08 SETTEMBRE 2011
Il nuovo ordine in Thailandia, un'idea di democrazia
DI Laura Borzi

Le elezioni del 3 luglio in Thailandia hanno costituito un evento importante per la situazione politica di questo Paese del sud-est asiatico, caratterizzato da una profonda instabilità politica da quando il  golpe del 2006  ha rimosso dal potere il primo Ministro, Thaksin Shinawatra, attualmente in esilio auto-imposto a Dubai. La vittoria del partito di opposizione il Puea Thai, capeggiato da Yingluck Shinawatra, sorella dell’ex Premier, riporta al governo le “camicie rosse”, rappresentanti le classi rurali del popoloso nord est, i poveri delle periferie, i piccoli imprenditori.

Esce invece sconfitto il Partito Democratico del Premier uscente, Abhisit Vejjajiva, espressione dell’aristocrazia conservatrice e dell’alta borghesia della capitale, delle ricche regioni meridionali e delle caste dei militari e dei giudici. Dal colpo di stato di cinque anni fa, le forze antigovernative sono rimaste attive ed operanti e questo ha finito per favorire la loro vittoria  alle elezioni. Il Puea Tahi, ultima trasformazione del partito di Thaksin, il Thai Rak, bandito nel 2007 dalla giunta militare golpista, ha ottenuto 265 seggi contro i 160 del  Partito Democratico.

Il Ministro della difesa, il Generale Prawit Wongsuwon, ha dichiarato che i militari, il cui ruolo è  centrale nella politica thailandese,  non si opporranno alla formazione del nuovo governo che dovrebbe scaturire da una coalizione del Puea Thai con partiti minori, un’affermazione di non poco rilievo per un Paese che dal 1930 ha visto ben 18 tentativi di colpi di stato militari, alcuni coronati da successo. Il governo di coalizione tra Puea Thai e  altri quattro partiti controllerà dunque il 60% del Parlamento. È questa una mossa politica volta  a  favorire la materializzazione delle  promesse fatte in campagna elettorale e a dare una prospettiva di stabilità di lungo periodo. 

La necessità di una stabilizzazione politica in Thailandia, comincia ad essere  avvertita da più parti anche se è difficile pensare che i militari non sarebbero intervenuti se la vittoria di Yingluk Shinawatra non fosse stata così netta. Il Paese ha necessità di guardare in avanti dopo anni caratterizzati da tensioni e proteste e da una situazione sempre sull’orlo della guerra civile in cui l’arena politica è stata più la piazza che il Parlamento.

Nel 2010, in particolare, il movimento antigovernativo delle “camicie rosse”, alleato di Thaksin, ha paralizzato  per otto settimane il centro di Bangkok. La successiva violenta repressione ha causato circa 90 morti e più di 1900 feriti. Nonostante ciò, l'economia, soprattutto nel settore del turismo, è stata danneggiata in modo limitato. Le industrie manifatturiere sono infatti localizzate fuori dalle città e dunque le proteste non hanno paralizzato i canali di accesso delle esportazioni.

Quello che è chiaramente emerso sono state le lamentele delle classi povere frustrate dagli squilibri di una società dominata dalle élites urbane della capitale. Questa dicotomia città- campagna  costituisce tutt’ora un consistente fattore di instabilità. Yingluk Shinawatra ha ottenuto consensi presentando una piattaforma elettorale di stampo populista che punta esattamente alla integrazione delle classi più disagiate nell’onda di sviluppo di un Paese la cui economia ha visto un’espansione del 7,6% nel 2010.

Il futuro Premier ha parlato di un aumento dei salari minimi del 30%, di miglioramento delle linee di trasporto tra nord e sud, assistenza sanitaria più efficiente ed accessibile e sostegno alla micro-finanza nelle aree rurali. Le idee sono in gran parte mutuate dal programma del fratello, la cui figura ha influenzato anche dall’esilio le dinamiche politiche. Per le camicie rosse, Thaksin, condannato in contumacia per abuso di potere a due anni di prigione, è il simbolo della mancanza di democrazia e giustizia nel Paese. Il problema, secondo i rossi, è  la mancanza di volontà da parte di militari e monarchia di accettare i meccanismi della democrazia.

Negli ultimi cinque anni Thaksin è stato rovesciato, la Costituzione è stata cambiata ed il potere giudiziario manipolato. Il risultato elettorale di luglio rappresenta il capovolgimento di questa situazione, vale a dire una sfida al tradizionale sistema di governance thailandese basato sulla combinazione di un potente potere militare sostenuto dalla famiglia reale, un corpo di élites di burocrati ed un potere esecutivo relativamente debole. L'esclusione dal potere della maggioranza tramite i ripetuti colpi di stato ha finito per polarizzare sempre di più lo scontro politico.

Entrambe le parti sembrano adesso interessate ad una normalizzazione del confronto  che dovrebbe lasciare la piazza per riprendere un corso normale nelle sedi istituzionali ad esso deputate. La ricerca dell'unità del Paese e della riconciliazione sono state le prime parole pronunciate da Yingluk Shinawatra dopo la vittoria. Il passaggio più difficile dovrebbe essere la concessione di un'amnistia che, riportando presto Thaksin a Bangkok, coalizzerebbe contro il governo i suoi nemici, anche  se questi ha dichiarato di non essere  affatto desideroso di tornare  in politica. La questione è un'arma a doppio taglio per il nuovo Premier thailandese. Sono infatti contrarie  all'amnistia non solo le camicie gialle, ma le stesse frange estremiste dei rossi che non gradiscono che chi si è macchiato di reati durante la repressione dello scorso anno, si giovi di questo grimaldello giuridico, pacificatore di divisioni interne e dei conflitti degli  anni recenti.

La ricerca  dell’unità del Paese, dopo anni di recriminazioni reciproche è una sfida di non poco rilievo. Le questioni sul tavolo saranno, nell'immediato, la  devoluzione del potere da Bangkok verso la periferia attenuando la tendenza accentratrice della capitale e la definizione del ruolo della monarchia, una questione praticamente ignorata  durante la campagna elettorale.  Stabilire un rapporto di convivenza pacifica con i militari potrebbe essere lo strumento per ottenere migliori relazioni anche con il monarca non più considerato da tutti efficace nel ruolo di pacificatore tra le opposte fazioni. In questo senso la mossa giusta sarebbe non spingere per la revisione dell'art.112 del codice penale che contempla il reato di lesa maestà, utilizzato dai militari e dagli altri attori politici per difendere i loro interessi in nome della  protezione della monarchia

Mentre Thaskin era  stato accusato di fomentare  sentimenti anti monarchici, Yingluck  ha mostrato toni più concilianti del fratello verso il Re ed i militari e l'inclusione eventuale nel nuovo Gabinetto di figure dell'establishment vicine ai centri di potere tradizionali potrebbe essere la formula in grado di garantire longevità al governo e stabilità al Paese. Le potenzialità ci sarebbero visto che è  essenzialmente il meccanismo politico ad essere disfunzionale. La Thailandia assiste da tempo all'evoluzione di un trend di successo economico che ne fa la seconda economia del sud est asiatico subito dopo l’Indonesia. Si tratta dell'eccezione thailandese  per cui l’instabilità politica non inficia il settore economico che non è stato veramente mai alterato dalle turbolenze in Parlamento e nelle piazze.

Due  le questioni che nessuno dei governi degli ultimi anni è riuscito a risolvere. La prima è  legata all'insurrezione della minoranza musulmana nel sud del Paese che ha provocato dal 2004 circa 4000 morti. Sebbene il leitmotiv sia essenzialmente  l'autonomia  dal governo di Bangkok, la confluenza di separatisti locali, islamici radicali, crimine organizzato e corruzione della polizia  potrebbe diventare un contenitore ideale  perché gruppi radicali con un'agenda transnazionale - come Jemaah Islamiya- si“approprino” di frange di un'insurrezione che avrebbe, per il momento, solo un obbiettivo specifico.

È noto che in Thailandia i fenomeni separatisti nelle province islamiche hanno radici nella storia di discriminazione che ha interessato quelle comunità sin dai tempi coloniali, dunque sono meno permeabili all’ideologia takfir e alla propaganda del jihadismo globale. Nondimeno non si può completamente escludere  a priori un’interazione tra le realtà locali e gruppi espressione di al Quaeda e della sua ideologia transnazionale e nichilista. Specialmente il  modus operandi di questi gruppi mostra che i pericoli di contaminazione tra le due realtà non devono essere  sottovalutati. Sul piano delle relazioni esterne, il dossier più urgente  è  quello relativo alla  disputa con la Cambogia a proposito dei  territori rivendicati da Bankok che circondano il tempio di Preah Vihar situato però in territorio khmer. Già negli ultimi mesi del governo Vejjajiva una fronda di nazionalisti estremisti delle camicie gialle  ha  fatto aumentare la tensione con il governo di Phom Penh  in proposito, tanto che a febbraio i due eserciti si sono apertamente fronteggiati. 

Su questa disputa tra partners ASEAN (Association of South East Asian Nations) il risultato elettorale con la vittoria delle camicie rosse potrebbe invece  avere un impatto positivo stemperando almeno  in parte le tensioni. Queste, insieme alle sfide interne al Paese, saranno il banco di prova delle capacità di  Yingluck Shinawatra di raggiungere la stabilità politica necessaria al  difficile processo di costruzione dell'unità nazionale. La formula vincente sarà necessariamente l'armonizzazione del concetto di democrazia con la permanenza delle tradizionali istituzioni, il Re,  i militari e la burocrazia centralizzata. La difficoltà e l'incertezza  nel trovare questo equilibrio sono delle costanti  da quando è stata abbattuta la dittatura di  Thanom Kittikachorn nel 1973.

Un elemento di novità sta però  influenzando  il panorama politico: il cambio generazionale. Le classi disagiate  hanno visto aumentare il  divario di ricchezza, ma al contempo i giovani hanno un accresciuto livello di consapevolezza politica con il desiderio di esercitare un' influenza significativa sul sistema di governo dello Stato. Come nel mondo arabo in rivolta questo elemento potrebbe avere un peso rilevante. Certo che Bangkok ha, rispetto ai Paesi della primavera araba, il vantaggio di avere già  le regole  perché il processo democratico si realizzi. Si tratta in questo caso di  far partire  un meccanismo inceppato e trovare i compromessi politici essenziali alla creazione di un nuovo ordine in grado di realizzare una democrazia piena.