29 APRILE 2016
Geopolitical weekly n. 216
DI Ce.S.I. Staff

Sommario: Arabia Saudita, Filippine, Somalia

 

 

Arabia Saudita

Lo scorso 25 aprile, il Re Salman bin Abdulaziz al-Saud e il Governo saudita hanno approvato il “Saudi Arabia’s Vision 2030”, che rappresenta il primo vasto programma di riforme economiche nel Paese dai tempi della sua fondazione (1933). Il piano è stato ideato e promosso dal Vice Principe ereditario Mohammad Bin Salman (figlio del sovrano in carica), attualmente Ministro della Difesa nonché Capo del Consiglio per gli affari economici e per lo sviluppo del Paese.

Obbiettivo principale del Saudi Arabia’s Vision 2030 consiste nel graduale affrancamento dell’economia saudita dallo sfruttamento delle risorse petrolifere che, al momento, rappresentano la fonte di circa l’80% del bilancio statale, nonché il 90% degli introiti provenienti dalle esportazioni. Un esigenza resa sempre più necessaria dall’attuale contrazione dei prezzi del greggio e determinata dalla politica petrolifera inaugurata nell’ultimo anno da Riyadh (sostenuta dalle altre monarchie del Golfo Persico) in chiave anti iraniana, in vista del sollevamento delle sanzioni economiche su Teheran dopo l’implementazione Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).

Tra le misure previste dal programma di riforme, la principale consiste nella costituzione, entro il 2030, del Public Investment Found (PIF), fondo sovrano del valore stimato di 2000 miliardi di dollari. Tale fondo verrà utilizzato per sovvenzionare tutti gli investimenti in settori diversi o alternativi a quello petrolifero. Particolare attenzione sarà rivolta allo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile nonché allo sfruttamento dei ricchi giacimenti di materie prime come oro (concentrato soprattutto nella regione di  Mahd adh Dhahab nella provincia di al-Madinah), fosfato e uranio.

Parte dei fondi destinati al PIF proverranno dalla vendita del 5% della compagnia petrolifera di Stato, la Saudi ARAMCO, con un ricavo di 125 miliardi di dollari su un valore complessivo stimato in circa 2.500 miliardi. Inoltre, convergeranno nel fondo anche gli introiti derivanti da privatizzazioni, nuove tasse e tariffe sui beni di lusso, sul valore aggiunto, sui pedaggi stradali e le bevande zuccherate, insieme alle risorse ricavate dal taglio dei sussidi attualmente forniti a milioni di cittadini sauditi per l’acquisto di carburante, energia elettrica e acqua.

Più in generale, il programma approvato, se correttamente implementato, potrebbe comportare nel medio periodo significative innovazioni non solo dal punto di vista economico ma anche sul piano sociale. Non mancano, infatti, misure volte alla correzione di numerosi squilibri che caratterizzano il panorama socio-economico saudita, sempre più alle prese con la crescita della disoccupazione (combinata ad un elevato tasso di crescita demografico), la mancanza di manodopera specializzata e l’esclusione delle donne dalle attività produttive.

Nonostante il programma economico del Principe Mohammad goda, al momento, di un ampio supporto sia da parte della Casa Regnante sia di ampi settori della popolazione giovanile, l’implementazione delle riforme potrebbe incontrare l’opposizione di tutti quelle lobby, sia laiche sia religiose,  che hanno fondato proprio sullo status quo le proprie prerogative di potere.

 

Filippine

Lunedì 25 aprile, il gruppo militante Abu Sayyaf (ASG) ha decapitato un cittadino canadese, catturato insieme ad altri quattro ostaggi (un cittadino canadese, un norvegese e una donna filippina) lo scorso settembre a Samal e detenuto nella località di Jolo, sull’isola di Sulu, roccaforte del gruppo nel sud delle Filippine. L’esecuzione è giunta allo scadere del termine ultimo fissato dai miliziani per il pagamento dei circa 6.5 milioni di dollari richiesto per la liberazione di ciascun prigioniero. La scelta di giustiziare l’ostaggio canadese, dunque, sembra essere il tentativo del gruppo di lanciare un segnale di forza ai governi coinvolti per ottenere lo sblocco dei pagamenti più che un gesto simbolico rivolto contro l’Occidente. Benché in passato l’ispirazione jihadista abbia reso ASG  il principale interlocutore di al-Qaeda nel Sudeast asiatico, ad oggi la componente ideologica sembra essere un fattore marginale nella strategia operativa del gruppo, che concentra ormai i propri sforzi su attività di pirateria e rapimenti a scopo di estorsione e di criminalità organizzata. Lo stesso giuramento di fedeltà all’autoproclamatosi Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, pronunciato nell’estate 2014, infatti, si è ben  presto rivelato il tentativo da parte dei militanti filippini di entrare a far parte di quello che si è ormai accreditato come il nuovo e ricco network del terrorismo internazionale, sia per beneficiare di eventuali nuovi flussi finanziari provenienti dal Califfato sia per accrescere il peso contrattuale durante le trattative per i riscatti.

Nell’agenda  del gruppo filippino la questione finanziaria è una priorità non solo per portare avanti la propria lotta contro le autorità di Manila ma anche per poter alimentare e sostenere la sua stessa struttura. Per un gruppo, quale ASG, in cui l’erogazione di uno stipendio fisso per i propri militanti è ormai diventata sia una forma di garanzia della fedeltà degli uomini alla leadership sia un importante incentivo al reclutamento di nuove leve, la disponibilità di risorse è un fattore fondamentale per la sopravvivenza dell’organizzazione. Tuttavia, i continui attacchi contro imbarcazioni in transito nelle acque a sud dell’arcipelago filippino e i tentativi di rapimento di cittadini stranieri sulle isole circostanti negli ultimi mesi hanno spinto, da un lato, le autorità di Manila ad intensificare le operazioni sul territorio, dall’altro, i governi circostanti a rafforzare il pattugliamento marittimo e i controlli su qualsiasi scambio da e verso le province meridionali delle Filippine. In un momento in cui questo giro di vite sta inevitabilmente riducendo la libertà di manovra del gruppo, la necessità di fare cassa potrebbe spingere i miliziani ad adottare un atteggiamento maggiormente aggressivo nelle trattative per il rilascio degli ostaggi che rimangono tuttora loro prigionieri. Ciò potrebbe significare non solo un rilancio delle cifre richieste ai governi ma soprattutto un’applicazione più stringente e rigorosa delle scadenze formulate per patteggiarne il rilascio.

 

Somalia

Lo scorso 25 Aprile, un’autobomba è deflagrata nella periferia sud di Mogadiscio ed ha causato la morte di due soldati di AMISOM (African Union Mission in Somalia). A rivendicare l’attacco è stato Jahba East Africa (“Il Fronte dell’Africa Orientale) gruppo jihadista auto-dichiaratosi affiliato allo Stato Islamico (IS o Daesh). Si tratta del primo attentato compiuto da Jahba East Africa nonché, in generale, della prima azione ostile compiuta nel Paese da un’organizzazione terroristica legata ad IS. Infatti, il principale movimento eversivo di matrice salafita attivo in Somalia, ovvero al-Shabaab, ha comprovati e consolidati legami con la rete di al-Qaeda, tali che, in alcuni momenti della sua storia, l’organizzazione ha assunto la sigla di AEA (al-Qaeda in East Africa).

Nato lo scorso 8 Aprile, Jahba East Africa appare un gruppo piuttosto oscuro, la cui struttura organizzativa, la cui leadership e il cui numero di miliziani risultano ancora indefiniti. Dai pochi e frammentari elementi sinora emersi, pare che il movimento disponga di alcune basi di addestramento sulle Montagne di Galgala, nell’auto-proclamato Stato indipendente del Puntland. La grande maggioranza dei miliziani di Jahba East Africa potrebbero essere verosimilmente ex-combattenti di al-Shabaab fuoriusciti dall’organizzazione a causa di conflitti con la sua leadership.

Nonostante l’attentato di Mogadiscio possa essere considerata un’azione minore se paragonata ai ben più pesanti, violenti ed efficaci attacchi di al-Shabaab, esso rappresenta il segnale evidente di come la rete dello Stato Islamico abbia gettato basi abbastanza solide anche in territori storicamente feudi di al-Qaeda. In questo senso, l’apparizione di Jahba East Africa in Somalia rientra nella competizione tra il network del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi  e la rete di Ayman al-Zawahiri per la supremazia nel panorama jihadista globale.

La nascita di Jahba East Africa e la penetrazione di Daesh in Somalia sono legati a diversi fattori, tra i quali il lento declino di al-Shabaab e i tanti conflitti interni alla sua leadership dopo la morte dell’emiro Ahmed Abdi Godane (Mukhtar Abu Zubair, ucciso da un attacco missilistico statunitense condotto attraverso  un drone nel settembre 2014) e del comandante dell’Amniyat (il Servizio di intelligence e sicurezza dell’organizzazione) Mahad Karatey (ucciso nel 2016). Infatti, l’azione congiunta del contingente di AMISOM e dei raid aerei di Washington ha sensibilmente indebolito al-Shabaab, causando la perdita di numerose città e l’ammutinamento di centinaia di miliziani. Inoltre, dopo la morte di Godane, l’organizzazione ha visto crescere il conflitto tra la corrente “conservatrice”, formata dai leader più anziani e sostenitrice della prosecuzione del sodalizio con al-Qaeda, e la corrente “riformatrice”, composta da comandanti miliziani più giovani ed a favore del cambio di alleanze con il passaggio sotto l’ombrello dello Stato Islamico. Dunque, appare possibile che, nell’impossibilità di modificare l’orbita di tutto il movimento, alcuni comandanti abbiano deciso di secedere e fondare un nuovo gruppo affiliato a Daesh. Inoltre, occorre non sottovalutare il fatto che i comandanti secessionisti possano aver abbandonato al-Shabaab per ottenere maggiore indipendenza e scalare velocemente la gerarchia del panorama jihadista somalo, imponendosi come nuovi ed energici leader in un contesto insurrezionale statico ed in difficoltà.  

Anche se al momento al-Shabaab continua a dimostrare una notevole resilienza, i fattori di declino potrebbero continuare a condizionare le sue capacità operative e, soprattutto, la sua capacità di reclutamento e proselitismo tra la popolazione. Sfruttando la de-legittimazione e la perdita di influenza delle leadership di al-Shabaab, Jahba East Africa e lo Stato Islamico potrebbero aumentare il grado di penetrazione nella società somala e imporsi come nuovo attore apicale nel complesso contesto jihadista dell0’Africa orientale.