06 FEBBRAIO 2013
Politica estera americana tra continuità e nuove sfide geopolitiche: focus Medio Oriente e Asia-Pacifico
DI Francesco Oriano Passera

Con uno sguardo rivolto al primo mandato, gli orientamenti politici internazionali del rieletto Presidente Obama saranno caratterizzati da una linea di continuità: la conferma dei capisaldi di politica estera non è in discussione, ma gli Stati Uniti sono urgentemente chiamati a rispondere a nuove sfide geopolitiche. Da un lato, esse sono rappresentate dalla crescente importanza della regione Asia-Pacifico e dai mutamenti in atto in Africa; dall’altro, permangono e acquisiscono sempre maggior rilevanza il contrasto al terrorismo, la questione della ripresa economica e il rinnovato approccio multilaterale finalizzato all’apertura di canali privilegiati con alcune delle potenze emergenti, soprattutto asiatiche.

Sin dal 2008, la politica estera del Presidente Obama è stata caratterizzata da una visione idealista in linea con lo spirito delle amministrazioni democratiche, nonché da un necessario pragmatismo laddove l’opinione pubblica americana cominciava a manifestare malcontento. Tale approccio è giustificato anche dal fatto che l’attuale Presidente sembri essere consapevole del progressivo declino del potere relativo degli Stati Uniti sulla scena internazionale: questo tende, in parte, a spiegare la nuova enfasi anti-isolazionista e multilaterale promossa da Obama e la definizione di una grand-strategy che consenta agli Stati Uniti una rapida ripresa del proprio soft-power.

Il 2009 è stato il vero inizio dell’azione di Obama sulla scena internazionale. Il discorso all’Università del Cairo, le dichiarazioni di non voler violare la domestic jurisdiction di altri paesi, l’accelerazione delle exit strategy da Iraq e Afghanistan si sono tuttavia scontrate con il deterioramento dei rapporti con il Pakistan, con l’eliminazione di Bin Laden, il lead from behind in Libia finalizzato alla destituzione di Gheddafi e con l’inasprimento delle sanzioni all’Iran. La politica estera del primo mandato democratico non è stata propriamente compresa dall’opinione pubblica e proprio per questo, al fine di infondere una rinnovata fiducia nell’elettorato statunitense, il Presidente Obama è chiamato a definire chiaramente la teoria gestionale della sua azione esterna, anche attraverso una pubblica definizione delle grandi direttrici internazionali.

Le prime basi di queste delucidazioni sono state poste attraverso la nomina della nuova squadra di governo e degli stretti collaboratori del Presidente, interamente composta da esperti di relazioni internazionali, lontani da posizioni isolazioniste: John Kerry, nuovo Segretario di Stato, inviato speciale di Obama in Afghanistan, Egitto e Siria e sostenitore dell’opzione diplomatica con Teheran; Chuck Hagel, ex repubblicano, nuovo Segretario della Difesa, a favore del negoziato con l’Iran, convinto sostenitore del processo di pace israelo-palestinese, famoso per aver sollevato riserve in occasione delle opzioni militari in Afghanistan e Iraq, nonché figura potenzialmente in grado di ridurre la polarizzazione degli schieramenti interni anche se, al momento, la sua nomina è osteggiata da parte repubblicana; John Brennan, chiamato dal Presidente alla direzione della CIA con il difficile compito di istituzionalizzare il ricorso allo strumento dei droni in funzione antiterrorismo, sul cui impiego parte della giustizia americana ha sollevato interrogativi di legittimità; Liza Lo Monaco, nuovo consigliere presidenziale per l’antiterrorismo e la sicurezza nazionale; Denis McDonough, collaboratore di Obama dal 2007, nominato nuovo capo di gabinetto della Casa Bianca, esperto di politica internazionale e fino ad oggi presidente del National Security Council Deputies Committee. Nomi di primo livello che testimoniano la volontà del Presidente di modificare l’orientamento di politica estera. Inevitabilmente, tuttavia, un ruolo chiave sarà giocato dai fattori esogeni che influiranno sulle priorità strategiche di lungo periodo degli Stati Uniti.

In Medio Oriente, il Presidente Obama è chiamato a ricalibrare la strategia anti-terrorismo estendendola anche al Nord Africa che, indipendentemente dall’attuale coinvolgimento occidentale in Mali, non è alle prime esperienze con il salafismo. Le direttrici della politica mediorientale proseguiranno con la revisione delle relazioni bilaterali con i Paesi partner strategici, Egitto compreso. In questo mosaico, oltre alla Libia, che il Presidente dovrà re-includere nella sua agenda, un’altra priorità riguarderà la mappatura di rotte energetiche alternative, come previsto dal nuovo piano energetico americano. Rinnovata enfasi sarà data alle partnership strategiche con i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, cui probabilmente seguirà un riposizionamento tattico nel Golfo stesso (cantiere già aperto grazie agli accordi sulle forniture militari e all’aumento del numero dei contingenti dispiegati nelle basi americane in Kuwait, Bahrein, EAU, Qatar). Proseguirà poi il ritiro delle truppe di stanza in Afghanistan, logica dettata anche dai previsti tagli al budget della Difesa.

Sarà rinnovata, ma non incondizionatamente, la fiducia a Israele. L’esito delle ultime elezioni, seppur favorevole al premier uscente Netanyahu, ha ridotto il potere del Likud con uno spostamento verso il centro. Tale risultato, accolto con cordiale neutralità a Washington, potrebbe dare nuova linfa ai colloqui di pace bruscamente interrotti dalla politica israeliana d’insediamento. Il fine sarà quello di giungere quantomeno alla definizione di solide fondamenta negoziali e alla eventuale ricomposizione del conflitto, riuscendo contemporaneamente anche nell’obiettivo dell’amministrazione democratica di rinnovare l’immagine degli Stati Uniti nel mondo musulmano. Rientra in questo obiettivo anche l’atteggiamento della presidenza nei confronti della pendente questione siriana, dove Obama non sembra sostenere l’opzione interventista ma un atteggiamento più simile a quello adottato nel caso dell’Egitto in occasione della destituzione di Hosni Mubarak.

In rapporto al programma nucleare iraniano, la politica dell’Amministrazione democratica ricorderà quella storica del bastone e della carota: da un lato inasprimento delle sanzioni, dall’altro apertura di linee di credito previo controllo sullo sviluppo nucleare. L’opzione negoziale avrebbe riflessi anche su Israele, che si vedrebbe costretto ad arginare coloro i quali nell’establishment di Tel Aviv sono favorevoli ad un intervento diretto contro Teheran. Tuttavia, anche per convenienza politica in seno alla Comunità Internazionale, spetterà ad Obama fare dei gesti politicamente significativi che non mancherebbero di avere ripercussioni positive sull’intero scenario mediorientale. La questione iraniana sarà il vero nodo dell’Amministrazione Obama in Medio Oriente: Il Presidente non si potrà concedere alcuna esitazione: se da un lato le sanzioni imposte all’Iran sono tra le più severe che si ricordi, dall’altro Obama non ha mai pubblicamente definito il limite invalicabile che il governo di Teheran non dovrebbe oltrepassare nello sviluppo del proprio programma nucleare, cioè quello oltre il quale la diplomazia verrebbe sostituita da un intervento diretto.

Il focus statunitense sull’area Asia-Pacifico non è una componente nuova della politica estera americana. Dopo l’11 settembre e la guerra al terrorismo dichiarata dal Presidente George W. Bush, tuttavia, il Pacifico era stato escluso dal novero delle priorità strategiche degli Stati Uniti. L’articolo dell’ormai ex Segretario di Stato Hillary Clinton, dal titolo America’s Pacific Century pubblicato su FP, è stato ripreso dal Presidente Obama in un discorso a New York nel quale ha esplicitamente dichiarato la volontà di rilanciare il ruolo americano nella regione. Le motivazioni alla base sono molteplici: in primo luogo, il fatto che tale regione rappresenti un enorme mercato di sbocco per l’export americano, il che risponde alla categorica priorità di Obama di favorire la ripresa economica interna. Inoltre, il Presidente ha diverse questioni in sospeso con la Cina: da quelle economiche (come, ad esempio, la svalutazione competitiva dello Yuan e la questione del debito pubblico americano in larga parte detenuto dalla People’s Bank of China), a quelle militari (il governo di Pechino sta investendo in armamenti per esercitare più proficuamente i suoi interessi all’interno della macroregione). Per contro, la collaborazione sino-americana risulterà fondamentale sul dossier nord-coreano, soprattutto alla luce del fatto che, nelle ultime settimane, il governo di Pechino ha preso progressivamente le distanze dai toni minatori impiegati da Kim Jong-un nei confronti di Washington, aprendo, dunque, timidi spiragli di dialogo con gli Stati Uniti sulla questione. La politica americana nell’area verterà sul rafforzamento della presenza politica, economica e militare nella regione; essa è cominciata attraverso il rafforzamento delle relazioni bilaterali economiche e politiche con Thailandia, Cambogia, Birmania, Indonesia e Filippine, ed è proseguita con il consolidamento delle partnership storiche con Giappone e Corea del Sud; dal punto di vista militare, inoltre, la partnership è stata sigillata con l’Australia, sul cui territorio (a Darwin) è stata per la prima volta dislocata una Marine Air to Ground Task Force, cioè un dispiegamento a rotazione - non permanente - che porterà sul suolo australiano fino ad un massimo di 2500 unità. Tutto ciò può essere analizzato da diversi punti di vista: sicuramente il contenimento economico e militare della Cina è il primo pilastro della rinnovata attenzione statunitense all’area, come dimostrato dalla partecipazione, per la prima volta nella storia, di un Presidente americano ad una sessione dell’ASEAN e dalla benevola neutralità americana verso il Giappone nei confronti della questione pendente delle isole Senkaku/Diaoyu. Tuttavia, compito di Obama non sarà solo l’arginamento della Cina, ma anche quello di favorire l’avvento delle condizioni necessarie affinché la stessa diventi quel responsabile stakeholder in grado di giocare un ruolo stabilizzatore non solo nella regione Asia-Pacifico ma anche all’interno della Comunità Internazionale.