08 NOVEMBRE 2012
Si riaccende la tensione in Sinai
DI Silvio Mudu

Il 3 novembre tre agenti delle forze di sicurezza egiziane sono stati uccisi in un attacco condotto da uomini armati nei sobborghi di El Arish, principale città nel nord della penisola del Sinai. L’attacco, che ha anche provocato il ferimento di un quarto agente, è solo l’ultimo di una serie di attentati nell’area ai danni delle forze di polizia, perpetrati da milizie armate ribelli. Gli avvenimenti di sabato, inoltre, hanno portato il Ministro degli Interni, Gen. Ahmed Gamal el-Din, a sollevare dall’incarico il capo della sicurezza nel Governatorato del Nord del Sinai, Gen. Ahmed Bakr, sostituendolo con il Gen. Sameeh Beshendi.

La caduta del regime di Mubarak, nel febbraio 2011, ha lasciato un importante vuoto di potere nella penisola del Sinai. In questo contesto si sono riaccesi i disordini nelle aree desertiche del nord e nelle zone montuose meridionali, prevalentemente popolate da tribù beduine che da sempre manifestano la loro insofferenza verso il Governo centrale.

Il Sinai ha storicamente sofferto una carenza d’investimenti nei settori dell’istruzione, della sanità e dei trasporti. La marginalizzazione della regione, unita alla condizione di povertà che colpisce ampi strati della popolazione e alla massiccia presenza nel nord di rifugiati palestinesi con legami familiari e politici con Gaza, ha creato i presupposti per cui il malcontento popolare sfociasse in un’insorgenza contro le autorità del Cairo. Negli ultimi anni questo fenomeno locale si è andato sempre più saldando con il fondamentalismo islamico. Infatti, la Penisola rimane un punto di passaggio per coloro i quali vogliono entrare nella Striscia di Gaza. Tra questi, un numero crescente di esponenti del jihadismo internazionale hanno trovato terreno fertile nel malcontento beduino. In questa maniera, parallelamente alla radicalizzazione avvenuta nella Striscia di Gaza, queste derive islamiste si sono vi è più insediate nella Penisola e si stanno progressivamente affermando come canale di sfogo per il risentimento dei giovani locali.

I principali gruppi jihadisti coinvolti negli attacchi di questi mesi, ad obiettivi militari egiziani e israeliani, sarebbero Ansar Bayt al-Maqdis e Al-Tawhid Wal-Jihad. Il primo è un gruppo salafita, operante nel Sinai, che si rifà al qaedismo. Esso ha recentemente rivendicato l’uccisione di un soldato israeliano, il ferimento di un secondo soldato dell’IDF e il lancio di due razzi sulla città di Eilat nel mese di agosto. Per quanto riguarda Al-Tawhid Wal-Jihad, si tratta di un gruppo sunnita jihadista palestinese, operante nella Striscia di Gaza, facente parte di quella galassia di movimenti che puntano ad erodere il potere di Hamas.

Fino a questo momento i principali obiettivi dei ribelli sono stati i soldati egiziani che pattugliano la frontiera israeliana, truppe e strutture israeliane e la pipeline che, partendo dall’Egitto, rifornisce di gas Israele e la Giordania. Appare probabile che l’intento di questi gruppi sia quello di fare del Sinai uno dei centri catalizzanti del jihad contro Israele, approfittando della limitata presenza di forze di sicurezza egiziane nell’area. Proprio il mese scorso Ansar Bayt al-Maqdis e Al-Tawhid hanno promesso vendetta a Tel Aviv in seguito all’assassinio dei loro leader, Abu Walid al-Maqdisi e Ashraf al-Sabah, a Gaza.

L’apice delle violenze da parte delle milizie jihadiste è stato raggiunto lo scorso 5 agosto a Rafah, quando un gruppo di uomini armati ha teso un’imboscata a una pattuglia egiziana alla frontiera con Israele, causando la morte di sedici soldati egiziani. Preso possesso di due veicoli sottratti all’Esercito, i miliziani si sono poi diretti verso la frontiera israeliana dove sono stati intercettati e uccisi dalle truppe di Tel Aviv.

Proprio a seguito di questo evento il Governo egiziano ha dato il via all’Operazione Eagle, con l’obiettivo di sconfiggere le milizie islamiste e ristabilire la sicurezza nella regione. Dopo una serie di raid aerei, il primo massiccio dispiegamento di truppe nella penisola è avvenuto tra il 14 e il 15 agosto, con l’invio di 2.500 soldati nel Sinai. Tale operazione è stata implementata in accordo con le autorità di Tel Aviv. Nonostante la mobilitazione di forze, gli attacchi di matrice islamista sono andati avanti, comportando un aumento del contingente egiziano nella regione negli ultimi mesi. Lo scorso settembre Il Cairo ha inviato rinforzi consistenti, comprendenti sessanta carri armati, dodici veicoli trasporto truppe, quindici veicoli corazzati e quindici jeep corazzate in dotazione alla polizia.

La presenza di soldati egiziani nella penisola rimane un tema delicato nelle relazioni tra Egitto e Israele. L’imperversare di questi gruppi ha portato il governo egiziano a inviare un numero crescente di truppe nella regione, in violazione della clausola di smilitarizzazione della penisola, prevista dal Trattato di Pace in vigore dal 1979.

Nonostante il nuovo Presidente egiziano Morsi abbia più volte rassicurato Netanyahu sul rispetto del Trattato e sull’interesse del suo Paese a garantire la pace e la sicurezza nella regione, questa situazione ha destato non poche preoccupazioni presso il governo israeliano.

In realtà Tel Aviv è in stato di allarme da oramai ventuno mesi, quando il suo storico alleato Mubarak è stato deposto dalle rivolte popolari di Piazza Tahrir. La degenerazione nel Sinai è stata una conseguenza della fine del regime, che aveva sempre represso ogni tentativo di ribellione. Ora la creazione di una base per il radicalismo proprio al suo confine meridionale non può lasciare indifferente lo Stato ebraico, che considera la crisi una minaccia alla propria sicurezza.

Una delle maggiori difficoltà che Israele sta affrontando in quest’area riguarda la questione dell’intelligence. Se da un lato gli agenti israeliani hanno una buona percezione di quanto succede a Gaza, sia attraverso l’utilizzo dei droni, sia grazie alle capacità di reperimento delle informazioni da parte dello Shin Bet, lo stesso non si può dire del Sinai. La lotta alle milizie islamiste e la questione della sicurezza dovrebbero essere coordinate con l’intelligence egiziana, ma, con il venir meno di quell’establishment del passato regime che strettamente aveva collaborato con Tel Aviv, anche la fiducia tra i due servizi di informazione può essere stata minata.

Tel Aviv ora deve valutare fino a che punto una presenza militare egiziana nella penisola sia preferibile al diffondersi delle milizie jihadiste. La ricomparsa dei carri egiziani nella regione dopo 33 anni ha generato inquietudine nelle autorità israeliane, ma, al tempo stesso, la crescita islamista nel Sinai potrebbe fomentare i gruppi salafiti operanti a Gaza e infittire con essi la cooperazione logistica e il traffico di armi.

Il problema del Sinai può essere un punto di svolta nelle relazioni israelo-egiziane. Da un lato le milizie salafite rappresentano un nemico comune che potrebbe promuovere la collaborazione tra i due Governi attraverso operazioni congiunte, dall’altro la spinosa questione del Trattato di Pace e l’ambiguità di Morsi nel gestire la crisi potrebbero approfondire il solco tra i due Paesi.