02 MAGGIO 2013
Turchia e Israele: il disgelo è una possibilità concreta?
DI Andrea Ranelletti

Dopo un congelamento dei rapporti durato tre anni, è recentemente giunta la notizia di un riavvicinamento tra Turchia e Israele. Il 22 marzo, il Presidente israeliano Benyamin Netanyahu ha contattato telefonicamente il Premier turco Recep Tayyip Erdogan, porgendo le scuse a nome dello Stato di Israele per l’uccisione dei nove attivisti turchi nel corso dell’attacco di un commando israeliano a una flotta navale che stava portando aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Le scuse, a lungo richieste e mai ottenute da Ankara, saranno seguite da un risarcimento alle famiglie delle vittime.

 Potrebbe così riaprirsi la relazione strategico-politica tra due Paesi che sull’allineamento dei rispettivi interessi avevano cercato di porre le basi per un nuovo equilibrio nel Medio Oriente. Il riavvicinamento consentirebbe a Tel Aviv e Ankara di cercare nuovi punti di contatto per la soluzione della situazione siriana, evitando l’aggravamento del rispettivo isolamento regionale e reimpostando le basi per una cooperazione industriale ed energetica che non si era mai completamente interrotta.

 Il 31 maggio 2010, la Freedom Flotilla - una flotta composta da 8 navi civili e da trasporto merci – ha cercato di raggiungere Gaza con un carico di aiuti umanitari, nonostante il blocco imposto da Israele alla Striscia. La Marina israeliana, dopo aver ammonito gli attivisti e aver chiesto che le merci venissero consegnate al Porto di Ashdod, decise di intervenire inviando gli incursori del reparto speciale Shayetet 13 ad abbordare le navi. Durante l’operazione sulla nave Mavi Marmara, partita dal porto turco di Antalya con quasi 600 civili a bordo, si sono verificati scontri tra attivisti di origine turca e soldati israeliani. Negli scontri, i militari israeliani hanno aperto il fuoco uccidendo 9 cittadini turchi presenti sulla nave.

L’opposizione tra i due Paesi riguardo l’interpretazione degli avvenimenti è stata immediata: Netanyahu, pur esprimendo il proprio cordoglio per le vittime ha da subito chiarito il proprio sostegno all’operato delle forze militari, giudicando la natura della loro azione prettamente difensiva. La reazione israeliana ha scatenato l’ira di Ankara, già fortemente irritata per la gestione dell’intera operazione: il Presidente della Turchia Abdullah Gül ha paragonato l’attacco della Marina israeliana a un’operazione terroristica, parlando di un’irreparabile frattura nei rapporti tra le due nazioni. Il Premier Erdogan ha quindi richiesto che la Comunità Internazionale emettesse sanzioni contro Israele, ribadendo la rottura dei rapporti con Tel Aviv.

Il blocco delle relazioni diplomatiche ha posto fine ad anni di collaborazione, nel corso dei quali Israele e Turchia hanno cercato di coordinare in maniera crescente i propri interessi nella regione. E’ importante, però, tener conto di come il taglio dei rapporti politici non abbia comportato anche un totale congelamento dei reciproci interessi commerciali: a partire dagli anni Novanta, Israele e Turchia hanno infatti lavorato per la creazione di un asse economico, utile al consolidamento dell’economia israeliana e allo sviluppo di quella turca. A tale convergenza di interessi finanziari ne è corrisposta una strategico-militare, formulata all’interno di vari trattati.

 La sinergia turco-israeliana ha conosciuto la massima spinta nel corso degli anni Novanta. Nonostante la Turchia sia stata il primo Stato musulmano a riconoscere il neonato Stato di Israele (nel 1949), Ankara non ha effettuato particolari aperture nei confronti di Tel Aviv, cercando di non creare tensioni con i vicini arabi. La caduta dell’Impero sovietico ha portato la Turchia a cercare di reimpostare la propria politica regionale per rispondere agli enormi cambiamenti in corso nell’area. Nel 1993 il Presidente turco Demirel ha annunciato una crescente cooperazione con Israele per ridurre la minaccia terrorista e migliorare il benessere economico nell’area mediorientale. La scelta turca è stata però anche spinta dalla nuova necessità di trovare un alleato per diminuire l’isolamento regionale, schiacciata tra regimi freddi o ostili come Iraq, Siria e Iran e sempre alle prese con la questione curda.

 Nel 1993, una delegazione israeliana capeggiata dal Ministro della Difesa David Ivry è giunta ad Ankara per stabilire i termini della collaborazione militare tra i due Paesi. L’anno successivo sono stati siglati due patti: l’Accordo sulla sicurezza e la segretezza che poneva i cardini per la collaborazione nelle attività d’intelligence e il Memorandum sulla mutua cooperazione che coordinava la comune lotta al terrorismo. Nel 1996 è stato il momento dell’Accordo per la cooperazione nell’addestramento militare, in cui i due Stati condividevano informazioni e conoscenze strategico-militari, oltre a mettere in comune lo spazio aereo per le operazioni di addestramento. E’ iniziata così una stretta collaborazione reciproca che ha incluso anche l’ausilio nella modernizzazione degli armamenti (Accordo per la cooperazione nell’industria della Difesa nel 1996) e lo svolgimento di esercitazioni aeronautiche congiunte.

Negli stessi anni cresceva in maniera esponenziale la collaborazione economica tra i due Paesi. Nel 1993 è stata istituita la Camera di Commercio turco-israeliana, primo passo verso lo sviluppo di legami economici, suggellato poi dall’Accordo di libero scambio siglato nel 1996. L’accordo ha eliminato gran parte delle barriere doganali e delle tariffe presenti tra Tel Aviv e Ankara, incoraggiando lo scambio di beni e servizi e favorendo la reciproca integrazione nel mercato europeo. Sono seguiti a distanza di qualche anno nuovi accordi per la promozione dell’investimento bilaterale, un Trattato per la prevenzione della doppia tassazione e accordi per incentivare della cooperazione nel campo scientifico, in quello agricolo e in quello dell’industria militare.

 La forte collaborazione economico-industriale ha accompagnato la crescita economica della Turchia, diventata una delle potenze nascenti nel corso degli Anni Duemila. Se il raffreddamento post-Mavi Marmara ha visto la cessazione della cooperazione militare con Israele, Ankara ha invece mantenuto ben saldi i rapporti commerciali con Tel Aviv: nel 2011 il commercio bilaterale ha registrato un incremento del 29% rispetto all’anno precedente, arrivando a un volume totale di 4,4 miliardi di dollari (2 miliardi nell’import da Israele e 2,4 miliardi nell’export). Solo nel 2007, il volume dell’import-export era fermo a 2,7 miliardi di dollari.

 Tra i principali accordi economici firmati dai due Paesi ce n’è uno per la fornitura di acqua dalla Turchia a Israele, un bene strategico di primaria importanza in una regione secca. La Turchia ha sempre disposto di buone riserve acquifere e ha costruito condotti idraulici per portare acqua dal bacino del fiume Manavgat fino in Israele, soddisfacendo parte delle necessità di Tel Aviv. L’aiuto israeliano è stato invece indispensabile per la Turchia nell’agosto del 1999, quando Ankara cercava denaro per riparare i danni causati dal terremoto in Anatolia, che portò 17mila vittime. La Turchia è anche la prima meta turistica regionale per i civili israeliani, che garantiscono un’importante fonte di introiti.

 Se gli anni Novanta sono stati quelli dell’avvicinamento, dopo il 2000 le relazioni tra Israele e Turchia hanno conosciuto un progressivo raffreddamento, culminato poi negli eventi della Mavi Marmara. La vittoria del partito islamico AKP nel 2002 e la nomina del suo leader Erdogan a Primo ministro nel 2003 ha portato un aumento dei disaccordi tra i due Paesi, concretizzatosi nell’esplosione delle divergenze sulla questione palestinese. Nel 2004, Erdogan ha espresso il proprio sdegno contro l’azione israeliana che ha portato all’uccisione del leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, equiparandola ad un atto di terrorismo. Sempre Erdogan ha causato l’irritazione israeliana criticando la politica israeliana nella striscia di Gaza e congratulandosi ufficialmente con Hamas al momento della vittoria delle elezioni nel 2006. Le frizioni sono tornate a farsi sentire nel 2008, quando Erdogan ha accusato Israele di aver cercato pretesti per dare il via alla Guerra di Gaza, reiterando poi negli anni successivi gli inviti a un ritiro del blocco sulla Striscia.

 Rimangono i dubbi sui prossimi sviluppi della vicenda: nonostante Israele abbia promesso un rapido rimborso alle famiglie delle vittime, la Turchia ha fatto notare che ancora non è stato mosso un passo concreto in tale direzione e che Tel Aviv dovrebbe smettere di cercare di negoziare le cifre del rimborso. Le scuse di Netanyahu potrebbero non essere infatti sufficienti a risanare una scissione che nasce da preesistenti divergenze e tensioni riguardanti varie questioni di politica estera, cui probabilmente l’eccidio di Mavi Marmara ha fatto da “casus belli”. Nel corso degli anni Duemila, la Turchia è sembrata sempre più intenzionata a slegarsi dall’alleato israeliano per ritagliarsi un ruolo più forte e indipendente all’interno del mondo arabo, stabilendo regole di convivenza con la Siria di Assad, cercando di aprire al dialogo con l’Iran e appoggiando la causa palestinese.

Le grandi trasformazioni avvenute in Medio Oriente e nel mondo arabo in generale a seguito delle cosiddette Primavere Arabe hanno aperto lo spazio per un possibile riassetto dei poteri nell’area. Nonostante Ankara abbia cercato di assecondare tali cambiamenti tentando di reimpostare i propri rapporti con le principali potenze arabe, la Turchia ha riscontrato delle difficoltà. Il fallimento delle aperture verso Teheran, la guerra siriana, che ha causato instabilità anche ai confini meridionali della Turchia, e la rottura con l’Iraq in favore di alleanze più strette col Kurdistan iracheno ricco di petrolio potrebbero aver spinto Ankara a ritenere conveniente un nuovo avvicinamento ad Israele. Dal canto suo, Tel Aviv potrebbe essere indotta a cercare una nuova cooperazione strategica con la Turchia, preoccupata dagli esiti del conflitto siriano e da un possibile rafforzamento dell’estremismo nel Medio Oriente.

Ruolo fondamentale nella questione sembra essere stato giocato prima dal nuovo Segretario di Stato americano, John Kerry, quindi dal Presidente Barack Obama, che nel corso della sua prima visita in Israele avrebbe spinto il Presidente israeliano Netanyahu a porgere le proprie scuse ad Ankara. Rimane ora da capire quanto il riavvicinamento saprà superare le permanenti divergenze tra Turchia e Israele e quanto invece le pregresse ragioni di disaccordo continueranno a pesare sui rapporti diplomatici e strategici tra i due Paesi.