27 SETTEMBRE 2017
Il ritorno della “fenice africana”: ostacoli ed opportunità del Mozambico post-conflitto
DI Elisa Sguaitamatti

Per lungo tempo il Mozambico è stato considerato un astro nascente dell’Africa Orientale, da parte di Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, per il suo successo nel processo di democratizzazione e di sviluppo post-bellico. Elogiato per le sue virtù, in passato allo Stato è stata attribuita l’espressione di “fenice africana”. Dal 2015, alla guida del Paese vi è Filipe Nyusi, quinto Presidente della Repubblica e leader del partito di matrice socialista FRELIMO (Frente de Libertaçao de Moçambique), storico rivale del partito di opposizione di destra RENAMO (Resistência Nacional Moçambicana) sia negli anni della guerra civile (1975-1992) sia dopo di essa.

Tuttavia, lo scorso 4 maggio, il leader di RENAMO, Afonso Dhlakama, ha mandato un segnale di distensione nella storia dei complicati rapporti con FRELIMO, annunciando una tregua illimitata delle azioni di guerriglia nella contesa perenne per la gestione del potere e l’amministrazione dello Stato. Per la prima volta le parti sono state concordi nella risoluzione della crisi politico-militare pluridecennale. Infatti, nonostante gli accordi di pace di Roma tra il Governo e i ribelli RENAMO, dal 1992 si sono susseguiti episodi di violenza in un clima di crescente tensione e accuse reciproche sul mancato rispetto delle condizioni del trattato di pace. Nel 2013 sono riprese le azioni destabilizzanti da parte dell’ala militare di RENAMO e, nel 2014, le elezioni presidenziali, giudicate fraudolente da parte dell’opposizione, hanno sancito l’ennesima vittoria di FRELIMO.

Per poter comprendere le dinamiche politiche contingenti, occorre considerare il ruolo di opposizione esercitato da RENAMO negli ultimi anni e la sua agenda politica. Il partito ha adottato una duplice strategia per il perseguimento dei suoi interessi e obiettivi: attivismo in Parlamento e azioni militari sul territorio.

All’interno delle istituzioni, la sua battaglia si basa su decentramento dei poteri e su una distribuzione più equilibrata delle risorse generate dall’industria degli idrocarburi. I suoi sforzi si concentrano sulla lotta alle diseguaglianze nella convinzione che l’attuale distribuzione di ricchezze arrechi benefici soltanto a pochi membri del Governo. Per questo, RENAMO ha promesso una maggiore integrazione nell’ordine politico, economico e sociale delle province centro-settentrionali più povere in cui aveva ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni del 2013. Inoltre, il partito di Dhlakama ha sempre criticato l’inefficacia delle politiche governative, dimostrandone gli effetti poco tangibili sulla popolazione. Ad oggi persistono forti asimmetrie regionali (tra Nord e Sud e tra aree costiere e rurali) e si registra uno scarso miglioramento delle condizioni socio-economiche a causa dell’alto tasso di disoccupazione (48%) e di povertà. Secondo la Banca Mondiale, lo sviluppo socio-economico è avvenuto a ritmi molto rallentati rispetto al resto dell’Africa subsahariana poiché più della metà della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà. Infine, il partito ha guadagnato sempre più consensi grazie alla messa in evidenza delle debolezze e degli errori commessi dal Governo. L’episodio che ha maggiormente intaccato l’immagine di FRELIMO è lo scandalo per un debito mai dichiarato di due miliardi di dollari, ossia un prestito fraudolento concesso dall’ex Presidente Armando Guebuza a tre compagnie statali per l’acquisto di navi militari e non di una flotta per il potenziamento dell’industria della pesca come si era fatto credere.

Parallelamente all’azione istituzionale, dal 2013 al 2016 RENAMO ha organizzato anche attività di tipo para-militare, facendo ricorso a tattiche di guerriglia e strategie di destabilizzazione che prendevano di mira aree specifiche e industrie fondamentali per la stabilità economica del Paese. Dhlakama aveva coordinato le attività a bassa intensità, ossia attacchi alle reti viarie e infrastrutturali nelle zone più ricche di risorse naturali nei pressi della capitale Maputo e sabotaggi alle attività commerciali delle città portuali come Beira.

Nell’analisi delle sue strategie, è possibile constatare che RENAMO abbia prediletto il ricorso a tecniche violente di lotta politica rispetto all’attivismo istituzionale. In primis, lo strumento para-militare è risultato essenziale per indebolire e convincere FRELIMO a fare concessioni sui temi cari all’opposizione, come il decentramento dei poteri. Il partito di potere governa mediante una gestione centralizzata dei poteri, in cui le scelte insindacabili dei vertici sono imposte all’interno di uno Stato unitario. Pur essendo una democrazia multipartitica, il suo predominio nella sfera politica è stato possibile poiché il consolidamento istituzionale e di costruzione della pace, avviato nel 1992, non si è mai veramente concluso. In questo senso, il partito ha goduto di una libertà di azione considerevole in assenza del classico meccanismo politico di pesi e contrappesi, in cui Parlamento e Presidente si controllano e si limitano per evitare abusi di potere. Infine, malgrado la rivalità pluridecennale, i canali di comunicazione tra le parti sono rimasti aperti, ma la forma più efficace per arrivare alle decisioni è sempre stata quella del confronto diretto tra leader al di fuori del Parlamento.

Oltre alle azioni di guerriglia, la crisi politico-militare è stata aggravata da una serie di omicidi politici. Tra il 2015 e il 2016 sono state uccise a Maputo personalità come Gilles Cistac, esperto costituzionale e sostenitore di RENAMO (che affermò che la Costituzione consentiva il decentramento sebbene lo Stato fosse definito unitario) e Jeremias Pondeca, rappresentante negoziatore di RENAMO. A questi sono seguiti, nel novembre del 2016, gli assassinii di esponenti di alto profilo di FRELIMO come Arao Chiguemane e Antonio Macurreia e di alcuni comandanti guerriglieri di RENAMO come Juma Ramos e Luciano Augusto.

Alla luce di questi eventi, la dichiarazione di intenti di Dhlakama rappresenta uno storico momento di riconciliazione e riattiva i negoziati di pace, in passato sempre arenati perché ciascuna parte era molto diffidente delle intenzioni dell’altra. Dallo scorso febbraio si è concluso anche il lungo impegno dei mediatori internazionali. Tra i facilitatori voluti da RENAMO vi erano il mediatore dell’Unione Europea Mario Raffaelli, deputato del Partito Socialista Italiano e profondo conoscitore del Mozambico (in quanto rappresentò il Governo italiano tra il 1990 e il 1992 nelle trattative che portarono agli accordi di Roma), le delegazioni del Sudafrica e della Chiesa Cattolica. Invece, FRELIMO aveva richiesto la presenza di Quett Masire, ex Presidente del Botswana, di Global Leadership Foundation (fondata da Chester Cocker, ex Segretario di Stato americano per gli affari africani), di Jakaya Kikwete, ex Presidente della Tanzania e di Faith Foundation, guidata dall’ex Primo Ministro inglese Tony Blair. Ad oggi, gli sforzi della mediazione sono affidati a due team nazionali di esperti che si occupano di tutti i punti dell’agenda negoziale: decentramento dei poteri e “questioni militari”, ossia disarmo completo dell’ala militare di RENAMO e modalità di reintegrazione degli ex militanti nelle forze di sicurezza statali (polizia ed esercito).

Tenendo conto delle difficoltà riscontrate finora su alcuni punti dell’agenda negoziale, appare utile analizzare la questione cruciale del decentramento dei poteri. Infatti, è il tema che presenta maggiori criticità in quanto le parti hanno visioni divergenti e inconciliabili. RENAMO, sostenitore del decentramento, aspira alla restituzione dei poteri di controllo e amministrazione delle province centrali rurali più isolate e povere (Sofala, Manica, Tete, Nampula, Zambézia e Niassa), dove aveva ottenuto la maggioranza di voti alle amministrative del 2013. In questo senso, RENAMO è già impegnato per la conquista di nuovi consensi, auspicando che molti suoi governatori siano eletti alle elezioni provinciali del 2018. Invece, FRELIMO è sempre stato contrario al decentramento e alle politiche del cosiddetto “gradualismo”, che prevedono la restituzione graduale di autonomia alle singole province, per timore di perderne il controllo. Ciononostante, in vista del prossimo congresso di partito, previsto per settembre 2017, in cui è attesa una rielezione di Nyusi, per FRELIMO sarebbe importante raggiungere un accordo per rafforzare ulteriormente la posizione del Presidente come responsabile di questo successo.

In secondo luogo, la questione dei poteri gioca un ruolo cruciale nella situazione socio-economica in cui versa il Paese. Infatti, è legata alla proprietà e alla gestione delle risorse statali tra cui figurano vasti giacimenti di gas naturale, finora gestiti da un gruppo ristretto di persone del partito al Governo. Figure di alto profilo, come Alberto Chipande e Ramundo Pachinuapa, hanno già fondato industrie locali per gli idrocarburi, indispensabili per la realizzazione di progetti con le multinazionali che hanno aperto le loro attività in Mozambico (come l’italiana ENI e l’americana Anadarko). Il connubio di interessi tra sfera politica e attività di business nel settore energetico, però, è motivo di preoccupazione circa la competitività di queste compagnie e l’affidamento a membri del partito conosciuti per casi di corruzione.

In un quadro politico in apparenza bipolare ha assunto sempre più rilevanza il Movimento Democratico de Moçambique (MDM), guidato da Daviz Simango, ex membro di RENAMO e sindaco di Beira dal 2003. Infatti, per la prima volta nella storia nazionale, Il Presidente Nyusi ha convocato il leader di MDM per un aggiornamento sui negoziati di pace, riconoscendolo come attore affermato dell’arena politica mozambicana. Il partito, che non ha un’ala militare, è stato fondato nel 2009 in seguito ad una lunga contesa di potere e di leadership tra Simango e Dhlakama. La sua agenda politica è simile a quella di RENAMO in quanto si focalizza su decentramento di poteri ed equa distribuzione delle ricchezze nazionali. Tuttavia, il movimento si contraddistingue per il suo animo pacifista e per la battaglia in prima linea per il futuro delle giovani generazioni, esercitando un potere di attrazione crescente verso un elettorato giovane.

Nell’ottica di una stabilizzazione definitiva del Paese, un’importante variabile da valutare è la tenuta economica. Sebbene sia stato incluso nel novero delle economie più promettenti, al momento il Mozambico è interessato da un deterioramento della situazione macroeconomica e finanziaria. Lo Stato è entrato in default all’inizio del 2017 dopo due decenni di erogazione di aiuti allo sviluppo, che rappresentano un quarto del PIL, da parte del gruppo G14 in base all’iniziativa per i Paesi poveri fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Countries).

Dopo la scoperta dell’affare del debito non dichiarato accennata in precedenza, una serie di eventi ha condotto lo Stato al tracollo: sospensione degli aiuti, aumento dell’inflazione, diminuzione delle esportazioni di gas e svalutazione della moneta nazionale, il metical. Oggi, il Paese deve attenersi al rispetto di misure correttive e politiche macroeconomiche restrittive di contenimento della spesa pubblica imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Questa crisi si è verificata nonostante la messa in atto del Plano Quiquenal do Governo (2015-2019) che intende promuovere la trasformazione della struttura sociale ed economica del Paese per migliorare sensibilmente i livelli di benessere della popolazione. In particolare, dal 2015 l’azione di Governo si è concentrata su cinque priorità: consolidamento dell’unità nazionale, pace e democrazia; sviluppo del capitale umano e sociale; promozione di occupazione, produttività e competitività; sviluppo di infrastrutture economiche e sociali; gestione sostenibile di risorse naturali. Tuttavia, i dati più allarmanti rimangono proprio quelli legati a disoccupazione, asimmetrie regionali e disparità socio-economiche.

Per quanto riguarda le dinamiche securitarie, attualmente le principali minacce sono di natura esterna. Dal 2010, Maputo deve confrontarsi con il fenomeno della pirateria nel Canale di Mozambico, la più importante via commerciale dell’Africa Australe. Secondo le informazioni riportate dall’International Maritime Bureau (Piracy Reporting Centre), l’ultimo attacco è avvenuto a Beira lo scorso 22 marzo quando alcuni uomini armati hanno preso d’assalto un’imbarcazione per carico e scarico merci.

Per proteggere le risorse naturali e le città costiere nonché per monitorare le acque territoriali degli Stati della costa sudafricana dell’Oceano Indiano, dal 2011 è attiva Operation Copper, un’iniziativa ad hoc a cui partecipano Tanzania, Mozambico e Sudafrica sotto l’egida della South African Development Community (SADC). Nel contrasto alla pirateria marittima, Operation Copper è costituita da una componente di intelligence e una di deterrenza militare e ha sempre previsto un presidio costante del Canale di Mozambico da parte di uomini e mezzi militari della marina sudafricana. Tuttavia, le risorse disponibili per Operation Copper si sono progressivamente ridotte. Se è vero che il Sudafrica ha esteso l’impiego di 200 membri della SANDF dall’1 aprile 2017 al 31 marzo 2018, dall’inizio dell’anno non sono presenti navi da guerra o velivoli di ricognizione per il pattugliamento costiero. L’attuale mancanza di risorse è dovuta a scarsi finanziamenti del governo sudafricano alla sua marina che possiede mezzi militari obsoleti.

La giovane democrazia mozambicana sta attraversando un periodo di transizione, dagli anni della crisi politico-militare alla storica riconciliazione tra le due fazioni storicamente rivali. Affinché il Paese possa superare l’eredità di uno Stato post-confitto polarizzato, ancora caratterizzato da disparità sociali e divari geo-economici, dovrebbe consolidare le istituzioni democratiche e rinnovare i modelli di gestione delle risorse in favore di tutti i cittadini, sostenendo le categorie più deboli ed emarginate. Per questo, nel medio-lungo periodo il Governo dovrebbe implementare una redistribuzione della ricchezza nazionale più omogenea ed inclusiva e politiche di valorizzazione del settore energetico - infrastrutturale e di diversificazione degli investimenti. Inoltre, dovrebbe affrontare la questione irrisolta del decentramento dei poteri e investire maggiormente sul futuro della sua giovane popolazione (il 65% ha meno di 25 anni) in ambito lavorativo, educativo e sanitario. Comunque, nel breve periodo la sfida più importante rimane il raggiungimento di una pace duratura e definitiva che permetta al Paese di tornare ad essere la “fenice africana”.