrebbe constare di 1800 unità, non sarà coinvolto in attività di contrasto all’insorgenza e al narcotraffico, ma continuerebbe l’impegno di supporto e addestramento delle ANSF per garantirne l’efficienza nel post-2014. Allo stesso tempo, lo stallo del negoziato sul Bilateral Strategic Agreement (BSA) tra Kabul e Washington lascia aperti ancora molti dubbi su quale sarà il quadro giuridico, amministrativo e operativo all’interno del quale le forze internazionali si troveranno ad operare, accrescendo, di fatto, le difficoltà nel prendere una decisione definitiva al riguardo.

Resta indiscussa, ad ogni modo, l’importanza che l’impegno dell’Italia, passato e futuro, ha avuto e avrà nel garantire significativi progressi al processo di stabilizzazione, non solo di RC-West ma di tutto il Paese.

Con le elezioni presidenziali previste per aprile 2014 e le parlamentari l’anno successivo, infatti, il governo afghano certamente dovrà continuare a fare affidamento sull’expertise e la professionalità delle Forze Armate italiane per rafforzare ulteriormente il contesto di sicurezza all’interno del quale dovranno consolidarsi le ancora fragili istituzioni statali.

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