06 DICEMBRE 2012
Il ritorno della Russia nel Pacifico
DI Riccardo Mario Cucciola

L’oceano Pacifico collega i maggiori mercati di produzione e di consumo del mondo e per tale posizione strategica è destinato a diventare il prossimo fulcro dell’economia e della politica globale. Lo sviluppo di una strategia “pacifica” diventa, allora, una necessità per tutti i maggiori attori internazionali e viene ribadita anche tra le priorità della nuova agenda internazionale del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov.

Dopo decenni difficili della Guerra Fredda e della transizione post-sovietica, il Cremlino vuole aprire un nuovo fronte sul versante del Pacifico senza, però, trascurare gli interessi strategici con l’Occidente. In questo nuovo scenario, Mosca vuole migliorare le relazioni con i Paesi dell’Asia-Pacifico e affermarsi come potenza politico-economica e interlocutore credibile capace di preservare il sistema di sicurezza nell’area.

Questa evoluzione di politica estera si vede con il Giappone, con il quale, pur rimanendo aperte le annose questioni delle Isole Curili e della formalizzazione del trattato di pace della Seconda Guerra Mondiale, si migliorano le relazioni diplomatiche e aumenta il volume di scambi commerciali. A questo punto, il governo di Tokyo potrebbe vedere la Russia come un nuovo partner credibile al quale richiedere un maggiore supporto nel garantire la sicurezza e la denuclearizzazione della penisola coreana.

Bisogna ricordare che nelle ultime settimane si sono riaccese le minacce di una corsa al riarmo missilistico tra le due Coree. In questa situazione, gli USA si sono impegnati con Seoul ad estendere il limite di portata dei missili a medio raggio da 300 a 800 km ed ad appoggiare un programma di scudo missilistico; mentre Pyongyang, sedicente potenza nucleare dal 2005, ha recentemente dichiarato di aver ultimato il programma Taepodong-2 (missili balistici con un raggio d’azione di 6.700 chilometri) e di essere in grado di sferrare attacchi missilistici sulla Corea del Sud e sulle basi americane in Giappone, a Guam e addirittura in territorio americano.

Tra i due contendenti, la Russia ha ormai abbandonato le posizioni garantiste nei confronti del regime nordcoreano e si è posta nel ruolo di mediatore per risolvere la crisi e patrocinare un eventuale disgelo tra le due Coree. Per farlo, Mosca ha promosso tre progetti di cooperazione trilaterale (Mosca-Seoul-Pyongyang) finalizzati a una maggiore integrazione infrastrutturale della penisola coreana: il primo consiste nel ripristino dell’arteria ferroviaria coreana e il suo collegamento con la Transiberiana; il secondo riguarda la realizzazione di un gasdotto di 1100 km entro il 2017 che scorrerà dalla Russia alla Corea del Sud (passando per 700 km di Nord Corea); il terzo è la creazione di una linea di trasmissione elettrica nella penisola da 500 KW e che unisca le reti nord e sud coreane.

Inoltre, nel 2012 la Russia ha assunto la presidenza di turno dell’APEC detenendo, così, un ruolo primario nella definizione delle dinamiche politico-economiche dell’Asia-Pacifico, e a settembre ha ospitato sull'Isola Russkij, a largo di Vladivostok, il XXIV summit dell’organizzazione.

Quest’occasione è stata determinante nel definire una nuova politica d’intese commerciali finalizzata ad affermare la potenza economica russa nel continente asiatico e nel Pacifico. Con l’adesione della Federazione Russa al WTO (agosto 2012) e il consolidamento di una nuova strategia diplomatica di Lavrov, la Russia si propone ora come un “passaggio a Nord-Est”, un corridoio di transito dall’Europa al Pacifico che collega questi due spazi economici integrati. Per ora la Russia è poco presente nella regione e rappresenta solo l’1,5% del commercio regionale del Pacific Rim, anche se da un recente rapporto di PricewaterhouseCoopers (PwC) emerge come, a seguito delle nuove intese commerciali definite a Vladivostok, le esportazioni russe verso i Paesi dell’APEC aumenteranno più del doppio, fino a raggiungere i 206 miliardi di dollari entro il 2021.

Attualmente, i Paesi dell’APEC rappresentano il 42% della popolazione e il 55% del Pil globale, e determinano il 37% di tutte le importazioni nel mondo. Verso queste realtà emergenti, la Russia vuole diventare un Paese di esportazione ed a partire dal summit di Vladivostok ha avviato i negoziati per una serie di nuovi accordi bilaterali commerciali. Infatti, oltre a rafforzare la cooperazione economico-culturale con l’Australia, sta negoziando accordi di libero scambio tra l’Unione doganale Russia-Bielorussia-Kazakistan, Vietnam e Nuova Zelanda e sta predisponendo una strategia di espansione commerciale in tutta l’area asiatico-pacifica per circa 100 miliardi di dollari. Tale piano interessa maggiormente i settori dell’energia e dell’agricoltura.

L’energia rappresenta, ovviamente, il punto di forza della politica commerciale russa attraverso cui è possibile ottenere concessioni in termini economici e politici. Lo sviluppo della tecnologia LNG (liquefied natural gas) nella regione orientale di Sakhalin, l’ampliamento della rete infrastrutturale con la Cina e il rafforzamento della cooperazione tecnologico-energetica con altri importanti partners regionali (come Brunei Petroleum) ha permesso alla Russia di aumentare le opportunità commerciali in quello che, secondo PwC, diventerà entro il 2015 il più grande mercato di consumo di gas naturale al mondo. Basti pensare che il solo Giappone, in seguito al disastro di Fukushima, sta chiudendo i reattori nucleari compensando con un aumento d’importazioni di gas naturale dalla Russia (accordo con la compagnia Noda per 7 miliardi di dollari).

Inoltre, la Russia avrebbe un ulteriore incentivo a investire nella produzione agricola, ed eventualmente portare la produzione cereali dalle oltre 80 milioni di tonnellate l’anno a circa 120 milioni, considerando che gli otto maggiori Paesi dell’APEC importano oltre 100 milioni di tonnellate di grano l’anno.

Il maggior successo di breve periodo della nuova strategia di Lavrov è, senza dubbio, di natura politica e riguarda i micro-stati del Pacifico meridionale. Nel corso del suo tour invernale (gennaio-febbraio 2012), il Ministro degli Esteri russo ha puntato su questi governi per accrescere, con un minimo esborso economico, il peso politico di Mosca nella regione.

Nei confronti di queste piccole realtà, la Russia si presenta ora come una vera e propria alternativa politica regionale alla tradizionale influenza predominante dell’Australia e della Nuova Zelanda in quanto offre il proprio aiuto finanziario in progetti di sviluppo, e il proprio appoggio politico in questioni d’importanza cruciale come l’ambiente: va infatti ricordato che la Russia si è fatta promotrice di un sistema alternativo a quello istituito con Kyoto2, al fine di contrastare l’innalzamento del livello delle acque marine (argomento che minaccia seriamente l’esistenza delle piccole realtà insulari del Pacifico).

Nell’ultimo decennio si sono intensificate le relazioni con i governi di Figi, Nauru, Tuvalu e delle Isole Salomone, e dal 2008 la Russia ha mosso importanti finanziamenti per centinaia di milioni di dollari, conquistando un risultato politico rilevante: l’appoggio e il voto di questi, piccoli ma pur sempre Stati indipendenti e alleati, nell’affermazione della propria politica estera. Ciò si sta realizzando in seno alle Organizzazioni Internazionali (come l’ONU) e alle iniziative regionali in cui Mosca vuole avere un ruolo sempre più attivo (come l’APEC, l’Eas e l’Asean).

Grazie a questa politica di aiuti, Mosca starebbe “comprando” il riconoscimento dell’Abkhazia e Ossezia Meridionale, attirando critiche della Comunità Internazionale e le accuse del governo di Tbilisi contro quella che è stata definitala la “diplomazia del libretto degli assegni” del Cremlino.

Tirando le somme del nostro ragionamento, la Russia vuole affermarsi nel Pacifico come: attore capace di influenzare e garantire il sistema di sicurezza regionale; via di collegamento nei commerci tra Occidente e Oriente; principale fornitore energetico della regione; e alternativa politica nei confronti di alcune realtà storicamente distanti. Questi ambiziosi obiettivi si scontrano, però, con le difficoltà oggettive endemiche nel sistema Russia.

Potremmo facilmente obiettare che per affermarsi quale potenza egemone nelle dinamiche politico-economiche della regione pacifica dovrebbe, dapprima, concentrare gli sforzi per riaffermare la propria sovranità sui quei territori che, essendo troppo lontani dai centri economici e politici moscoviti e pietroburghesi, risultano ora particolarmente sensibili alle influenze esterne: la sinizzazione della Siberia e dell’Estremo Oriente russo è divenuto un problema di primaria importanza in quanto minaccia l’integrità territoriale della Federazione Russa.

Bisogna poi vedere se queste ambizioni della Russia siano effettivamente possibili e auspicabili in quanto utili e necessarie. L’idea di trasformare la Russia nel prossimo hub commerciale tra lo spazio atlantico e pacifico sembra, sulla carta, un progetto di rilevanza strategica che, però, potrebbe destare molti dubbi: basti pensare che, ad oggi, solo l’1% delle merci scambiate tra i mercati occidentali e orientali transitano attraverso il territorio russo. Per costruire il “corridoio russo” servirebbe un piano di aggiornamento infrastrutturale dai costi esorbitanti e difficilmente recuperabili: basti pensare che per ammodernare la sola linea transiberiana (9200 km) sarebbero necessari investimenti per circa 35 miliardi di dollari.

Il ritardo infrastrutturale è solo una delle gravi carenze endemiche che affliggono il sistema Russia che, allora, dovrebbe: rendere più competitiva ed efficiente la propria produzione industriale anche a livello tecnologico (l’investimento in tecnologia e innovazione in Cina superano di 40 volte il valore di quello effettuato in Russia), procedere con un’effettiva liberalizzazione degli scambi con l’estero e aprire la propria economia al mercato globale integrato, snellendo e migliorando il pesante apparato burocratico interno che non permette il facile ingresso agli Investimenti Diretti Esteri.