16 MARZO 2012
Crisi nelle relazioni Egitto – Stati Uniti?
DI Mara Carro

La strategia mediorientale degli Stati Uniti, diretta a garantire la sicurezza di Israele e la disponibilità di petrolio, ha sempre fatto perno sull’Egitto. Dalla firma del Trattato di pace israelo – egiziano del 1979, l’Egitto è stato uno dei maggiori destinatari mondiali di aiuti finanziari e militari statunitensi assumendo, in cambio, una sostanziale neutralità nei confronti della causa palestinese. Oggi, i suoi sviluppi politici incerti possono determinare l’andamento dell’intera regione.

La Primavera araba e le dimissioni di Mubarak hanno lasciato l’Egitto stretto tra due poteri forti: il Consiglio supremo delle forze armate (CSFA) e i Fratelli Musulmani. Il CSFA, inizialmente facilitatore della transizione, esita a cedere il potere e la Fratellanza Musulmana, forza partitica emersa vincitrice dalle recenti elezioni, manca di una linea d’azione unica. Quello che li unisce però, almeno in chiave propagandistica, è il desiderio di smarcarsi dalle direttive USA. Il recente caso delle ONG, accusate di interferenza nella vita politica del Paese, ha messo in discussione la tenuta dello storico asse Washington – Il Cairo e l’attenzione si è subito spostata sul tema chiave che lega i due Paesi : il possibile taglio dei finanziamenti militari - che ammontano a 1,3 miliardi di dollari - e dei fondi per la cooperazione allo sviluppo - più di 250 milioni - versati per assicurare il rispetto degli Accordi di Camp David. Un finanziamento importante per uno dei più grandi apparati di guerra mediorientali.

Il rapporto con Washington è strategico, suggellato da esercitazioni periodiche: le esercitazioni Eagle Salute coinvolgono le forze navali, mentre le Bright Star sono esercitazioni interforze. I recenti accordi tra i due Paesi riguardano l’ammodernamento di alcuni sistemi d’arma in dotazione - come i 6 elicotteri CH-47 Chinook e l’intero parco elicotteri AH-64 Apache - e l’acquisto di altri 79 carri armati Abrams M1, di 20 caccia F-16 Block 52 , di 10 elicotteri AH-64 Apache e di due motovedette lanciamissili Ambassador MK III.

In Egitto l’esercito rappresenta un colosso economico che controlla oltre un terzo dell’economia nazionale e che dirige un impero industriale bellico che esporta dal Golfo Persico all’Africa, sebbene con un trend in calo. Una fonte di valuta non barattabile e in più il Presidente Obama ha di fatto già presentato la bozza di bilancio 2013 dalla quale gli aiuti all’Egitto non sono stati cancellati.

In un momento in cui la politica internazionale statunitense nell’area mediorientale è in stallo tra il programma nucleare iraniano e le tensioni petrolifere, gli USA hanno dovuto ridefinire la loro strategia nella regione e cercare nuovi interlocutori rispetto all’Esercito: i Fratelli Musulmani. La Fratellanza è una realtà della regione, con un network che si estende dall’Indonesia al Marocco. Una forza conservatrice da tempo presente nel tessuto sociale del Paese con una sua struttura e organizzazione, che dopo anni di illegalità forzata ha visto la prima affermazione elettorale.

Sebbene queste forze intendano segnare una rottura con la politica estera di Mubarak mirando ad un riposizionamento del Paese e ad una revisione delle alleanze strategiche, non è ben chiaro quale sarà la loro linea di azione. Fino alla deposizione di Mubarak, l’Egitto era percepito, assieme alle monarchie del Golfo, il blocco filoamericano in Medio Oriente. Oggi, invece, è soprattutto l’instabilità politica interna e la debolezza economica a dettare l’agenda di politica estera. Allo stato dei fatti, quindi, mentre è difficile aspettarsi una rivoluzione dei dettami della precedente politica estera, molto più plausibile è la revisione di alcuni punti: l’aperto sostegno alla causa palestinese, rafforzando l’asse Fratellanza Musulmana - Hamas e una normalizzazione dei rapporti con Iran. La riapertura del valico di Rafah, al confine con Gaza e il passaggio di navi da guerra iraniane attraverso il Canale di Suez sono indicativi in tal senso. Sebbene Hamas non fosse ben vista da Mubarak - in quanto espressione della Fratellanza Musulmana, principale movimento di opposizione al regime egiziano - fin dal 2006 l’Egitto ha cercato di favorire la riconciliazione inter-palestinese. E’ proprio al Cairo, infatti, che è avvenuta la firma di un accordo di riconciliazione tra le principale fazioni palestinesi. La normalizzazione delle relazioni con Teheran, invece, potrebbe alienargli il sostegno finanziario dell’Arabia Saudita. Riyadh vede nell’Iran, oltre che un suo rivale naturale per questioni etniche e religiose, la principale fonte di instabilità della regione. Unico stato a maggioranza sciita, l’Iran potrebbe essere una minaccia per la stabilità saudita che conta al suo interno una forte minoranza sciita. A ciò va ad aggiungersi lo scetticismo sul programma nucleare iraniano. Il mancato sostegno egiziano alla rivolta in Bahrein, in nome della stabilità e della sicurezza dei Paesi del Golfo, ha però allentato le tensioni tra Il Cairo e Riyadh.

Tutte queste iniziative potrebbero determinare future frizioni con il governo statunitense - oltre che con quello israeliano - e l’Egitto sa di aver bisogno dei finanziamenti statunitensi, oltre che di quelli sauditi, per il rilancio dell’economia dopo la Rivoluzione.

Il CSFA, che rimane uno dei principali centri di potere politico in Egitto, è infatti prudente dal momento che non vuole perdere gli aiuti statunitensi : nel periodo 2006 – 2010, il 60% di quanto importato dalla Difesa egiziana è giunto dagli Stati Uniti, il 15% dalla Russia, il 6% dal Montenegro e dall’Olanda e il 5% dalla Cina. In aggiunta, né auspica né ritiene che le Forze Armate possano sostenere nuovi conflitti

Gli Stati Uniti, d’altro canto, hanno tutto l’interesse a recuperare l’alleanza con l’Egitto che è stata alla base della stabilità del Medio Oriente.