09 APRILE 2018
Aggiornamento sull'evoluzione del conflitto siriano
DI Lorenzo Marinone

Lo scorso 20 febbraio, un convoglio di milizie lealiste ha raggiunto Afrin, nel nord-ovest della Siria, in supporto alle forze curde che da un mese esatto erano impegnate a resistere all’offensiva dell’Esercito turco (operazione “Ramo d’Ulivo”). Il loro dispiegamento, in particolare sul fronte di Jinderes, non solo non ha indotto Ankara a bloccare le operazioni, ma è avvenuto nonostante le pressioni esercitate nelle settimane precedenti dal Governo turco sulla Russia e sull’Iran, alleati di Damasco, ma, allo stesso tempo, animatori del processo negoziale di Astana insieme alla Turchia. Benché finora, per il numero di effettivi, questo contributo sembri più che altro simbolico, mette in luce la precarietà degli attuali equilibri del conflitto siriano.

Infatti, dopo le decisive vittorie militari del fronte lealista sulle forze anti-governative, culminate nella riconquista di Aleppo (dicembre 2016), la creazione del tavolo negoziale di Astana ha svolto 2 funzioni fondamentali. Innanzitutto, ha permesso a Russia e Iran di congelare la situazione nell’ovest del Paese per sferrare offensive verso Raqqa, Deir Ezzor e il confine siro-iracheno, consolidare il regime di Assad e impedire che il vuoto lasciato dalla sconfitta dello Stato Islamico fosse riempito dalle Forze Democratiche Siriane curdo-arabe appoggiate dagli USA. In secondo luogo, Astana ha rappresentato una fondamentale cabina di regia congiunta per smussare le divergenze tra Ankara, Teheran e Mosca. In particolare, ha permesso alla Turchia di focalizzare le proprie attenzioni sul contrasto delle forze curde in cambio della netta diminuzione del supporto alla compagine anti-governativa e, quindi, di ritagliarsi una sfera di influenza nel nord del Paese.

Tuttavia, con l’esaurirsi delle offensive verso est e l’emergere di un’ampia zona di influenza americana a oriente dell’Eufrate, si definiscono con maggiore chiarezza nuove priorità per Russia e Iran e iniziano a venir meno i presupposti su cui si è basato il processo di Astana. In questo quadro, la maggior presenza di truppe turche in territorio siriano ha portato a un aumento evidente delle tensioni tra Ankara e Teheran. Infatti, fin dallo scorso 8 ottobre, la Turchia ha istituito 6 avamposti all’interno della sacca ribelle di Idlib, bloccando una possibile offensiva lealista verso il capoluogo e le enclave assediate di Fua e Kafraya. Benché tali avamposti fossero previsti dall’accordo di Astana, un convoglio con personale turco giunto ad al-Eis il 30 gennaio scorso è stato bersagliato con colpi d’artiglieria da parte di alcune milizie filo-iraniane. L’opposizione iraniana alle operazioni turche in Siria è diventata poi conclamata con l’invio del già citato contingente di supporto ai Curdi di Afrin. Infatti, non sono stati mobilitati reparti dell’Esercito di Assad, bensì gruppi armati legati a Teheran e agli Hezbollah libanesi.

In merito al consolidamento di una sfera di influenza turca in Siria, la posizione della Russia appare più sfumata rispetto a quella iraniana. Infatti, l’avvio dell’Operazione RAMOSCELLO D’ULIVO ha visto il contemporaneo ritiro del personale russo presente ad Afrin e la concessione dell’uso dello spazio aereo all’Aeronautica di Ankara, salvo poi premere affinché la Turchia avviasse trattative dirette con Damasco per discutere il prosieguo dell’offensiva. D’altronde, la priorità russa in questa fase è gettare le basi per una rapida e duratura stabilizzazione del Paese, che difficilmente potrebbe essere raggiunta senza una normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Damasco. Tuttavia, benché con obiettivi di fondo diversi, sia Mosca che Teheran possono sfruttare la conflittualità fra Turchi e Curdi per logorare gli Stati Uniti e, in prospettiva, rendere sempre più insostenibile la presenza americana in Siria.

Infatti, se fin dal 2015 il Governo turco ha manifestato una crescente irritazione verso la cooperazione sul terreno fra Washington e le forze curde, il rapporto tra i 2 partner NATO si è ulteriormente incrinato con l’avvio dell’offensiva su Raqqa (novembre 2016), che ha portato le Forze Democratiche Siriane a controllare l’intera porzione di Siria a est dell’Eufrate. Il timore di Ankara che ciò preluda all’istituzione di un proto-Stato curdo a ridosso dei propri confini è stato poi rafforzato dall’esplicitazione della strategia americana per la Siria. Infatti, il 17 gennaio scorso il Segretario di Stato Rex Tillerson ha annunciato il mantenimento di una presenza militare americana nella Siria orientale per prevenire l’eventuale riemergere dello Stato Islamico tra la valle del Medio Eufrate e la provincia irachena di Anbar. Ovviamente, in tal modo Washington offre una prolungata copertura militare e politica alle forze curde che Ankara ritiene deleteria per i propri interessi. Inoltre, Tillerson ha confermato la volontà degli USA di usare la Siria orientale come tassello di una più vasta azione di contenimento dell’Iran nella regione. Chiaramente, la permanenza americana a ridosso del confine siro-iracheno rappresenta una minaccia per l’Iran, che vede nel mantenimento di una via di collegamento terrestre lungo l’asse Baghdad-Damasco-Beirut un perno della propria profondità strategica nella regione. Da ultimo, il fatto che il Segretario di Stato abbia ribadito la necessità di un allontanamento di Assad come precondizione per raggiungere una soluzione diplomatica del conflitto contrasta tanto con la prospettiva russa di stabilizzare il Paese, quanto con la necessità dell’Iran di non dissipare l’influenza accumulata negli anni sull’attuale regime di Damasco. In questo senso, il supporto militare fornito dai lealisti ai Curdi di Afrin potrebbe consistere in un tentativo di riavvicinarli a Damasco.

In un quadro dove le agende di Stati Uniti da un lato e Russia e Iran dall’altro non presentano punti di contatto e, anzi, appaiono sempre più in contrasto, tendono a venir meno sia i meccanismi più o meno informali che, finora, hanno evitato che eventuali incidenti o sporadici scontri diretti tra le parti degenerassero in un conflitto imprevedibile, sia quella linea di demarcazione delle rispettive aree d’influenza, corrispondente grosso modo al corso dell’Eufrate. Ne sono un chiaro esempio i ripetuti scontri avvenuti a partire dal 7 febbraio scorso nei pressi di Deir Ezzor, scaturiti dal tentativo delle forze lealiste di oltrepassare il fiume all’altezza di Khasham, cui gli USA hanno dato una risposta piuttosto muscolare anche tramite l’uso dell’Aeronautica. Occorre sottolineare che, almeno nel corso del primo attacco, la compagine lealista era composta da un numero non precisato di contractor russi della compagnia Wagner, una ventina dei quali dovrebbero essere stati uccisi, in affiancamento a milizie dirette dall’Iran come Liwa Fatemyoun (composta da afghani) e Liwa al-Baqir, che chiaramente esprimevano la maggior parte degli effettivi.

Se la presenza di contractor russi invece di personale delle Forze Armate sembra indicare la volontà di Mosca di mandare un messaggio dissuasivo a Washington senza rischiare una piena escalation, la strategia iraniana appare più insidiosa e di lungo periodo. Infatti, diverse milizie impiegate a Deir Ezzor sono composte da effettivi reclutati tra la confederazione tribale dei Beggara (e in particolare tra la tribù sunnita degli Shaitat), la cui area di provenienza gravita attorno alla città e si estende di molto a est dell’Eufrate, nelle aree sotto il controllo congiunto curdo-americano. Dunque, non si può escludere che i governativi a sfruttare la leva dei legami tribali e clanici per erodere quella base di consenso che appare necessaria affinché Washington e le forze curde riescano a esercitare un effettivo controllo del territorio e operare nell’area.

 

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