20 GIUGNO 2012
La dimensione regionale del conflitto nel Nord Kivu
DI Stefania Azzolina

Da circa un mese si è assistito all’intensificazione degli scontri nel Nord Kivu, regione orientale della RDC (Repubblica Democratica del Congo) al confine con il Rwanda. In particolare, il principale teatro delle ostilità sono le colline di Mbuzi, Chanzu e Runyonyi, nel distretto di Rutshuru, in prossimità del confine con Uganda e Rwanda.

Le operazioni militari vedono impegnate le FARDC (Forces Armées de la République Démocratique du Congo), le quali si contrappongono ai disertori del Generale Bosco “Terminator” Ntaganda, ex leader del CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), ed al movimento M23 (Movimento del 23 Marzo).

Il CNDP era un gruppo militare formato da guerriglieri congolesi di etnia tutsi che aveva combattuto contro le FARDC durante la Guerra Civile del Congo, successivamente trasformatosi in partito politico facente parte della Maggioranza Presidenziale e parzialmente integratosi nelle forze armate nel contesto degli accordi di Goma del 2009. Il M23, guidato dal Colonnello Sultani Makenga, “numero due” di Ntaganda al CNDP è nato il 4 aprile 2012, dopo l’ammutinamento di circa 300 soldati (tutti ex membri del CNDP) contro le FARDC.

Formalmente il M23 chiede trattative con il governo per completare la realizzazione degli accordi di pace firmati il 23 marzo 2009 a Goma, soprattutto riguardo al processo d’integrazione sia nelle FARDC che nel sistema politico. Nonostante il M23 neghi qualsiasi legame con le forze del Generale Ntaganda, i rapporti tra questi e Makenga potrebbero far pensare a una strategia volta a destabilizzare ulteriormente la regione, rendendo ancor più difficile la cattura di Ntaganda (ricercato non solo da Kinshasa ma anche dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità). Inoltre potrebbe essere una manovra da parte di Makenga per conquistare maggiore peso politico presso i tutsi congolesi, approfittando del momento di debolezza di Ntaganda.

Infine, sfruttando la forte instabilità e la concentrazione degli sforzi delle FARDC contro i disertori e le milizie tutsi, nelle ultime settimane si è registrata un’intensificazione degli attacchi contro la popolazione civile da parte dell’FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda), composto da miliziani di etnia Hutu, giunti nella metà degli anni Novanta in RDC per sfuggire al genocidio che si stava perpetuando in Rwanda.

Alla luce di questi diversi elementi, le rivendicazioni di natura militare e politica non sembrano assolutamente sufficienti a fornire una spiegazione della profonda crisi che sta attraversando la RDC. Tutto va inquadrato non solo all’interno delle dinamiche statali di lungo periodo ma anche nel contesto dei rapporti inter-statali nell’Africa Centrale degli almeno, ultimi venti anni. Gli scontri degli ultimi mesi sono diretta espressione del conflitto del Nord Kivu, la cui dimensione internazionale non può essere analizzata solamente nell’ottica di uno scontro tra milizie o inter-etnico. L’elemento centrale consiste nella lotta tra diversi attori locali e regionali per l’accesso allo sfruttamento delle ricche risorse presenti nel territorio.

Primo elemento da tenere in considerazione è che la RDC è un immenso Stato multietnico senza un’etnia dominante, neanche all’interno delle singole regioni. Oltre a questo elemento, già da solo sufficiente a generare tensioni, s’innesta una carente struttura istituzionale con un governo incapace di esercitare la propria sovranità sull’intero territorio nazionale.

Inoltre la RDC rappresenta uno dei Paesi africani più ricchi di risorse naturali e l’incapacità di amministrazione da parte di Kinshasa lascia spazio a ingerenze di diversa natura riguardo la gestione e o sfruttamento del ricco patrimonio minerario. Ciò è vero soprattutto in riferimento alle regioni orientali dell’RDC il cui sottosuolo è ricco, tra l’altro, di oro, petrolio, gas, diamanti e coltan. Da quest’ultimo è possibile ricavare il tantallio, minerale utilizzato nella produzione della moderna tecnologia, dai telefoni cellulari ai sistemi d’arma. Si calcola che ogni anno nel Kivu se ne estragga l’80% di tutta la produzione mondiale.

La variabile dell’accesso alle risorse naturali risulta quindi fondamentale per ricostruire le dinamiche che interessano l’area. E’ nota la presenza di circuiti illegali di contrabbando di minerali che coinvolge ufficiali delle FARDC, nonché il Generale Bosco Ntaganda ed il Colonnello Sultani Makenga.

Inoltre, nelle ultime settimane sembra essere sempre più avvalorata l’ipotesi di un diretto coinvolgimento del Rwanda nel sostegno alla guerriglia sia di Ntaganda che del nuovo movimento M-23. I servizi di sicurezza congolesi ritengono che cittadini ruandesi siano stati reclutati, addestrati ed inviati da Kigali nel nord del Kivu per sostenere i militari disertori. In realtà il passaggio di uomini dal confine ruandese a quello congolese potrebbe riguardare non solo presunti soldati ruandesi ma anche milizie tutsi congolesi. In seguito agli scontri perpetuatisi nel Nord- Kivu, migliaia di profughi congolesi si sono rifugiati lungo il confine tra Kinshasa e Kigali. Una parte di essi potrebbero essere stati reclutati nei campi profughi per combattere con il M23.

Naturalmente, gli elementi emersi hanno portato ad un deterioramento dei rapporti tra Kinshasa e Kigali, nonostante nelle scorse settimane il Governo ruandese avesse proposto la sua mediazione tra il Governo di Kinshasa ed i gruppi militari dissidenti, ed i due Paesi avessero firmato un accordo di collaborazione per combattere i ribelli nelle regioni orientali.

L’attuale politica ruandese di appoggio ai dissidenti militari congolesi e di contemporanee trattative con il governo delle RDC potrebbe essere funzionale agli interessi di Kigali in quanto una maggiore destabilizzazione del Kivu faciliterebbe l’acquisizione illegale delle ricche risorse minerarie ed il mantenimento della propria influenza nella regione. La proposta da parte di Kigali di un’azione congiunta RDC - Ruanda nel Nord Kivu per combattere i ribelli ruandesi delle FDLR sembra confermare questa ipotesi.

In conclusione, nonostante gli accordi post-elettorali tra il presidente Kabila e Kamerhe (leader politico espressione degli interessi dell’est dell’RDC), avessero fatto sperare in una pacificazione del Kivu tramite accordi interni, l’attuale situazione appare lungi dall’essere normalizzata ed evidenzia la necessità sia di una maggiore integrazione dell’etnia tutsi nell’apparato politico-militare congolese che del coinvolgimento del Rwanda in eventuali accordi regionali.