12 SETTEMBRE 2016
La crescita dell'influenza iraniana in Siria
DI Lorenzo Marinone

Nel corso di tutto il mese di agosto, si è assistito ad una nuova escalation degli scontri tra l’Esercito siriano e le milizie che si oppongono al Presidente Bashar al-Assad. In particolare, nei primissimi giorni del mese, le forze governative hanno subito una nuova offensiva da parte del fronte ribelle nelle aree di Aleppo, Deir el-Zor, Idlib e Latakia. Tale repentina moltiplicazione delle operazioni ha messo nuovamente in difficoltà l’Esercito siriano ed ha spinto l’Aeronautica russa ad intensificare i raid aerei contro le postazioni controllate dai gruppi anti-Assad.

Se il supporto russo si è rivelato fondamentale, analoga importanza continua a ricoprire l’impegno sul campo dell’Iran. Infatti, da solo l’Esercito regolare di Assad non sarebbe stato in grado di reagire prontamente a tali offensive poiché sempre più sfibrato da 5 anni di guerra e colpito da una sempre più grave carenza di effettivi e, soprattutto, di reparti fidati da distaccare sui fronti più caldi.

Il supporto sul campo di battaglia a favore dell’Esercito lealista continua, infatti, a vedere numerosi gruppi combattenti che rispondono a una regia iraniana e sono coordinati dalla Forza Qods. Si tratta in prevalenza di milizie sciite di origine irachena, già attive in Iraq in seguito all’avanzata dello Stato Islamico nel 2014 e successivamente trasferitesi anche in territorio siriano. Milizie siriane di natura sciita hanno combattuto già in passato a fianco dell’Esercito di Assad, così come risale alla metà del 2013 l’intervento degli Hezbollah libanesi. Ma il fenomeno cui si assistito nel corso dell’ultimo anno rappresenta senza dubbio un cambio di passo che è dettato dalla necessità di garantire adeguato spessore alle offensive di terra, anche su quei fronti più distanti dal Libano e di conseguenza estranei alle priorità del Partito di Dio.

Infatti, se l’attivazione di proxy rientra all’interno di una strategia iraniana già vista in passato in Iraq, finora si era appoggiata su realtà di grandi dimensioni come Asaib Ahl al-Haqq, Kataib Hezbollah e l’Organizzazione Badr. Al contrario, le milizie sciite presenti oggi in Siria delineano una galassia di gruppi con un numero di effettivi decisamente più contenuto, dispiegata in modo capillare sul territorio e costantemente impegnata su tutti i fronti attivi. Questo è il frutto della poderosa macchina di reclutamento messa in moto sia attraverso canali più tradizionali, sia tramite campagne mirate sui social media, che ha come minimo comune denominatore il richiamo alla difesa dei luoghi santi degli sciiti in Siria, primo tra tutti la moschea di Sayyeda Zeinab a Damasco. In parallelo, Teheran ha incrementato il numero di “consiglieri militari” inviati in Siria, tra cui diversi esponenti di primo piano dell’IRGC (Pasdaran), con funzioni di coordinamento tra le varie milizie e con la Russia.

Molte delle milizie sciite più attive in Siria nascono tra il 2013 e il 2014 come filiazione dei gruppi già affermati in territorio iracheno. Tra queste va segnalata Kataib al-Imam Ali (KIA), creata da un gruppo scissionista dell’Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr a metà 2014, dalle cui fila proviene il suo leader Shebl al-Zaidi. KIA intrattiene uno stretto legame con l’IRGC e con altre formazioni irachene come Kataib Hezbollah attraverso Abu Mahdi al-Muhandis, una presenza pressoché costante fin dagli anni ’80 nei diversi teatri dove risultano preminenti gli interessi iraniani.

I rapporti di filiazione dalle milizie irachene e le sovrapposizioni tra altri gruppi armati e le diverse costole che si sono moltiplicate negli ultimi anni mostrano costanti intersezioni e un elevato livello di fluidità. In questo senso è esemplare Harakat Hezbollah al-Nujaba (HHN), milizia formata da fuoriusciti di Asaib Ahl al-Haqq, a sua volta formazione nata da una scissione dai sadristi. Il moltiplicarsi dei fronti dove è stata segnalata una presenza di HHN è indicativo del largo impiego che è stato fatto di queste formazioni da parte del fronte lealista. Nata nel 2013 e impegnata dapprima ad Aleppo (anche nelle due città sciite di Nubl e Zahraa, all’epoca ancora sotto assedio), dalla seconda metà del 2015 ha combattuto anche nell’area di Latakia, nella provincia di Idlib e attorno ad Hama. Secondo un modello organizzativo già sperimentato dall’Iran con l’Organizzazione Badr, col tempo HHN ha dato vita a una serie di gruppi di minori dimensioni, le cui leadership si intrecciano spesso, tra cui figurano Liwa Ammar Ibn Yasir, Liwa al‐Hamad, e Liwa al‐Imam al‐Hassan al‐Mujtaba. Come attestato per diversi altri gruppi, anche quest’ultimo dispone di un’ulteriore suddivisione interna in formazioni più piccole ed è attivo in modo autonomo nell’opera di reclutamento.

Per quanto riguarda i rapporti tra milizie e apparati di sicurezza in territorio siriano, il caso più interessante è senz’altro quello di Liwa Abu Fadl al-Abbas (LAFA). Il gruppo nasce alla fine del 2012 da una riorganizzazione dei Comitati Popolari siriani, una galassia di fatto più simile a bande criminali dedite al controllo di minuscole porzioni di territorio che a reparti militari. I primi leader di LAFA sono in maggioranza di estrazione irachena e provengono dalle diverse formazioni di marca sciita che gravitano nell’orbita iraniana. Il reclutamento viene svolto in principio in ambito esclusivamente siriano, anche in questo caso in nome della difesa dei luoghi santi e di Sayyeda Zeinab, per poi attingere anche al bacino iracheno dal 2013. LAFA ha potuto contare fin dal principio su appoggio logistico e addestramento da parte delle Guardie della Rivoluzione iraniane e di Hezbollah, arrivando a creare una forza affidabile dal punto di vista militare e, nelle sue unità di minori dimensioni, fortemente ancorata al territorio. Alcune tra le milizie nate in seno al network LAFA, come Liwa Dhulfiqar e Qaeda Quwet Abu Fadl al-Abbas, sono state largamente impiegate sui principali fronti siriani già dal 2013.

Sotto il profilo militare, l’influenza iraniana in Siria ha raggiunto un livello di penetrazione non solo capillare, ma anche esteso ad aree dove la componente sciita è tradizionalmente minoranza se non assente. Il rapporto di forza con l’Esercito regolare siriano è nettamente a favore delle Guardie della Rivoluzione. Infatti, se le offensive degli ultimi mesi sono state caratterizzate dalla quasi totale assenza di reparti siriani, la debolezza di Assad si manifesta anche nella gestione della sicurezza. Il processo di creazione, irreggimentazione e addestramento delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), al pari di quello che ha dato origine a network come quello di LAFA, è ricaduto fin dal principio tra le competenze dell’IRGC. Alle NDF è stato demandato principalmente il controllo di checkpoint e dei principali snodi strategici nelle aree sotto controllo lealista, che si traduce nella gestione autonoma della sicurezza in quelle zone. Di fatto, quindi, le NDF hanno spesso assunto i contorni di gruppi fortemente ancorati a interessi locali, sostituendosi o sovrapponendosi alle istituzioni centrali e andando a creare un pericoloso dualismo con l’Esercito regolare.

Per quanto riguarda il controllo delle NDF, la loro struttura orizzontale e la scarsa centralizzazione delle diverse unità rende ulteriormente complesso la loro vigilanza da parte di Damasco, laddove l’influenza dell’IRGC ha probabilità di attecchimento ben maggiori. Ciò ha una rilevanza particolare dal momento che, a differenza delle milizie sciite, le NDF sono formate in prevalenza da siriani e possono quindi erodere con più facilità la tradizionale base di consenso verso il regime che è rappresentata dall’Esercito.

Oltre all’impegno dell’IRGC, nello scorso aprile è stata ufficializzata la presenza in teatro di personale delle Forze Speciali dell’Esercito iraniano. Si tratta verosimilmente di alcune centinaia di operativi con funzione di consiglieri militari, almeno in parte afferenti a reparti di élite della Brigata 65 (nota anche come Nohed). Questo ulteriore sviluppo dell’impegno iraniano a sostegno del regime di Assad riveste particolare rilevanza per diversi motivi.

Innanzitutto, fino a questo momento il dossier siriano era rimasto saldamente nelle mani dell’IRGC e della Forza Qods, corpo deputato alle operazioni all’estero, specializzato in scenari di guerra asimmetrica e fortemente legata all’establishment tradizionalista di Teheran. Benché nate all’indomani della rivoluzione khomeinista proprio a protezione del sistema rivoluzionario e dei valori in esso rappresentato, le IRGC, e la Forza Qods in particolare, hanno ben presto assunto la gestione delle questioni legate alla penetrazione strategica dell’Iran nella regione, rilegando di fatto l’esercito regolare ad un ruolo di secondo piano.

L’impiego dell’Esercito può trovare una spiegazione contingente sulla base di diversi fattori, tra i quali si possono citare il disimpegno russo, annunciato lo scorso marzo del 2016 e la conseguente necessità di mantenere invariata la capacità operativa sui diversi fronti siriani, e il rinnovato supporto alle formazioni ribelli garantito da Stati quali Turchia e Qatar.

Inoltre, l’invio in Siria dell’Esercito segnala un coinvolgimento diretto e aperto dell’Iran, in quanto Stato, in uno dei dossier più rilevanti dell’intera area mediorientale e non solo. In questo senso, la ricerca attiva di un ruolo “legittimo” nel conflitto siriano è una possibilità aperta dall’accordo sul nucleare in via di implementazione, i cui benefici non sono certamente limitati al sollevamento delle sanzioni e al rilancio dell’economia nazionale.

Ad ogni modo, oltre all’ambito prettamente militare, l’influenza dell’Iran sulle istituzioni siriane può aumentare, in prospettiva, proprio grazie al vettore economico. Infatti, Teheran ha aperto importanti linee di credito con Damasco fin dal 2013 per coprire i crescenti costi del conflitto. Ad un primo prestito di 1 miliardo di dollari nel gennaio 2013 ha fatto seguito pochi mesi dopo una seconda tranche ben più copiosa da 3,5 miliardi, a cui si aggiunge un ulteriore miliardi di dollari alla metà del 2015. Ma le prospettive migliori per un’inedita penetrazione di aziende e gruppi di interesse iraniani nel tessuto economico della Siria risiedono nel settore dell’edilizia e delle infrastrutture o, più in generale, nell’opera di ricostruzione del Paese che farà seguito alla guerra e che in alcune zone, ad esempio in parti di Damasco, è già in atto. Forti della loro attuale e radicata presenza a livello militare, le Guardie della Rivoluzione hanno così la possibilità di espandere alla Siria il raggio d’azione di aziende, banche e organizzazioni finanziarie parastatali iraniane sotto il loro controllo, replicando sostanzialmente il ruolo che rivestirono in Iran all’indomani della guerra contro l’Iraq.

Dunque, in un frangente in cui le possibilità di arrivare ad un cambio di regime in Siria attraverso l’affermazione dei ribelli appaiono fortemente ridimensionate e l’intervento russo ha ulteriormente accresciuto il peso del fronte lealista anche sul piano diplomatico, la prospettiva di una durevole e più profonda influenza dell’Iran sul Paese sembra poggiare su basi alquanto solide. La strategia iraniana di supporto al regime di Damasco, benché dispendiosa sia sotto il profilo economico sia sotto quello militare, si può concretamente tradurre in un accresciuto controllo delle istituzioni siriane e in un più efficace perseguimento dei propri interessi nell’area, assegnando all’Iran un ruolo di primo piano con conseguenze profonde sugli assetti della regione.