20 FEBBRAIO 2013
L'escalation del conflitto nel sud della Thailandia
DI Giulia Tarozzi

Il 13 febbraio un gruppo di separatisti malay ha attaccato la base militare di Bacho, nel sud della Thailandia. Nello scontro 16 attentatori sono rimasti uccisi. Il 23 gennaio scorso un soldato è rimasto gravemente ferito dopo che un uomo armato con un fucile M16 ha iniziato a sparare contro i soldati a bordo di un mezzo militare, mentre nella provincia di Pattani un insegnante di etnia thai è stato ucciso di fronte ai suoi alunni. A inizio anno un ordigno rudimentale è scoppiato sotto una jeep della sicurezza thailandese che stava scortando alcuni insegnanti e ha provocato due morti. È dal 2004 che il conflitto tra l’Esercito thailandese e le milizie islamiste va intensificandosi nelle tre province del Sud: Pattani, Narathiwat e Yala, dove vivono quasi due milioni di persone, la maggior parte delle quali musulmane di etnia malay. L’escalation ha portato i militari alla massima allerta e all’imposizione del coprifuoco in diverse zone dell’area.

Le ostilità nella parte meridionale del Paese non sono un fatto recente. Fino al 1902, anno dell’annessione al Siam, odierna Thailandia, le province di Narathiwat, Yala e Pattani, formavano il sultanato di Pattani. Una volta che queste aree sono entrate sotto il controllo di Bangkok, dove la maggior parte degli abitanti è di etnia thai e religione buddista, sono stati avviati una serie di programmi per assimilare le nuove popolazioni, noncuranti delle differenze etniche e culturali. Il dissenso della comunità malay nei confronti del governo centrale è cresciuto principalmente per il rifiuto di concedere status e legittimità alla lingua malese.

Durante gli Anni ’60 si sono formati diversi movimenti separatisti, come il Fronte Nazionale Rivoluzionario (BRN Coordinate) fondato nel 1961 con l’obiettivo di diffondere il nazionalismo malese nel sud del Paese e ottenere successivamente l’indipendenza dalla Thailandia, il Pattani United Liberation Organization (PULO) fondato nel ’68 il cui obiettivo è stato l’autonomia, o il Fronte Nazionale per la Liberazione del Pattani (BNPP), nato nel ’59 con obiettivo l’annessione della regione Pattani alla Malaysia. Attraverso propaganda e azioni violente i vari gruppi hanno portato avanti le proprie idee sino alla fine degli Anni ’80, quando le autorità thailandesi hanno posto fine agli scontri attraverso una combinazione di progetti di sviluppo economico, amnistie per gli insorti catturati e cooperazione con il governo malese per la messa in sicurezza dell’area.

Dal 2001 c’è stata una rapida escalation di tensione che è coincisa con l’arrivo al governo di Thaksin Shinawatra, accusato di rimanere insensibile dinnanzi alle condizioni della comunità musulmana. In particolare il governo ha continuato ad ignorare le istanze dei malay e reprimere ogni forma di rivolta. In risposta le azioni dei gruppi separatisti si sono intensificate e hanno fatto numerose vittime tra le forze di polizia, fino a sfociare in una vera e propria guerriglia a partire dal 2004. La risposta di Bangkok è stata l’istituzione della legge marziale e una violenta repressione, culminata il 25 ottobre 2004 nella strage di Tak Bai, nella provincia di Narathiwat. Tak Bai, dove l’Esercito ha aperto il fuoco su manifestanti disarmati, ha segnato un punto di non ritorno per il conflitto nel sud della Thailandia scatenando una guerriglia sempre più intensa. Un’escalation di violenza che ha portato a oltre 5.000 morti in meno di 9 anni.

In uno scenario già complesso s’innesta poi la questione dei legami tra la nuova generazione di combattenti separatisti e il jihadismo globale. Il governo thailandese ha accusato i miliziani di legami con il terrorismo internazionale e organizzazioni come al-Qaeda o Jemaah Islamiyah, legami che sono in parte confermati dalle azioni dei gruppi stessi. I Combattenti per la Libertà (PKP), di recente formazione e che operano in cellule autonome, hanno leader che si sono addestrati in Afghanistan durante gli Anni ’90. Molte delle milizie che operavano negli Anni ’60-’80 si sono riunite nel 1989 in un’organizzazione chiamata Bersatu (“unità” in malese) ed oggi combattono contro Bangkok. Il gruppo ha cercato d’internazionalizzare la questione separatista della Thailandia meridionale chiedendo supporto finanziario e armamenti ad altri gruppi islamici. Inoltre alcuni dei suoi leader si sono addestrati in Pakistan o hanno frequentato madrasse del Golfo.

L’avvicinamento al jihadismo globale è ravvisabile nel modus operandi assunto negli ultimi anni. Un esempio è la doppia esplosione al mercato di Yala del primo aprile 2012. Il primo ordigno, di lieve entità, ha colpito un paio di persone, mentre il secondo, più potente è esploso 20 minuti dopo l’arrivo dei primi soccorsi, provocando 11 morti. Nonostante questo l’agenda degli insorti è sempre rimasta legata a rivendicazioni di stampo socio-politico e al limite etnico-nazionalistico, non assimilabili all’ideologia di al - Qaeda. Al centro del discorso vi è sempre la questione del rispetto delle tradizioni e dell’identità malay da parte della maggioranza thai. Come ha recentemente confermato Yakobh Laymanee, imam della moschea centrale di Pattani, l’obiettivo ultimo di molti non è l’indipendenza dalla Thailandia, ma il rispetto dei propri diritti. Se ciò verrà garantito dal governo le frange più estreme dei movimenti separatisti potrebbero essere isolate dalla popolazione stessa.

Il pugno di ferro di Bangkok non ha dato sin qui risultati concreti e il governo di Yingluck Shinawatra, sorella di Thaksin, in carica dal 2011, ha intuito la necessità di rendersi disponibile a prendere in esame le istanze dei gruppi separatisti per porre un freno alle violenze. Il rischio è che la situazione possa degenerare fino a ledere i flussi del turismo occidentale, fonte importante dell’economia thailandese, e aumentare l’instabilità del sud del Paese. In uno scenario simile la Thailandia diverrebbe un terreno sempre più vulnerabile alle infiltrazioni di gruppi radicali islamici, già interessanti alla sua posizione geografica. Per questo Shinawatra ha messo tra le priorità del governo la concessione di maggiori autonomie amministrative, a dispetto delle reticenze dell’establishment reale fortemente conservatore e dei militari, e altre concessioni come l’insegnamento della lingua malese. La prospettiva dell’avvicinamento ad una conclusione positiva è incoraggiata anche dalla possibilità di una mediazione del governo della Malaysia, che ha già mediato con successo fra le Filippine e il MILF, e a fine febbraio manderà in Thailandia il primo ministro Najib Razak per ulteriori discussioni in merito. Il ruolo della Malesia è particolarmente importante data la prossimità geografica alle province autonomiste e la comunanza etnica e linguistica con i gruppi ribelli ed è quindi possibile che l’intervento di Kuala Lumpur possa portare a sviluppi concreti.