02 DICEMBRE 2016
Geopolitical Weekly n.239
DI Ruggero Balletta

Arabia Saudita

Il 30 novembre, l’Organizzazione degli Stati Produttori di Petrolio (OPEC) ha raggiunto l’accordo per la riduzione della produzione petrolifera a 32,5 milioni di barili al giorno, con la possibilità facoltativa di scendere a 31.9 tra gennaio e giugno del 2017. Inoltre, l’accordo prevede la riduzione della produzione anche per i principali provider idrocarburici che non sono membri dell’organizzazione, per un totale complessivo di 600.000 barili al giorno.
I tagli principali hanno riguardato l’Arabia Saudita, pronta a diminuire di 486.000 barili al giorno il proprio flusso produttivo, l’Iraq (-210.000 barili), il Kuwait (-131.000) e gli Emirati Arabi Uniti (-139.000). Una clausola speciale è stata riservata all’Iran, che è l’unico Paese produttore a cui è stato permesso di innalzare la produzione fino ad un tetto di 3.7 milioni di barili al giorno. Tale eccezionalità deriva dalla particolarità delle condizioni economiche del Paese e dalla sua necessità di ripristinare il proprio sistema produttivo, finanziario e commerciale dopo la lunga stagione delle sanzioni internazionali.
L’accordo, raggiunto dopo anni di intense trattative e pressioni internazionali, ha stabilito la prima diminuzione della produzione dal 2008 ed ha il duplice scopo di tentare di stabilizzare la volatilità del mercato petrolifero e tentare di alzare il prezzo del barile, in costante calo dal 2014. Nello specifico, l’OPEC ha stimato che l’accordo potrebbe portare all’innalzamento del prezzo del greggio di 5 / 8 dollari al barile. Una simile prospettiva rappresenta una vera e propria boccata d’ossigeno per i Paesi produttori di petrolio, le cui finanze erano state messe a dura prova dal crollo dei prezzi. Dunque, oltre alle Monarchie del Golfo, anche il Canada, la Russia e i Paesi africani potranno disporre di maggiori introiti.
L’accordo di mostra, ancora una volta, la centralità dell’OPEC nel controllo del mercato petrolifero e il ruolo di Riyadh quale swing producer. Assume particolare significato la clausola pro-Iran dell’accordo, decifrabile come un tentativo di aprire uno spiraglio negoziale nel complesso delle difficili relazioni tra Arabia Saudita e Teheran. Tuttavia, al di là della grande disponibilità di greggio stoccato, non bisogna dimenticare che il petrolio iraniano è considerato di media qualità a causa della sua bassa leggerezza e del suo contenuto solforico, elementi che lo obbligano ad un costoso processo di raffinazione.

Mali

Tra il 29 e il 30 novembre, il gruppo jihadista al-Mourabitun (Le Sentinelle) ha rivendicato due attacchi contro gli aeroporti di Gao e Tombouctou. Fortunatamente, nessuno dei due attentati ha sortito vittime.
Nello specifico, il 29 novembre un attentatore suicida ha fatto denotare il proprio camion-bomba contro la base ONU di MINUSCA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations Unies pour la stabilisation au Mali), situata presso l’aeroporto di Gao, mentre il giorno successivi un commando di miliziani ha sparato alcuni razzi contro l’aeroporto di Tombouctou. In particolare, il primo attacco rappresenta un preoccupante sviluppo capacitivo da parte di al-Mourabitun, organizzazione che, sino ad allora, aveva incentrato le proprie tattiche terroristiche e di guerriglia sull’utilizzo di IED (Improvised Explosive Device), su attacchi mordi e fuggi, e sull’impiego di “fanteria suicida” ossia gruppi di fuoco che attaccano obbiettivi specifici con armi d’assalto e cinture esplosive allo scopo di massimizzare sia i danni contro gli obbiettivi civili e militari sia i benefici mediatici, propagandistici e psicologici derivanti da azioni prolungate e molto violente. Al contrario, l’uso dei camion-bomba costituisce una tipologia operativa estremamente rara nella regione del Sahel-Sahara. Di conseguenza, l’utilizzo di tale VBIED (Vehicle-Borne Improvised Explosive Device) potrebbe indicare un innalzamento del livello e del bagaglio capacitivo di al-Mourabitun.
Il duplice attentato di al-Mourabitun conferma l’estrema instabilità che caratterizza il Mali, Paese che dalla fine del 2012 è oggetto delle attività di insorgenza perpetrate sia dai gruppi indipendentisti Tuareg che dai movimenti jihadisti parte del network di al-Qaeda contro il governo centrale e i suoi alleati, nella fattispecie la Francia e le Nazioni Unite. Tuttavia, gli attacchi del 29 e del 30 novembre potrebbero anche rappresentare una rappresagli ai raid aerei francesi contro il sud della Libia nel corso dei quali potrebbe essere stato ucciso Mokhtar Belmokhtar, leader di al-Mourabitun. Qualora la morte di Belmokhtar fosse confermata, si tratterebbe di un notevole risultato per la strategia contro-terrorismo occidentale nel Sahel, poiché il capo del movimento jihadista è uno delle personalità più influenti e potenti di tutta la regione.


Repubblica Centrafricana

Tra il 24 e il 25 novembre si sono verificati numerosi scontri tra diversi gruppi armati nelle città di Bria e Bambari. Nello specifico, le milizie coinvolte appartengono al Fronte Popolare per la Rinascita della Repubblica Centrafricana (FPRC) e all’Unione per il popolo Centrafricano (UPC), entrambi ex membri della coalizione musulmana SELEKA, responsabile del colpo di Stato e dell’esautorazione del Presidente Bozizè nel 2013. Il bilancio delle violenze è stato di circa 80 morti, centinaia di feriti e oltre 11.000 sfollati.
Nel dettaglio, i combattenti del FPRC, partito nato nel luglio 2014 e considerato maggiore erede di SELEKA, hanno attaccato le unità del UPC, formazione espressione dell’etnia Fulani. La ragione degli scontri è stata di carattere economico ed ha riguardato divergenze sulla riscossione dei tributi dell’etnia semi-nomade. Fulani. Infatti, secondo il FPRC, la riscossione avrebbe dovuto seguire il principio della territorialità ed essere effettuata dai diversi gruppi che controllano specifiche regioni e distretti del Paese. Viceversa, l’UPC intendeva prelevare le tasse in base al principio dell’appartenenza etnica. In particolare, i più numerosi miliziani del FPRC hanno passato al setaccio i quartieri a maggioranza Fulani, depredandoli e costringendo la popolazione civile ad abbandonare le proprie abitazioni.
Al di là del casus belli contingente, il Paese continua a vivere una situazione di pericolosa e profonda tensione inter-etnica ed inter-confessionale. Infatti, oltre alla persecuzione di gruppi subalterni, quali i Fulani, la Repubblica Centrafricana continua ad essere vessata dal confronto armato tra le milizie cristiane Anti-Balaka e le milizie musulmane un tempo inquadrate in SELEKA. Nonostante la presenza della missione ONU MINUSCA (Mission multidimensionnelle intégrée des Nations unies pour la stabilisation en Centrafrique ) e gli sforzi di stabilizzazione portati avanti sia dal governo che dalla Comunità Internazionale, il Paese non è ancora uscito dalla crisi che lo attanaglia dalla rivolta del 2013.
Ad aggravare ulteriormente uno scenario politico a costante rischio di conflitto inter-etnico di stampo genocidario c’è la gravissima crisi umanitaria in cui vessa la popolazione civile, stremata dalla mancanza di beni di prima necessità e coinvolta negli scontri tra le diverse fazioni.

Siria

Nel corso dell’ultima settimana, le truppe lealiste del Presidente Bashar al-Assad, supportati dalle Syrian Democratic Forces (SDF), milizie a maggioranza curda legate al partito YPG (Yekineyen Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare), sono riusciti ad acquisire il controllo di importanti quartieri nella zona orientale di Aleppo. In particolare, le forze governative hanno liberato i distretti di Haydariyah, Hanano, Sakhur e Jabal Badro, laddove unità curde, partendo dal distretto di Sheikh Maqsoud, hanno preso il controllo dei quartieri di Ayn al-Tan, Baedin e Huluk. Di conseguenza, le forze ribelli sono state costrette a ritirarsi nella zona sud della città, dove si presume si concentrino ora alcune migliaia di ribelli, capeggiati dal gruppo jihadista di Jabhat Fateh al-Sham (ex Al-Nusra).
L’elemento più importante di quest’ultima offensiva è quello relativo alla rapidità con cui i lealisti ed i suoi alleati sono riusciti a riprendere il controllo di un numero così elevato di quartieri in un arco di tempo abbastanza ristretto e senza subire particolari perdite. Ciò è probabilmente legato all’incapacità dei ribelli di poter sostenere e contenere gli scontri su una linea del fronte che comprenda anche la parte est della città, il che potrebbe averli spinti ad una ritirata strategica finalizzata a salvaguardare il maggior numero di uomini, armi e munizioni in vista della resistenza nella fase finale dell’assedio.
Per Assad i successi degli ultimi giorni si configurano come importanti passi in avanti nel cammino di riconquista del Paese. Su Aleppo, infatti, si concentrano gli sforzi maggiori delle truppe governative siriane e la fine dell’assedio permetterebbe l’impiego di un gran numero di soldati su altri fronti. In particolare, Idlib si va a configurare come l’ultima città-roccaforte dei ribelli in tutta la Siria, mentre al-Bab si sta trasformando in un teatro di confronto tra le truppe siriane, spalleggiate delle SDF, e il Free Syrian Army, supportato da alcune unità dell’Esercito turco ufficialmente entrate in Siria allo scopo di combattere l’ISIS ma sempre più coinvolte in operazioni di contrasto alle milizie curde e alle truppe di Assad.