15 MARZO 2017
L’economia iraniana dopo l’embargo: prospettive e difficoltà
DI Giuseppe Marino

Si avvicina per l’Iran il momento delle elezioni, previste per il prossimo maggio, in cui la popolazione sarà chiamata a decidere se continuare sulla rotta “moderata”di ricostruzione iniziata dal Presidente Hassan Rohani, o se voltare pagina nuovamente verso l’ala politica più conservatrice. Verranno quindi sottoposti a giudizio non solo la linea politica intrapresa in questi ultimi anni culminata con la fine delle sanzioni sul nucleare del gennaio 2016, ma soprattutto il percorso  economico intrapreso ed il suo proseguo.  La nazione persiana in questo ultimo anno ha iniziato una lenta ripresa economica.  Sono molteplici gli aspetti che rendono unica l’economia iraniana. Tra i Paesi esportatori di petrolio e gas è sicuramente la nazione che detiene le maggiori riserve combinate delle due principali fonti energetiche. Così come rilevante è la sua posizione strategica all’interno del Medio Oriente, vicina sia all’Europa che al cuore dell’Asia, fondamentale per la rotta terrestre della nuova via della seta riproposta ultimamente da Pechino. Questo enorme potenziale negli ultimi anni è stato notevolmente rallentato dalle diverse sanzioni internazionali a cui l’Iran è stato sottoposto, interrompendone di fatto la crescita. Alla fine del 2016 uno staff di analisti del Fondo Monetario Internazionale ha effettuato una missione in Iran per controllare lo stato dell’economia locale. Lo statement  pubblicato alla fine della missione a Teheran può essere così riassunto:

  • l’aumento del livello di produzione del petrolio e della sua esportazione ha permesso una crescita nell’annualità appena trascorsa (2016) e l’uscita dalla recessione;
  • l’Iran ha estremamente bisogno di creare le condizioni per mantenere una certa stabilità macroeconomica e una crescita constante;
  • la riforma del settore bancario permetterà l’espansione economica e l’investimento di privati nell’economia iraniana tramite le relazioni interbancarie con altri Stati.

Sempre secondo il FMI, l’implementazione del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) e l’incremento di produzione e dell’export del petrolio avranno un effetto positivo nell’anno in corso, durante il quale si stima un aumento del Pil compreso tra il 4 e il 6.6%. A partire dal 2018 la crescita dell’economia iraniana dovrebbe attestarsi intorno al 3.3%, determinata da una normalizzazione dell’export energetico e da un sostanziale immobilismo del settore non-oil. Da tenere sotto controllo secondo gli esperti del FMI sarà senza dubbio l’inflazione, la quale è stata in questi ultimi anni costantemente in doppia cifra. Essa sarà contenuta al 9% entro la fine del 2017, mentre dovrebbe risalire all’11% entro la fine del 2018. Importanti dovranno essere le misure adottate dal governo iraniano per la ripresa economica. Riforme strutturali mirate a difendere una bassa e stabile inflazione, la ristrutturazione  e la ricapitalizzazione delle banche, aggiustamenti di politica fiscale a medio termine per poter sostenere le riforme, modifiche di legge e regolamentazioni  che facilitino gli investimenti e non ultima  la creazione di posti di lavoro.         Se da una parte sembrano incoraggianti le stime del FMI, dall’altra, nell’establishment iraniano si recrimina per il volume di mercato sfumato in questi ultimi dieci anni per colpa delle sanzioni sul nucleare. Quando dieci anni fa vennero imposte le prime sanzioni all’Iran per arginare la ricerca e l’arrichimento dell’uranio impoverito, l’economia iraniana aveva un ritmo di crescita costante. Basti pensare che nel quinquennio intercorso tra il 2006 e il 2011 (periodo durante il quale le sanzioni non erano ancora state inasprite), il Pil del paese guidato all’epoca dal neo-eletto Mahmoud Ahmadinejad aveva avuto comunque un tasso di crescita medio del 3-4% circa, proiettando l’Iran tra le 20 maggiori economie mondiali. Il percorso delle sanzioni era iniziato nel dicembre del 2006 con il divieto di import-export di macchinari sensibili all’uso nucleare e si è articolato in fasi. E’ del marzo del 2008 l’attuazione dell’embargo  sia commerciale che finanziario cui ha fatto seguito nel dicembre del 2011  l’inasprimento delle sanzioni verso le istituzioni finanziarie, appoggiate da USA, Canada, UK e UE. Sono infatti queste ultime sanzioni quelle che hanno avuto gli effetti peggiori. Il congelamento degli asset iraniani all’estero, il divieto di investimento ai privati, il divieto all’apertura di linee di credito bancarie verso le imprese e l’uscita dal sistema bancario internazionale (SWIFT), ha determinato il blocco dell’economia iraniana, con effetti recessivi sul PIL. Su mandato del governo Rouhani, la Banca Centrale ha avviato la chiusura delle banche informali da un lato e un processo di ristrutturazione dell’intero sistema bancario iraniano dall’altro. Dal 14 febbraio 2016, dopo un periodo lungo circa quattro anni, la Banca Centrale dell’Iran e altre 24 banche sono state riconnesse al sistema SWIFT (Society for worldwide interbank financial telecommunication) dal quale erano state escluse a seguito delle sanzioni. Da marzo 2016 il sistema dei pagamenti iraniano è stato effettivamente ricollegato a quello internazionale, permettendo il trasferimento di fondi da e verso l’estero e risolvendo il problema degli incassi/pagamenti. Conti bancari per non residenti in valuta locale e straniera sono consentiti previa autorizzazione della Banca Centrale: l’interesse medio che il sistema bancario iraniano offre in cambio dell’apertura di un conto corrente è del 20% circa. Sul fronte dell’antiriciclaggio il Paese sembra seriamente intenzionato ad allinearsi agli standard internazionali. Recentemente è stata approvata da parte del Consiglio dei Guardiani, dopo 5 anni di stallo, la legge contro il finanziamento del terrorismo. La disponibilità di credito da parte del sistema bancario iraniano per le imprese straniere che vogliano esportare in Iran è al momento molto ridotta stante la sostanziale illiquidità che caratterizza l’economia del Paese. La solvibilità di molte banche, specie le pubbliche, dipende dai fondi messi a disposizione dalla Banca Centrale. A causa dei ridotti proventi petroliferi, la disponibilità di valuta forte tende a calare comportando minori risorse per il National Development Fund of Iran (NDFI), che rappresenta la principale fonte di valuta estera per le banche iraniane.                                                                                                 L’effetto domino che ha investito il sistema economico iraniano è partito però dalla drastica riduzione delle esportazioni e quindi delle entrate derivate dalla produzione di greggio e gas. La produzione di petrolio del Paese è scesa ai livelli minimi da 30 anni a questa parte, passando dai 3,7 milioni di barili al giorno ai 1,65 milioni di barili al giorno (anno 2012) dopo l’inasprimento delle sanzioni. Nel solo 2012 l’Iran ha perso circa 40 miliardi di dollari a causa delle sanzioni, un duro colpo per una economia dipendente per l’80% dai proventi del settore energetico. Peggiore è stato l’anno fiscale 2012/2013, quando i proventi del settore energetico sono diminuiti del 47% scendendo a 63 miliardi di dollari. In conseguenza delle sanzioni le grandi compagnie straniere hanno abbandonato il Paese privando l’Iran di investimenti esteri,  influenzando negativamente lo stato delle opere già in corso o in via di progettazione. 

Il divieto di accesso ai provenienti del petrolio ha creato una riduzione delle riserve di valuta internazionale e ha fatto sì che il tasso di cambio sul mercato valutario interno aumentasse, generando un effetto negativo sulla valuta nazionale, il Rial, il cui cambio è precipitato dal valore di 13.000 Rial per un dollaro a fine 2011 per poi crollare a 32.500 Rial ad ottobre del 2012, annus horribilis dell’economia iraniana. In circa 13 mesi  il Rial ha perso circa il 40% del suo valore, continuando a svalutarsi  per tutto il 2013 e ponendo il mercato dei cambi iraniano sotto gli attacchi speculativi da parte degli investitori nazionali.  Per porre rimedio a questa imponente svalutazione monetaria  il governo iraniano ha valutato la sperimentazione di ciò che ha fatto la Turchia, cioè l’eliminazione di tre o quattro zeri dalla valuta nazionale e la creazione di una unità monetaria nuova.  

Discorso a parte merita l’inflazione. L’Economia iraniana da molto tempo soffre di un tasso di inflazione elevato  associato alla crescita generalizzata dei prezzi, che nel tempo ha causato una riduzione del potere d’acquisto della popolazione. Durante il governo Ahmadinejad ci sono stati due episodi che hanno alimentato la crescita esponenziale del tasso di inflazione: l’aumento del prezzo del petrolio nel 2008 e il conseguente trasferimento dei relativi provenienti nell’ economia statale sotto forma di diverse riforme economiche, nonchè la riforma dei sussidi del 2009 con la quale il governo ha deciso di pagare in contanti il sussidio alle famiglie (solo nel 2013 sono stati oltre 60 milioni gli iraniani destinatari di sussidi governativi). L’effetto combinato di queste misure governative e della produzione decrescente ha generato un’impennata dell’inflazione che nel periodo tra il 2012 e i primi mesi del 2014 era arrivata al 30%, attestandosi intorno al 17% solo verso la fine del 2015. Ciò ha aumentato i prezzi dei beni di prima necessità del 43%. Nel medesimo biennio (2012/2014), il PIL iraniano ha avuto un arresto consistente, pari a -5.8% alla fine del 2013.

L’effetto negativo delle sanzioni iraniane ha colpito duramente anche l’import nazionale. L’import iraniano nei primi anni 2000 stava attraversando una profonda mutazione. Fino al 2000, circa il 50% delle importazioni iraniane era costituito da prodotti industriali intermedi, il 30% da beni strumentali e il 20% da beni di consumo. I maggiori segmenti erano l’edilizia (circa 25%), i metalli (15%), i prodotti chimici (12%), oli vegetali (12%) e mezzi di trasporto (circa 8%). La crescita complessiva dell’economia iraniana aveva ampliato il volume delle importazioni e privilegiato il settore dei beni di consumo, al fine di colmare le lacune del mercato nazionale (soprattutto prodotti alimentari e vegetali, tessili e calzature, macchinari e mezzi di trasporto). Dal 2011 al 2013 anche il valore dell’import ha avuto un consistente calo, passando dai 77 miliardi del 2011 ai 52 del 2013. L’ostracismo economico dei mercati occidentali ha spinto in questi anni l’Iran ad aumentare le proprie relazioni diplomatico-economiche con i paesi della sponda asiatica, in particolar modo con Cina, Russia India e Turchia.

Con la fine delle sanzioni economiche, attuate dal gennaio del 2016, l’Iran ha ripreso lentamente la sua crescita economica. Sebbene l’economia iraniana sia provata dal prolungato isolamento, le prospettive di medio termine sono positive e il FMI ha annunciato un aumento della crescita superiore al 4% per l’anno fiscale 2016-2017, grazie all’incremento della produzione petrolifera, ai minor costi nei commerci e nelle transazioni finanziarie e al ripristino del possesso degli asset detenuti all’estero. La crescita dell’economia iraniana, conseguente ad una ripresa a pieno ritmo della produzione e dell’export petrolifero (superati stabilmente i 2.5 milioni di barili al giorno), ha determinato anche un riassestamento del tasso di inflazione, sceso alla fine del 2015 per la prima volta sotto il 10% dopo quasi un decennio. Dalla fine delle sanzioni il governo di Teheran ha siglato oltre 36 accordi economici con molte nazioni ed investitori esteri, tra cui spiccano Germania, Francia ed Italia. Oltre all’incremento dell’interscambio commerciale tali accordi hanno avuto come obiettivo la restaurazione di linee di credito per le compagnie che operano in Iran. In particolare sono stati ripresi diversi progetti accantonati negli ultimi anni, sia nel settore dei trasporti (ferroviario ed aereo), sia nella costruzione di oleodotti e gasdotti. Il ministero dei trasporti ha fissato un piano quinquennale per la costruzione di almeno 1000km di ferrovie stanziando a gennaio di quest’anno circa 462 milioni di dollari per l’espansione delle seguenti opere: la tratta Qazvin-Rasht; la tratta Maragheh-Urmia; la tratta Teheran-Saveh-Hamedan; la tratta Miyaneh-Bostanabad-Tabriz. L’obiettivo del governo iraniano è duplice: migliorare il livello della circolazione interna favorendo soprattutto il collegamento tra la capitale e le più grandi città della nazione e incrementare le vie di connessione con l’estero, sia verso i Paesi confinanti sul versante asiatico che su quell’occidentale. In quest’ottica va vista anche lo sviluppo del settore degli aereomobili, in cui spicca un imminente trattativa tra Teheran e Mosca per la costruzione di aerei di linea e superjet (come il superjet Ilyushin) in Iran. Altri importanti capitali esteri verranno destinati alla ripresa dei progetti per la costruzione di oleodotti e gasdotti. Un accordo imminente è stato raggiunto da poco in merito alla costruzione di un gasdotto che trasporterà il gas iraniano in India attraverso le acque territoriali  dell’Oman, bypassando il territorio economico pakistano. Il complesso progetto prevede la costruzione di un corridore di circa 1400 km capace di trasportare a pieno regime circa 20 milioni di metri cubi di gas. Altri accordi prevedono l’imminente costruzione di gasdotti verso l’Iraq e in particolar modo verso il Pakistan. Quest’ultimo, in via di definizione, prevede la realizzazione di un gasdotto di circa 2.000 km che dovrebbe partire dal sud dell’Iran e terminare nella città  pakistana di Nawabshah.                                                                                                                        

Tutti i settori dell’economia iraniana beneficieranno del reintegro di capitali stranieri e degli asset precedentemente congelati negli ultimi anni. Il governo Rohani è consapevole che l’economia iraniana non potrà prescindere dal settore energetico per sempre ed ha per questo motivo avviato una serie di investimenti volti a diversificare le entrate del PIL nazionale. Lo sviluppo del mercato iraniano deve necessariamente passare attraverso un’accurata diversificazione delle entrate che vedono ancora il predominio (circa l’80%) del settore energetico. A beneficare di ciò saranno in primis il settore dei trasporti e delle grandi infrastrutture, così come quello dell’automotive e della tecnologia. L’interruzione delle sanzioni finanziarie, la riapertura di linee di credito dall’estero e il reinserimento delle banche iraniane nel circuito internazionale ha dato modo a Teheran non solo di riprendere accordi commerciali con i Paesi occidentali ma di beneficiare degli investimenti degli stessi. In particolar modo contano i contatti ripresi con l’UE e i suoi Paesi membri, di cui Germania ed Italia risultano i principali partner commerciali.

L’Italia ha avuto rapporti commerciali con l’Iran sino al 2011, con una corposa crescita del proprio export nel quinquennio 2000-2005, ridottosi considerevolmente alla fine del 2011, quando l’inasprimento delle sanzioni ha fatto crollare gli scambi da 7,2 €/mld a 1,6 €/mld (2014). La cessazione del quadro sanzionatorio potrebbe portare a un incremento dell’export italiano nel Paese di quasi 3 €/mld nel quadriennio 2015-2018. Se l’export italiano riuscisse a riproporre una crescita simile a quella osservata nel periodo pre-sanzioni (2000-2005), si raggiungerebbe infatti un livello di esportazioni superiore a 2,5 €/mld nel 2018, tornando a un livello appena superiore al picco pre-sanzioni raggiunto nel 2005. In assenza di restrizioni infatti, l’Italia avrebbe potuto cumulare maggiori esportazioni per un valore di circa 17 €/mld nel periodo 2006-2018[1]. L’export italiano verso l’Iran è guidato principalmente dal settore della meccanica strumentale (58%) e dai prodotti chimici (8,4%), a cui vanno aggiunti i prodotti metallurgici, le apparecchiature elettriche e i materiali da costruzione.

Recuperare il terreno perduto per colpa delle sanzioni non sarà facile, ma sia l’Italia che l’Unione Europea hanno dei settori su cui puntare per la ripresa delle relazioni commerciali: settore petrolifero, settore dell’automotive (l’Iran pre-2011 era un mercato da 1,5 milioni di immatricolazioni di veicoli all’anno) e settore dei trasporti. Ottime performance sono attese anche dal settore dei materiali da costruzione e dei macchinari per la lavorazione di marmo e granito, materie prime di cui il Paese è molto ricco. A questi settori vanno aggiunte le innumerevoli possibilità infrastrutturali determinate da un paese di quasi 80 milioni di abitanti, destinato a superare i 100 milioni entro il 2050, e la conseguente necessità di un’offerta abitativa adeguata, sia di alloggi popolari che di lusso, oltre che di strutture commerciali, alberghiere e uffici.  I centri in forte sviluppo sono numerosi, alla capitale Teheran si aggiungono città quali Isfahan, Shiraz, Mashad, Tabriz, Yazd e Hamadan. L’Iran punta ad attirare imprese e investitori stranieri anche mediante la sua particolare suddivisione in zone economiche. Il territorio iraniano è costituito infatti da quattordici “economic zone” e sette “free trade zone”, nelle quali viene data la possibilità agli investitori stranieri di usufruire di esenzioni fiscali per un periodo di 20 anni, della completa libertà di movimento di capitali e profitti e dell’assenza di dazi all’importazione.  

Pur avendo diversi problemi strutturali come l’inflazione, un’economia poco settorializzata e un’elevata presenza di barriere doganali nei settori produttivi da proteggere (es. 65% di dazi sui beni alimentari, come lo zafferano), l’Iran ha ricominciato la sua lenta rincorsa verso quel ruolo di potenza regionale che in questi anni le è stato precluso. Anche se il percorso di riforme interne sembra lento e difficile, un processo di normalizzazione economica che possa sugellare la sua riapertura alla Comunità Internazionale, ed eventualmente facilitare le negoziazioni per un ingresso nel WTO, sembra possibile.  La realizzazione di proficui e duraturi rapporti economici con le potenze occidentali, può essere per l’Iran l’input per la distensione delle relazioni regionali e internazionali.

Per questo motivo saranno fondamentali le prossime elezioni di maggio. La linea tracciata dal governo Rouhani è chiara. Essa necessita di fiducia e continuità per poter riportare l’Iran su di un giusto binario economico e sociale. Servono continuità e riforme per poter uscire definitivamente dalla recessione, per ripianare l’inflazione a due cifre, ma soprattutto per diminuire la disoccupazione. Una vittoria del fronte ultra-conservatore potrebbe interrompere le riforme compiute in questi ultimi tre anni, inducendo il Paese a isolarsi nuovamente e a cercare nuove vie per la soluzione dei problemi economici. Inoltre, una vittoria dei tradizionalisti irrigidirebbe il dialogo con l’esterno e porterebbe l’Iran a fare un passo indietro nelle relazioni con la Comunità Internazionale, già minate dalla nuova politica estera americana, con il rischio di annullare l’effetto positivo generato dagli accordi sul nucleare. La conferma di una leadership stabile e affidabile è la miglior garanzia che Teheran possa dare ai ritrovati partner economici, ma soprattutto è la miglior risposta ai detrattori interni ed esterni e a chi considera il negoziato sul nucleare un fallimento cui porre rimedio.

 

 

 

 

 

[1] dati SACE.

Si avvicina per l’Iran il momento delle elezioni, previste per il prossimo maggio, in cui la popolazione sarà chiamata a decidere se continuare sulla rotta “moderata”di ricostruzione iniziata dal Presidente Hassan Rohani, o se voltare pagina nuovamente verso l’ala politica più conservatrice. Verranno quindi sottoposti a giudizio non solo la linea politica intrapresa in questi ultimi anni culminata con la fine delle sanzioni sul nucleare del gennaio 2016, ma soprattutto il percorso  economico intrapreso ed il suo proseguo.  La nazione persiana in questo ultimo anno ha iniziato una lenta ripresa economica.  Sono molteplici gli aspetti che rendono unica l’economia iraniana. Tra i Paesi esportatori di petrolio e gas è sicuramente la nazione che detiene le maggiori riserve combinate delle due principali fonti energetiche. Così come rilevante è la sua posizione strategica all’interno del Medio Oriente, vicina sia all’Europa che al cuore dell’Asia, fondamentale per la rotta terrestre della nuova via della seta riproposta ultimamente da Pechino. Questo enorme potenziale negli ultimi anni è stato notevolmente rallentato dalle diverse sanzioni internazionali a cui l’Iran è stato sottoposto, interrompendone di fatto la crescita. Alla fine del 2016 uno staff di analisti del Fondo Monetario Internazionale ha effettuato una missione in Iran per controllare lo stato dell’economia locale. Lo statement  pubblicato alla fine della missione a Teheran può essere così riassunto:

  • l’aumento del livello di produzione del petrolio e della sua esportazione ha permesso una crescita nell’annualità appena trascorsa (2016) e l’uscita dalla recessione;
  • l’Iran ha estremamente bisogno di creare le condizioni per mantenere una certa stabilità macroeconomica e una crescita constante;
  • la riforma del settore bancario permetterà l’espansione economica e l’investimento di privati nell’economia iraniana tramite le relazioni interbancarie con altri Stati.

Sempre secondo il FMI, l’implementazione del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) e l’incremento di produzione e dell’export del petrolio avranno un effetto positivo nell’anno in corso, durante il quale si stima un aumento del Pil compreso tra il 4 e il 6.6%. A partire dal 2018 la crescita dell’economia iraniana dovrebbe attestarsi intorno al 3.3%, determinata da una normalizzazione dell’export energetico e da un sostanziale immobilismo del settore non-oil. Da tenere sotto controllo secondo gli esperti del FMI sarà senza dubbio l’inflazione, la quale è stata in questi ultimi anni costantemente in doppia cifra. Essa sarà contenuta al 9% entro la fine del 2017, mentre dovrebbe risalire all’11% entro la fine del 2018. Importanti dovranno essere le misure adottate dal governo iraniano per la ripresa economica. Riforme strutturali mirate a difendere una bassa e stabile inflazione, la ristrutturazione  e la ricapitalizzazione delle banche, aggiustamenti di politica fiscale a medio termine per poter sostenere le riforme, modifiche di legge e regolamentazioni  che facilitino gli investimenti e non ultima  la creazione di posti di lavoro.         Se da una parte sembrano incoraggianti le stime del FMI, dall’altra, nell’establishment iraniano si recrimina per il volume di mercato sfumato in questi ultimi dieci anni per colpa delle sanzioni sul nucleare. Quando dieci anni fa vennero imposte le prime sanzioni all’Iran per arginare la ricerca e l’arrichimento dell’uranio impoverito, l’economia iraniana aveva un ritmo di crescita costante. Basti pensare che nel quinquennio intercorso tra il 2006 e il 2011 (periodo durante il quale le sanzioni non erano ancora state inasprite), il Pil del paese guidato all’epoca dal neo-eletto Mahmoud Ahmadinejad aveva avuto comunque un tasso di crescita medio del 3-4% circa, proiettando l’Iran tra le 20 maggiori economie mondiali. Il percorso delle sanzioni era iniziato nel dicembre del 2006 con il divieto di import-export di macchinari sensibili all’uso nucleare e si è articolato in fasi. E’ del marzo del 2008 l’attuazione dell’embargo  sia commerciale che finanziario cui ha fatto seguito nel dicembre del 2011  l’inasprimento delle sanzioni verso le istituzioni finanziarie, appoggiate da USA, Canada, UK e UE. Sono infatti queste ultime sanzioni quelle che hanno avuto gli effetti peggiori. Il congelamento degli asset iraniani all’estero, il divieto di investimento ai privati, il divieto all’apertura di linee di credito bancarie verso le imprese e l’uscita dal sistema bancario internazionale (SWIFT), ha determinato il blocco dell’economia iraniana, con effetti recessivi sul PIL. Su mandato del governo Rouhani, la Banca Centrale ha avviato la chiusura delle banche informali da un lato e un processo di ristrutturazione dell’intero sistema bancario iraniano dall’altro. Dal 14 febbraio 2016, dopo un periodo lungo circa quattro anni, la Banca Centrale dell’Iran e altre 24 banche sono state riconnesse al sistema SWIFT (Society for worldwide interbank financial telecommunication) dal quale erano state escluse a seguito delle sanzioni. Da marzo 2016 il sistema dei pagamenti iraniano è stato effettivamente ricollegato a quello internazionale, permettendo il trasferimento di fondi da e verso l’estero e risolvendo il problema degli incassi/pagamenti. Conti bancari per non residenti in valuta locale e straniera sono consentiti previa autorizzazione della Banca Centrale: l’interesse medio che il sistema bancario iraniano offre in cambio dell’apertura di un conto corrente è del 20% circa. Sul fronte dell’antiriciclaggio il Paese sembra seriamente intenzionato ad allinearsi agli standard internazionali. Recentemente è stata approvata da parte del Consiglio dei Guardiani, dopo 5 anni di stallo, la legge contro il finanziamento del terrorismo. La disponibilità di credito da parte del sistema bancario iraniano per le imprese straniere che vogliano esportare in Iran è al momento molto ridotta stante la sostanziale illiquidità che caratterizza l’economia del Paese. La solvibilità di molte banche, specie le pubbliche, dipende dai fondi messi a disposizione dalla Banca Centrale. A causa dei ridotti proventi petroliferi, la disponibilità di valuta forte tende a calare comportando minori risorse per il National Development Fund of Iran (NDFI), che rappresenta la principale fonte di valuta estera per le banche iraniane.                                                                                                 L’effetto domino che ha investito il sistema economico iraniano è partito però dalla drastica riduzione delle esportazioni e quindi delle entrate derivate dalla produzione di greggio e gas. La produzione di petrolio del Paese è scesa ai livelli minimi da 30 anni a questa parte, passando dai 3,7 milioni di barili al giorno ai 1,65 milioni di barili al giorno (anno 2012) dopo l’inasprimento delle sanzioni. Nel solo 2012 l’Iran ha perso circa 40 miliardi di dollari a causa delle sanzioni, un duro colpo per una economia dipendente per l’80% dai proventi del settore energetico. Peggiore è stato l’anno fiscale 2012/2013, quando i proventi del settore energetico sono diminuiti del 47% scendendo a 63 miliardi di dollari. In conseguenza delle sanzioni le grandi compagnie straniere hanno abbandonato il Paese privando l’Iran di investimenti esteri,  influenzando negativamente lo stato delle opere già in corso o in via di progettazione. 

Il divieto di accesso ai provenienti del petrolio ha creato una riduzione delle riserve di valuta internazionale e ha fatto sì che il tasso di cambio sul mercato valutario interno aumentasse, generando un effetto negativo sulla valuta nazionale, il Rial, il cui cambio è precipitato dal valore di 13.000 Rial per un dollaro a fine 2011 per poi crollare a 32.500 Rial ad ottobre del 2012, annus horribilis dell’economia iraniana. In circa 13 mesi  il Rial ha perso circa il 40% del suo valore, continuando a svalutarsi  per tutto il 2013 e ponendo il mercato dei cambi iraniano sotto gli attacchi speculativi da parte degli investitori nazionali.  Per porre rimedio a questa imponente svalutazione monetaria  il governo iraniano ha valutato la sperimentazione di ciò che ha fatto la Turchia, cioè l’eliminazione di tre o quattro zeri dalla valuta nazionale e la creazione di una unità monetaria nuova.  

Discorso a parte merita l’inflazione. L’Economia iraniana da molto tempo soffre di un tasso di inflazione elevato  associato alla crescita generalizzata dei prezzi, che nel tempo ha causato una riduzione del potere d’acquisto della popolazione. Durante il governo Ahmadinejad ci sono stati due episodi che hanno alimentato la crescita esponenziale del tasso di inflazione: l’aumento del prezzo del petrolio nel 2008 e il conseguente trasferimento dei relativi provenienti nell’ economia statale sotto forma di diverse riforme economiche, nonchè la riforma dei sussidi del 2009 con la quale il governo ha deciso di pagare in contanti il sussidio alle famiglie (solo nel 2013 sono stati oltre 60 milioni gli iraniani destinatari di sussidi governativi). L’effetto combinato di queste misure governative e della produzione decrescente ha generato un’impennata dell’inflazione che nel periodo tra il 2012 e i primi mesi del 2014 era arrivata al 30%, attestandosi intorno al 17% solo verso la fine del 2015. Ciò ha aumentato i prezzi dei beni di prima necessità del 43%. Nel medesimo biennio (2012/2014), il PIL iraniano ha avuto un arresto consistente, pari a -5.8% alla fine del 2013.

L’effetto negativo delle sanzioni iraniane ha colpito duramente anche l’import nazionale. L’import iraniano nei primi anni 2000 stava attraversando una profonda mutazione. Fino al 2000, circa il 50% delle importazioni iraniane era costituito da prodotti industriali intermedi, il 30% da beni strumentali e il 20% da beni di consumo. I maggiori segmenti erano l’edilizia (circa 25%), i metalli (15%), i prodotti chimici (12%), oli vegetali (12%) e mezzi di trasporto (circa 8%). La crescita complessiva dell’economia iraniana aveva ampliato il volume delle importazioni e privilegiato il settore dei beni di consumo, al fine di colmare le lacune del mercato nazionale (soprattutto prodotti alimentari e vegetali, tessili e calzature, macchinari e mezzi di trasporto). Dal 2011 al 2013 anche il valore dell’import ha avuto un consistente calo, passando dai 77 miliardi del 2011 ai 52 del 2013. L’ostracismo economico dei mercati occidentali ha spinto in questi anni l’Iran ad aumentare le proprie relazioni diplomatico-economiche con i paesi della sponda asiatica, in particolar modo con Cina, Russia India e Turchia.

Con la fine delle sanzioni economiche, attuate dal gennaio del 2016, l’Iran ha ripreso lentamente la sua crescita economica. Sebbene l’economia iraniana sia provata dal prolungato isolamento, le prospettive di medio termine sono positive e il FMI ha annunciato un aumento della crescita superiore al 4% per l’anno fiscale 2016-2017, grazie all’incremento della produzione petrolifera, ai minor costi nei commerci e nelle transazioni finanziarie e al ripristino del possesso degli asset detenuti all’estero. La crescita dell’economia iraniana, conseguente ad una ripresa a pieno ritmo della produzione e dell’export petrolifero (superati stabilmente i 2.5 milioni di barili al giorno), ha determinato anche un riassestamento del tasso di inflazione, sceso alla fine del 2015 per la prima volta sotto il 10% dopo quasi un decennio. Dalla fine delle sanzioni il governo di Teheran ha siglato oltre 36 accordi economici con molte nazioni ed investitori esteri, tra cui spiccano Germania, Francia ed Italia. Oltre all’incremento dell’interscambio commerciale tali accordi hanno avuto come obiettivo la restaurazione di linee di credito per le compagnie che operano in Iran. In particolare sono stati ripresi diversi progetti accantonati negli ultimi anni, sia nel settore dei trasporti (ferroviario ed aereo), sia nella costruzione di oleodotti e gasdotti. Il ministero dei trasporti ha fissato un piano quinquennale per la costruzione di almeno 1000km di ferrovie stanziando a gennaio di quest’anno circa 462 milioni di dollari per l’espansione delle seguenti opere: la tratta Qazvin-Rasht; la tratta Maragheh-Urmia; la tratta Teheran-Saveh-Hamedan; la tratta Miyaneh-Bostanabad-Tabriz. L’obiettivo del governo iraniano è duplice: migliorare il livello della circolazione interna favorendo soprattutto il collegamento tra la capitale e le più grandi città della nazione e incrementare le vie di connessione con l’estero, sia verso i Paesi confinanti sul versante asiatico che su quell’occidentale. In quest’ottica va vista anche lo sviluppo del settore degli aereomobili, in cui spicca un imminente trattativa tra Teheran e Mosca per la costruzione di aerei di linea e superjet (come il superjet Ilyushin) in Iran. Altri importanti capitali esteri verranno destinati alla ripresa dei progetti per la costruzione di oleodotti e gasdotti. Un accordo imminente è stato raggiunto da poco in merito alla costruzione di un gasdotto che trasporterà il gas iraniano in India attraverso le acque territoriali  dell’Oman, bypassando il territorio economico pakistano. Il complesso progetto prevede la costruzione di un corridore di circa 1400 km capace di trasportare a pieno regime circa 20 milioni di metri cubi di gas. Altri accordi prevedono l’imminente costruzione di gasdotti verso l’Iraq e in particolar modo verso il Pakistan. Quest’ultimo, in via di definizione, prevede la realizzazione di un gasdotto di circa 2.000 km che dovrebbe partire dal sud dell’Iran e terminare nella città  pakistana di Nawabshah.                                                                                                                        

Tutti i settori dell’economia iraniana beneficieranno del reintegro di capitali stranieri e degli asset precedentemente congelati negli ultimi anni. Il governo Rohani è consapevole che l’economia iraniana non potrà prescindere dal settore energetico per sempre ed ha per questo motivo avviato una serie di investimenti volti a diversificare le entrate del PIL nazionale. Lo sviluppo del mercato iraniano deve necessariamente passare attraverso un’accurata diversificazione delle entrate che vedono ancora il predominio (circa l’80%) del settore energetico. A beneficare di ciò saranno in primis il settore dei trasporti e delle grandi infrastrutture, così come quello dell’automotive e della tecnologia. L’interruzione delle sanzioni finanziarie, la riapertura di linee di credito dall’estero e il reinserimento delle banche iraniane nel circuito internazionale ha dato modo a Teheran non solo di riprendere accordi commerciali con i Paesi occidentali ma di beneficiare degli investimenti degli stessi. In particolar modo contano i contatti ripresi con l’UE e i suoi Paesi membri, di cui Germania ed Italia risultano i principali partner commerciali.

L’Italia ha avuto rapporti commerciali con l’Iran sino al 2011, con una corposa crescita del proprio export nel quinquennio 2000-2005, ridottosi considerevolmente alla fine del 2011, quando l’inasprimento delle sanzioni ha fatto crollare gli scambi da 7,2 €/mld a 1,6 €/mld (2014). La cessazione del quadro sanzionatorio potrebbe portare a un incremento dell’export italiano nel Paese di quasi 3 €/mld nel quadriennio 2015-2018. Se l’export italiano riuscisse a riproporre una crescita simile a quella osservata nel periodo pre-sanzioni (2000-2005), si raggiungerebbe infatti un livello di esportazioni superiore a 2,5 €/mld nel 2018, tornando a un livello appena superiore al picco pre-sanzioni raggiunto nel 2005. In assenza di restrizioni infatti, l’Italia avrebbe potuto cumulare maggiori esportazioni per un valore di circa 17 €/mld nel periodo 2006-2018[1]. L’export italiano verso l’Iran è guidato principalmente dal settore della meccanica strumentale (58%) e dai prodotti chimici (8,4%), a cui vanno aggiunti i prodotti metallurgici, le apparecchiature elettriche e i materiali da costruzione.

Recuperare il terreno perduto per colpa delle sanzioni non sarà facile, ma sia l’Italia che l’Unione Europea hanno dei settori su cui puntare per la ripresa delle relazioni commerciali: settore petrolifero, settore dell’automotive (l’Iran pre-2011 era un mercato da 1,5 milioni di immatricolazioni di veicoli all’anno) e settore dei trasporti. Ottime performance sono attese anche dal settore dei materiali da costruzione e dei macchinari per la lavorazione di marmo e granito, materie prime di cui il Paese è molto ricco. A questi settori vanno aggiunte le innumerevoli possibilità infrastrutturali determinate da un paese di quasi 80 milioni di abitanti, destinato a superare i 100 milioni entro il 2050, e la conseguente necessità di un’offerta abitativa adeguata, sia di alloggi popolari che di lusso, oltre che di strutture commerciali, alberghiere e uffici.  I centri in forte sviluppo sono numerosi, alla capitale Teheran si aggiungono città quali Isfahan, Shiraz, Mashad, Tabriz, Yazd e Hamadan. L’Iran punta ad attirare imprese e investitori stranieri anche mediante la sua particolare suddivisione in zone economiche. Il territorio iraniano è costituito infatti da quattordici “economic zone” e sette “free trade zone”, nelle quali viene data la possibilità agli investitori stranieri di usufruire di esenzioni fiscali per un periodo di 20 anni, della completa libertà di movimento di capitali e profitti e dell’assenza di dazi all’importazione.  

Pur avendo diversi problemi strutturali come l’inflazione, un’economia poco settorializzata e un’elevata presenza di barriere doganali nei settori produttivi da proteggere (es. 65% di dazi sui beni alimentari, come lo zafferano), l’Iran ha ricominciato la sua lenta rincorsa verso quel ruolo di potenza regionale che in questi anni le è stato precluso. Anche se il percorso di riforme interne sembra lento e difficile, un processo di normalizzazione economica che possa sugellare la sua riapertura alla Comunità Internazionale, ed eventualmente facilitare le negoziazioni per un ingresso nel WTO, sembra possibile.  La realizzazione di proficui e duraturi rapporti economici con le potenze occidentali, può essere per l’Iran l’input per la distensione delle relazioni regionali e internazionali.

Per questo motivo saranno fondamentali le prossime elezioni di maggio. La linea tracciata dal governo Rouhani è chiara. Essa necessita di fiducia e continuità per poter riportare l’Iran su di un giusto binario economico e sociale. Servono continuità e riforme per poter uscire definitivamente dalla recessione, per ripianare l’inflazione a due cifre, ma soprattutto per diminuire la disoccupazione. Una vittoria del fronte ultra-conservatore potrebbe interrompere le riforme compiute in questi ultimi tre anni, inducendo il Paese a isolarsi nuovamente e a cercare nuove vie per la soluzione dei problemi economici. Inoltre, una vittoria dei tradizionalisti irrigidirebbe il dialogo con l’esterno e porterebbe l’Iran a fare un passo indietro nelle relazioni con la Comunità Internazionale, già minate dalla nuova politica estera americana, con il rischio di annullare l’effetto positivo generato dagli accordi sul nucleare. La conferma di una leadership stabile e affidabile è la miglior garanzia che Teheran possa dare ai ritrovati partner economici, ma soprattutto è la miglior risposta ai detrattori interni ed esterni e a chi considera il negoziato sul nucleare un fallimento cui porre rimedio.

 

[1] dati SACE.