06 NOVEMBRE 2017
La bomba curda
DI Lorenzo Marinone

Nonostante le forti pressioni di gran parte della comunità internazionale, il Governo del Kurdistan iracheno (KRG) non ha annullato il referendum consultivo sull’indipendenza da Baghdad, che si è svolto il 25 settembre ed ha visto la massiccia affermazione dei favorevoli alla separazione da Baghdad. In questo modo, il Presidente curdo Masoud Barzani ha provato a capitalizzare sul piano politico lo sforzo militare sostenuto fin dal 2014 dai Peshmerga nella lotta a Daesh, in una fase in cui il Governo centrale di Haider al-Abadi appare debole e il panorama politico iracheno è lacerato da nuove tensioni, fratture e riposizionamenti in vista delle elezioni previste per la primavera 2018. Il referendum non prelude a una secessione unilaterale del Kurdistan, ma dà mandato a Barzani di definire con Baghdad i termini di una separazione quanto più consensuale possibile. Tuttavia, inevitabilmente, sull’atteggiamento delle autorità centrali peseranno sia le tensioni regionali e la contrarietà al referendum espressa da Ankara e Teheran, sia le mai risolte questioni interne, con il rischio di una pericolosa destabilizzazione dell’area. Infatti, l’eventualità di uno Stato curdo indipendente nel nord dell’Iraq non solo continua a suscitare il nervosismo di Turchia e Iran, dove vivono corpose minoranze curde, ma riporta anche in primo piano le divergenze tra Erbil e Baghdad sull’esatta estensione territoriale del Kurdistan e sui diritti di sfruttamento delle risorse idrocarburiche, da anni al centro di un contenzioso.

Il principale motivo di attrito è costituito dal destino dei territori disputati, quelle aree occupate dai Peshmerga tra il 2003 e il 2014 e rivendicate dalle autorità centrali, che la Costituzione del 2005 pone al di fuori dei confini del KRG, ma dove Erbil ha indetto il referendum tentando di presentare a Baghdad la loro incorporazione come un fatto compiuto. Nello specifico, si tratta del monte Sinjar, nel nord-ovest del Paese, della piana di Ninive a nord-est di Mosul e della provincia di Kirkuk.

È quest’ultima a sollevare le incognite maggiori, data la sua rilevanza in termini di risorse e la sua variegata composizione etnica e settaria (oltre ai curdi sono presenti arabi sunniti e turcomanni sunniti e sciiti). I giacimenti petroliferi di Kirkuk, con una produzione di circa 500.000 barili al giorno, sono essenziali per la sostenibilità economica e la stabilità politica del Kurdistan.

Per il Governo centrale riprendere il controllo di Kirkuk significherebbe togliere al KRG la principale leva economica per l’indipendenza. Tuttavia, questa opzione appare piuttosto improbabile, poiché l’apparato di sicurezza iracheno è ancora in fase di ricostruzione e i migliori reparti dell’Esercito sono stati decimati nel corso dell’offensiva contro Mosul. La debolezza di Baghdad ha indotto al-Abadi a cercare un coordinamento con la Turchia e l’Iran, sia a livello politico che militare, nel tentativo di aumentare l’isolamento di Erbil, indebolire Barzani e indurlo a tornare al tavolo negoziale. Al momento della stesura di queste note, il KRG era già parzialmente isolato dal resto del mondo con tutti i voli internazionali sospesi e i confini terrestri a forte rischio chiusura (con richieste ufficiali in tal senso partite da Baghdad alla volta di Ankara e Teheran).

Pertanto, non si possono escludere che si verifichino scontri tra le forze irachene e i Peshemrga, soprattutto a Kirkuk e nelle aree limitrofe, o tra gli stessi Peshemrga e le Forze di Mobilitazione Popolare (FMP), formazioni paramilitari a grande maggioranza sciita che rispondono solo formalmente al Governo centrale, ma hanno un filo diretto con Teheran. Infatti, il reale controllo sulle fazioni più organizzate delle FMP resta saldamente in mano alla Forza Qods dei Pasdaran.

Mobilitando le FMP contro i Peshmerga, Teheran potrebbe perseguire 2 obbiettivi distinti. Da un lato, aumenterebbe la pressione sulla leadership curda senza intervenire direttamente. Dall’altro, punterebbe a una maggior influenza sulla politica irachena alle prossime elezioni nel 2018. Infatti, le FMP avranno un peso decisivo nel voto grazie al consenso popolare raccolto con la lotta a Daesh. Un eventuale scontro con i Peshmerga in difesa dell’integrità territoriale del Paese potrebbe consolidare ulteriormente il loro ruolo e allargarne il bacino di consenso.

Anche se non si arrivasse a un confronto militare aperto, il semplice aumento delle tensioni nella provincia di Kirkuk aggraverebbe la situazione securitaria e porterebbe a un inasprimento della conflittualità etnica e settaria. Ciò avrebbe effetti potenzialmente deleteri per la stabilizzazione dell’area, anche nell’ottica del contrasto a Daesh. Con il riemergere di tensioni su base religiosa, un’insicurezza crescente e la progressiva rimarginalizzazione delle componenti sunnite, infatti, si riproporrebbero le medesime condizioni che dal 2003, nelle regioni miste come Kirkuk, hanno rappresentato terreno fertile per il proliferare di fenomeni di insorgenza sunnita. Da Kirkuk, tali tensioni si potrebbero riverberare anche nei rapporti tra le componenti sunnite e sciite nelle province limitrofe di Salahuddin e Diyala, dove cellule dello Stato Islamico hanno già iniziato a recuperare capacità operativa.

Parallelamente, è possibile che simili tensioni etniche e settarie, sommate agli attriti tra FMP e Peshmerga, emergano anche nei territori disputati di Sinjar e della piana di Ninive. Ciò potrebbe favorire la rigenerazione di Daesh nella limitrofa area di Mosul, dove restano cellule attive sia nella città che nelle parti rurali della provincia. Inoltre, sulla stabilità di questa regione incombe l’incognita dell’atteggiamento della Turchia, che potrebbe cercare di aumentare la propria influenza in chiave anti-curda in 2 modi. In primo luogo, usando la leva economica, cioè chiudendo del tutto i confini terrestri con il KRG e bloccando l’export del petrolio curdo verso il suo unico sbocco utile, il porto turco di Ceyhan. In secondo luogo, occupando militarmente il Sinjar: opponendosi in modo netto alla creazione di uno Stato curdo in Iraq, Ankara punterebbe a indebolire anche le aspirazioni indipendentiste dei curdi siriani, che sono percepite come la principale minaccia alla sicurezza della Turchia.

Dunque, nel complesso, la decisione di indire il referendum da parte di Barzani non solo rischia di esacerbare le tensioni tra le diverse componenti irachene, ma dà modo ad attori esterni come la Turchia e l’Iran di aumentare il proprio coinvolgimento nel Paese. Se l’allineamento delle autorità centrali irachene con Ankara e Teheran può effettivamente indebolire la posizione di Erbil in ambito negoziale, allo stesso tempo rischia di aprire a una pericolosa fase di instabilità, rendendo più complessa la ripresa del dialogo.

Se si dovesse verificare uno scontro aperto e prolungato tra FMP e Peshmerga si interromperebbe quella preziosa cooperazione sul campo, nell’ambito della lotta a Daesh, che se da un lato ha permesso di arginare l’avanzata dei miliziani di al-Baghdadi e di lanciare in modo efficace le principali offensive congiunte nel nord del Paese, dall’altro ha anche svolto un ruolo importante nel congelare le tensioni tra Baghdad e Erbil. Anche in assenza di scontri armati, la mancanza di dialogo e l’irrigidimento delle reciproche posizioni alimenterebbe l’instabilità nei territori disputati, rendendo ancora più precarie le condizioni di sicurezza anche nelle regioni limitrofe. In questo contesto, la fine della collaborazione tra Baghdad e Erbil avrebbe l’effetto di consegnare a Daesh un prezioso spazio di manovra, grazie al quale i miliziani di al-Baghdadi potrebbero riorganizzarsi dopo la fine dell’esperienza del Califfato e aumentare nuovamente le proprie capacità operative.

 

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