30 AGOSTO 2011
Unione per il Mediterraneo, cause di un lento declino
DI Nicola Pantaleo

Tre anni fa, era il 13 luglio 2008, prendeva forma il “Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo” (UpM) durante il vertice di Parigi, che precedette di un giorno le celebrazioni per la festa della presa della Bastiglia. Ben quarantatré Paesi rivieraschi e dodici organizzazioni internazionali (tra cui ONU e UE) presero parte a questo tentativo, nato sotto l’egida francese, di rilanciare il processo d’integrazione mediterranea. Dopo un’aspra negoziazione vennero tenuti fermi due capisaldi: l’UpM doveva essere una prosecuzione del Partenariato euro-mediterraneo (il Processo di Barcellona) e doveva essere un processo coordinato con l’Unione Europea.

La novità dell’Unione per il Mediterraneo risiedeva tutta nell’approccio “funzionalista”, si parlò addirittura di CECA mediterranea, e nel principio della co-ownership. La novità pragmatica si materializzava nelle sei aree d’intervento prioritario: lotta all’inquinamento del Mar Mediterraneo, autostrade del mare, protezione civile, piano di energia solare per il Mediterraneo, progetto per lo sviluppo commerciale del Mediterraneo e la creazione dell’Università mediterranea. Il secondo principio si concretizzava nella struttura organizzativa, che venne istituita soltanto in Novembre 2008 e con un vertice dei Ministri degli Esteri, che prevede due co-presidenti (uno per la riva Nord e uno per quella meridionale, furono eletti Sarkozy e Mubarak, formalmente tuttora in carica), un Segretario Generale e cinque vice, di cui uno palestinese e l’altro israeliano.

Il rilancio del partenariato euro-mediterraneo nacque viziato da alcune criticità assai profonde che il vertice di Parigi sperava aver spazzato via. In primo luogo, un peso notevole l’hanno avuto l’assenza di mediazione e l’impeto con cui l’allora candidato all’Eliseo lanciò il progetto, ovvero senza consultare né la Presidenza di turno dell’UE slovena (che è un paese rivierasco), né la Commissione e tantomeno i Paesi Membri.

In secondo luogo, l’iniziativa di Sarkozy rispondeva ad una precisa esigenza politica francese, e in generale di tutti i membri dell’UE della sponda mediterranea: dopo quindici anni di sforzi diretti a favorire le riforme democratiche e strutturali dei Paesi dell’ex blocco sovietico era necessario che l’UE tornasse a restituire priorità e attenzione all’area del Mediterraneo dal Maghreb al Mashrek. Visto quest’assunto, la Germania della Cancelliera Merkel, allora a capo di un governo di grande coalizione con i socialisti, si oppose fermamente a che questo progetto fosse all’esterno dell’Unione, ma ne utilizzasse i fondi dell’Unione. Per questi motivi, il gruppo dei Paesi nordici insistette affinché la Commissione fosse pienamente associata ai lavori dell’UpM e che il bilancio fosse rigidamente inquadrato all’interno di quello quinquennale dell’Unione Europea. Al contempo, nel febbraio 2009, la Polonia e la Finlandia, a sottolineare i propri interessi geopolitici, hanno proposto di lanciare un Partenariato orientale rivolto ad Ucraina, Bielorussia e i Paesi caucasici.

Infine, gli stessi membri dell’UpM hanno fatto del loro meglio per mettere in evidenza tutte le loro divisioni: il Segretario Generale, il giordano Ahmad Massa’deh fu eletto con mesi di ritardo e, dopo un anno, ha lasciato la carica, il 1° giugno 2011, al marocchino Youssef Armani, che non ha rinunciato al suo incarico di Segretario generale del ministero degli Affari Esteri marocchino. Nondimeno, la scelta della sede del Segretariato è stata oggetto di scontri assai duri tra Italia, Malta, Spagna e Francia, alla fine, per ribadire la continuità con il Processo di Barcellona si è deciso di istituirlo nella capitale della Catalogna.

Ai problemi sostanziali, si sono aggiunti eventi internazionali di gran rilievo come il bombardamento israeliano contro la Striscia di Gaza nel dicembre del 2008, la crisi economica che ha coinvolto i cd PIGS (tranne l’Irlanda sono tutti paesi rivieraschi del Mediterraneo) e, infine, l’ondata di proteste dei giovani arabi da Tunisi a Damasco.

L’acuirsi del conflitto israelo-palestinese ha provocato una vera e propria fase di stallo nei negoziati che riguardavano alcuni progetti dell’Unione per il Mediterraneo poiché essa nasceva anche con l’obiettivo di inserire Israele all’interno dei nuovi progetti economici e infrastrutturali. Il raid contro Gaza, del dicembre 2008, causò il naufragio di tutti i progetti e mise in forte difficoltà il lancio dell’UpM, del resto era ormai chiaro che ogni progetto di cooperazione nella regione non poteva prescindere da una normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Ramallah. Durante tutto il conflitto si assistette al silenzio imbarazzato tanto di Sarkozy quanto di Mubarak, i quali ricordarono perfino che l’UpM non si occupava di questioni politiche, anche se nel preambolo si parla di “raggiungere la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione”, e invitavano alla cessazione delle ostilità.

Il 2011 è stato, in ogni caso, l’annus orribilis per l’Unione. Da un lato, la crisi dei PIGS ha dimostrato che, non è solo la sponda meridionale del Mediterraneo ad essere instabile, anche quella “settentrionale”, almeno dal lato finanziario è assai fragile. Effettivamente, l’Unione nasceva come strumento per stimolare le economie “arabe”, ma la crisi finanziaria greca, il rischio per la Spagna e la probabile insolvenza portoghese hanno palesato i problemi dei partner europei. Se le economie dei Paesi europei rivieraschi avrebbero dovuto stimolare la crescita dei Paesi arabi con investimenti su larga scala (le famose autostrade del mare, ad esempio) e attraverso le piccole e medie imprese (PMI), nessuno dei due tipi d’investimento è stato realizzato. Tutti i Paesi europei erano impegnati a salvaguardare la Grecia dal collasso e approvare misure di risanamento per le finanze di Lisbona e Madrid: il rilancio economico della regione non è potuto avvenire a causa di shock gravissimi che hanno coinvolto i Paesi mediterranei dell’UE. Anche la Francia, comunque, non è stata capace di guidare alcun progetto nella regione, nonostante il presidente francese si fosse fatto garante della nuova fase dei rapporti economici nell’area.

Dall’altro lato, sul versante politico, tra dicembre e gennaio 2011, è scoppiata la primavera araba e l’UpM non ha avuto la forza di commentare questi avvenimenti, il motivo principale emerge con una certa facilità. Tutti i regimi che vengono contestati sono esattamente gli stessi che inaugurarono il progetto di Parigi del luglio 2008: Mubarak ne era copresidente; Bashar el Assad fu ospitato in grande stile, l’ex Segretario generale era un giordano, la Tunisia era l’alleato più fidato della Francia nel Mashrek. Paradossalmente, l’unico intervento con l’uso della forza è stato autorizzato contro l’unico non membro dell’UpM: la Libia di Gheddafi.

La maggior parte dei governi che avrebbero dovuto favorire il rilancio politico-economico del Mediterraneo sono caduti sotto la spinta dei movimenti di piazza, mentre i membri europei hanno taciuto sia perché erano alleati di quei regimi sia perché non vedevano alcuna alternativa ad essi. Non si può ignorare, riprendendo il tema precedentemente affrontato, che tutti i Paesi rivieraschi interessanti agli sconvolgimenti politici nel Mediterraneo erano presi ancor di più dai propri problemi. Emblematico è il caso italiano, che sulla Libia è intervenuta in un momento successivo all’azione francese, poiché troppo presa dalla risoluzione di problemi di natura economico-politica. Grecia, Spagna e Portogallo erano completamente chini sui loro problemi, tanto da non proporre nulla.

Emerge abbastanza chiaramente che il male maggiore di cui ha sofferto l’Unione per il Mediterraneo è stato l’assenza di concertazione e condivisione dell’iniziativa. Il progetto fu lanciato in piena autonomia e con un’anacronistica grandeur da parte del candidato gollista all’Eliseo e le critiche a tale atteggiamento furono immediate. Eppure, anche quando si realizzò una maggior concertazione tra partner europei, nessuno volle assumersi la leadership dell’iniziativa. Ovvero, nessun membro aveva le capacità e la forza per guidare questo progetto che, col tempo e a causa di gelosie e delle numerose cause sopracitate, si è svuotato e ha perso ulteriormente slancio e prospettive.

L’UpM ha avuto un approccio troppo minimalista/funzionalista e ha mancato completamente d’idealità e innovazione. Sempre da un punto di vista politico, non c’è stato coraggio. Lo spettro del fallimento del Processo di Barcellona ha paralizzato tutti i partner e così si è giunti all’attuale situazione per cui l’Unione per il Mediterraneo è agonizzante, incapace di esprimersi perfino sugli avvenimenti che stanno interessando la regione ormai da sei mesi e neppure in grado di adempiere al suo mandato funzionalista che si concretizzava in quelle sei aree d’intervento, benché la Commissione abbia stanziato 100 milioni di euro in tre anni.