10 GIUGNO 2016
Iraq: crisi politica e guerra al Daesh
DI Gabriele Iacovino

Sul fatto che Moqtada al-Sadr fosse un personaggio camaleontico e dal grande fiuto politico vi erano pochi dubbi. Che però fosse in grado, nonostante le vicissitudini degli ultimi anni e le vicende che lo avevano portato ad allontanarsi da posizioni che storicamente aveva tenuto (lo stretto allineamento a Teheran), di poter avere un ruolo così importante da decidere il futuro dell’esecutivo di Baghdad era difficilmente pronosticabile. In primo luogo perché l’influenza di Sadr, al contrario di quanto avvenuto negli anni duemila durante la presenza americana in Iraq, non deriva oggi dalla forza della propria milizia, quell’Esercito del Mahdi che ormai ha lasciato il passo a formazioni militari sciite ben più numerose e supportate dall’esterno, ma dal ruolo di ago della bilancia frutto di una sapiente azione all’interno del Parlamento di Baghdad e per le strade della capitale, dove il malcontento verso l’esecutivo, e la classe politica più in generale, è sempre più incontrollabile. La manifestazione che ha portato all’inizio di maggio migliaia di persone ad “occupare” la Green Zone e a dare l’assalto al palazzo parlamentare, in una delle esplosioni più violente del malcontento popolare degli ultimi anni, ne è l'esempio.

In secondo luogo, perché Sadr ha compiuto un percorso che lo ha portato a non essere più espressione dell’influenza iraniana in Iraq, ma lo specchio di una parte della sempre più sfaccettata componente sciita irachena. Infatti, in un periodo in cui è forte l’instabilità della comunità sciita sia per ragioni politiche, non essendoci più una formazione di riferimento in grado di rappresentarne la maggioranza, sia per ragioni religiose, con i dissidi tra Qom e Najaf (i 2 centri del potere religioso sciita, il primo iraniano, il secondo iracheno), Moqtada ha puntato tutto sulla sua capacità di movimentare le folle abbandonando i legami passati. Questo passaggio è avvenuto anche per la scelta di Teheran di cambiare gli equilibri in terra irachena per affrontare Daesh e sostenere le autorità di Baghdad mediante la creazione delle Forze di Mobilitazione Popolare (Al-Hashd al-Shaabi), le milizie sciite che stanno combattendo al fianco dell’Esercito di Baghdad. Di fatto, Sadr è stato giudicato dalle autorità di Teheran poco affidabile e quindi si è preferito appoggiare altri esponenti del panorama militante sciita iracheno.

In un Parlamento di Baghdad bloccato da una crisi politica in cui la maggioranza del Premier Abadi si è andata sfaldandosi pian piano, Sadr si è presentato come una stampella dell’esecutivo nel processo delle riforme e ha appoggiato in prima battuta la proposta di un governo tecnico da parte di Abadi. Però, il 30 aprile, quando il Primo Ministro è andato in Parlamento per il voto di fiducia, gli esponenti del partito sadrista Blocco Al-Ahrar non si sono presentati, al contrario delle aspettative, così come quelli che fanno parte del “Fronte Riformista”, il blocco di opposizione costituito dai fedeli dell’ex Premier Maliki fuoriusciti dal Partito Dawa (lo stesso di Abadi) e gli esponenti del Blocco Wataniya di Iyad Allawi. Quando lo speaker del Parlamento, Salim al-Juburi, ha posticipato per l’ennesima volta la seduta per la nomina del nuovo governo, Sadr con un messaggio televisivo ha chiamato a raccolta i suoi seguaci per una manifestazione contro il governo. Grazie a quello che è parso un accordo con le forze di sicurezza che controllano la Green Zone, i manifestanti non solo sono entrati nella parte di Baghdad maggiormente controllata, ma hanno dato l’assalto ai palazzi delle istituzioni, tra i quali il Parlamento, senza che mai i miliziani di Sadr venissero allo scontro con le forze di sicurezza curde, preposte alla protezione dei palazzi governativi. Una tale dimostrazione di “forza” da parte di Sadr lo pone nuovamente al centro della scena irachena, anche se le manovre contro il Premier Abadi vedono un altro protagonista molto attivo, Maliki.

L’ex Primo Ministro, dopo aver spaccato il Partito Dawa, sta ora cercando di riprendersi la poltrona di capo dell’esecutivo con una manovra che, come accennato in precedenza, prova a togliere la maggioranza ad Abadi anche grazie al supporto di Allawi. Una tale debolezza delle istituzioni centrali stride con la necessità di una guida credibile nell’attuale sanguinosa campagna contro il Daesh. Nella stessa Baghdad, nonostante negli ultimi mesi gli attenati maggiori siano stati “solo” 2 - quello del 28 febbraio, con 70 morti, e quello del 29 marzo, con 26, entrambi avvenuti nel quartiere sciita di Sadr City - si registra tuttavia una media di 3 attacchi IED al giorno. Per cercare di fermare questa deriva, le autorità irachene compiono costantemente operazioni di contro-terrorismo, soprattutto in alcuni quartieri nella zona sud della capitale, come Dora, Arab Jubour, Latifiyah, Yusufiyah e Mahmoudiyah, area ormai denominata come il “Triangolo della morte”.

Passando alla situazione nella Provincia di Anbar, i fronti della lotta contro Daesh sono numerosi. Fallujah e il distretto di Karma sono 2 aree su cui Baghdad non ha quasi mai avuto controllo e quindi le operazioni sono difficili, visto l’alto numero di civili, il supporto che Daesh ha nell’area e l’ingente numero di IED messe in campo dai jihadisti. Nonostante questo, le operazioni delle Forze di Sicurezza di Baghdad hanno portato alcuni frutti e il controllo delle autorità centrali si spinge ora a numerosi villaggi. L’obiettivo sembra quello di isolare da est Fallujah (visti già i successi ottenuti a ovest a Ramadi e il controllo dei villaggi di al-Sijar, Nadhim al-Taqsim, Albu Shijil e Saqlawiyah) per poi cercare di chiudere i miliziani Daesh nel centro della città. Anche in questa operazione la presenza delle milizie sciite è di importanza strategica, circostanza che apre inquietani scenari sul controllo della regione una volta cacciato il Daesh, laddove il ruolo dei miliziani sciiti in una provincia totalmente sunnita e con storiche acredini verso la comunità irachena maggioritaria, appunto, quella sciita, sarà tutto da appurare. Un altro grande interrogativo, poi, deriva dal comportamento delle tribù di Fallujah nel momento in cui si arriverà alla battaglia finale contro Daesh.

Per quanto riguarda Ramadi, stando alle ultime informazioni fornite da Baghdad, dovrebbero servire almeno 6 mesi per la messa in sicurezza completa della città e la bonifica di tutti gli ordigni. Le operazioni si stanno ora focalizzando a est della città, sui villaggi di al-Sofiyah, al-Sijariyah, Juwaybah e Husaybah al-Sharqiyah, cioè tutta l’area dove i miliziani di Daesh sono fuggiti portando con sé anziani, donne e bambini, in maniera tale da rendere più difficoltosi i raid aerei della coalizione. Le operazioni si svolgono anche in direzione ovest, lungo il fiume Eufrate, dove la 7ª Divisione dell’Esercito iracheno ha preso il controllo del villaggio di Hit. Per quanto riguarda il fronte nord, infine, la base di Makhmur sta diventando l’hub principale per la futura offensiva contro Mosul. Anche per questo motivo, i miliziani jihadisti hanno attaccato la base ripetutamente con lanci di razzi e mortai, che hanno anche causato la morte di un Marine americano (Louis F. Cardin) appartenente al 2º Battaglione della 26th Marine Expeditionary Unit.

A quanto pare, lo sforzo iracheno (supportato dagli Americani) si sta ora focalizzando sul tratto di strada tra Mosul e Tal ‘Afar, la Highway 1 che dalla città porta a ovest verso Sinjar, di fatto a 50 km dalla diga di Mosul. Proprio questo tratto (circa 80 km) è una delle principali roccaforti del Daesh nell’area, circostanza che potrebbe confermare la possibilità che il triangolo Mosul-Tal ‘Afar-Diga diventi teatro di duri combattimenti durante la battaglia per liberare Mosul. Le capacità belliche di Daesh nell’area, già dimostrate attraverso l’uso di mortai, razzi, blindati suicidi e armi chimiche, non è da sottovalutare, in particolare alla luce del dispiegamento del contingente italiano a protezione della diga di Mosul.

 

Contributo apparso su