08 GIUGNO 2018
Geopolitical Weekly n. 295
DI Giulia Lillo

Etiopia

Il 5 giugno, il governo ha annunciato di accettare pienamente i termini degli Accordi di Pace di Algeri del 2000, stipulati con l’Eritrea dopo la sanguinosa guerra del 1998-2002. La notizia è stata rilasciata dopo una giornata di incontri tra i 36 membri del Comitato Esecutivo del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo etiopico (EPRDF), coalizione di partiti di base etnica (Tigray, Amhara, Oromo) al governo dal 2005. L’obbiettivo dell’accordo tra i due Paesi, raggiunto grazie alla mediazione dell’allora Organizzazione dell’Unità Africana (OUA, oggi Unione Africana), degli Stati Uniti e dell’Unione europea, era quello di mettere fine alle ostilità sulla base di quanto concordato con il cessate il fuoco del luglio 2000. Nello specifico, il documento comportava il ritiro delle truppe etiopiche da tutti i territori di confine riconosciuti all’Eritrea, in primis dalla città di Badme, sinora occupati dalle Forze Armate di Addis Abeba.

La ratifica degli accordi di pace rappresenta la più importante azione diplomatica intrapresa dal nuovo Primo Ministro Abiy Ahmed, esponente dell’etnia Oromo nonché personalità che aveva inaugurato il proprio governo con la promessa di importanti riforme interne e di altrettanto importanti cambiamenti in politica estera. L’iniziativa politica del nuovo Premier può essere considerata, infatti, sia come una strategia per placare il cinquantennale clima di tensione esistente tra Etiopia ed Eritrea, sia come un tentativo espandere nuovamente l’influenza etiope su Asmara utilizzando la leva diplomatica e, in prospettiva, quella economica. Infatti, da quando l’Eritrea è divenuta indipendente (1993), Addis Abeba ha perso ogni sbocco al mare, indirizzando la propria politica estera successiva verso la proiezione costiera. Ad oggi, la necessità di acquisire avamposti marittimi è divenuta ancora più importante, poiché l’economia etiope, cresciuta del 10% all’anno nell’ultimo decennio, necessita di incrementare i propri volumi commerciali e l’accesso alle comunicazioni marittime. In questo senso, la riappacificazione con l’Eritrea avrebbe lo scopo di garantire all’Etiopia, nel prossimo futuro, il controllo delle sue ex infrastrutture portuali e dello sbocco sul Mar Rosso. Inoltre, ora che l'Etiopia ha soddisfatto le richieste del suo storico avversario, il regime eritreo del Presidente Isaias Afewerki potrebbe perdere la sua storica arma propagandistica della minaccia di una eventuale ripresa del conflitto, spesso utilizzata per giustificare e legittimare la militarizzazione della società, la repressione dei diritti civili e politici e la stretta securitaria costante sulla popolazione. In un simile contesto, non è da escludere che il regime eritreo entri in una fase di instabilità dagli esiti imprevedibili.

 

Giordania

Lo scorso 4 giugno, Re Abdullah II di Giordania ha designato Omar al-Razzaz come nuovo Primo Ministro al posto dell’uscente Hani Mulki. Il cambio al vertice dell’esecutivo è stato deciso per placare l’ondata di protesta popolare (la più imponente dal 2011-12) che ha toccato il Paese mediorientale fin dal 31 maggio. Infatti, migliaia di persone hanno dato vita a manifestazioni non solo nella capitale Amman, ma anche a Karak, Aqaba, Maan e Ramtha, per protestare contro le più recenti misure di politica economica del Regno. La Giordania attraversa un forte periodo di crisi economica, con un debito pubblico pari ormai al 95% del PIL (era circa il 70% nel 2011) e il congiunturale venir meno dei 3,6 miliardi di dollari di aiuti dal Golfo nel 2017, i cui effetti sono amplificati dalle difficoltà legate all’accoglienza di oltre 600.000 rifugiati siriani.

Le richieste della piazza comprendevano il ritiro del disegno di legge, appena approdato in Parlamento, che avrebbe aumentato la pressione fiscale del 5% sui dipendenti e addirittura del 20-40% sulle aziende, andandosi peraltro a sommare ad altri recenti provvedimenti, profondamente impopolari ma introdotti per accedere alle linee di finanziamento del Fondo Monetario Internazionale (FMI), come il blocco dei sussidi per il pane, il rincaro dei prezzi dei carburanti e l’aumento del costo dell’elettricità.

Tutt’altro che di carattere meramente spontaneo, le proteste sono state fin dal principio organizzate e promosse dalle associazioni di categoria e in particolare dalla Federazione Generale dei Sindacati Giordani (FGSG), il principale organismo sindacale. Dal momento che il FGSG è di fatto un organismo cooptato e agisce da anni in sostanziale continuità con la linea politica della Monarchia, è possibile ipotizzare che le proteste si inseriscano almeno in parte in una manovra della Casa Reale per operare un ricambio ai vertici dell’esecutivo, favorendo l’ascesa di personalità come il nuovo Premier Razzaz, più attento del predecessore alle ricadute sociali delle misure di austerità ma, al contempo, dotato della necessaria credibilità di fronte a organismi internazionali come il FMI.

 

Siria

Lunedì 5 giugno Turchia e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo di massima circa la città siriana di Manbij, al centro degli attriti tra i due Paesi fin dal 2016 a causa della presenza di combattenti curdi delle Unità di Protezione Popolare (YPG), alleati di Washington sul campo ma considerati terroristi da Ankara. Il cuore del piano concordato dal Ministro degli Esteri turco Çavuşoğlu e il Segretario di Stato statunitense Pompeo si basa sul ritiro dello YPG dalla città. L’intesa ha generato un piano d’azione da portare a termine in tre fasi, ossia il ritiro delle milizie curde nei 30 giorni successivi la definizione dell’intesa; un’amministrazione temporanea congiunta, da parte dei militari turchi e americani, nei 45 giorni successivi; e la formazione di un’amministrazione locale nei due mesi successivi alla firma dell’accordo tra Ankara e Washington.

Nell’agosto 2016 le Forze Democratiche Siriane (SDF), un ombrello di milizie in cui lo YPG ha un ruolo egemone, avevano cacciato lo Stato Islamico (IS) da Manbij. In questo modo avevano allargato la loro zona di controllo dal nord-est della Siria anche a ovest dell’Eufrate, considerato da Ankara una linea rossa da non oltrepassare. Infatti, il timore turco è sempre stato che le forze curde prendessero il controllo dell’intero confine siriano e che potessero servirsi di un’eventuale zona autonoma in territorio siriano per alimentare l’insorgenza curda del PKK in Turchia.

Di conseguenza, l’appoggio fornito dagli USA ai curdi siriani è stato negli ultimi 3 anni uno dei principali motivi di attrito tra Washington e Ankara. D’altronde, nonostante rappresenti un indubbio passo in avanti, l’accordo raggiunto da Çavuşoğlu e Pompeo appare ancora estremamente vulnerabile. Infatti, nonostante il percorso di avvicinamento americano verso le richieste turche, l’obiettivo di Washington resta al momento quello di continuare ad appoggiare i curdi siriani ad est dell’Eufrate in funzione anti-IS, punto che con tutta probabilità diventerà nel prossimo futuro un rinnovato motivo di attrito. Inoltre, la questione curdo-siriana tra Ankara e Washington si sovrappone ad altri dossier su cui la sintonia tra i due partner NATO è in evidente crisi, primo tra tutti la reticenza statunitense nel consegnare ad Ankara i cacciabombardieri F-35, a seguito del contratto firmato con la Russia per due batterie di missili antiaerei S-400.