11 MARZO 2016
Geopolitical Weekly n.210
DI Carolina Mazzone e Olena Melkonian

Sommario: Libia, Somalia, Tunisia

 

Libia

Lo scorso 9 marzo, un commando dello Stato islamico (IS o Daesh) ha attaccato un posto di blocco ad Abugrein, città 110 km a sud-est di Misurata, uccidendo tre membri della Milizia di Misurata che lo presidiavano. Abugrein rappresenta uno snodo fondamentale della rete stradale libica, in mette in comunicazione sia le principali città costiere della Tripolitana e della Cirenaica sia il nord del Paese con i centri meridionali di Waddan e Shwayrif, alle porte del Sahara. In questo senso, Abugrein è un punto di passaggio obbligato lungo la direttrice est-ovest e permette allo Stato Islamico di collegare la propria roccaforte di Sirte con gli avamposti occidentali di Sabratah e Zuwarah, seguendo un percorso che permette di bypassare le città ostili di Misurata e Tripoli.    Inoltre, Abugrein determina il confine tra le terre controllate da Daesh e quelle sotto il la sorveglianza della Milizia di Misurata.

L’attacco di Abugrein permette di comprendere come lo Stato Islamico tenti di proseguire nella sua opera di espansione territoriale in Libia. A partire dalla città di Derna, lo Stato Islamico è riuscito ad assimilare la varietà delle realtà tribali e delle fazioni rimaste ai margini dalla diatriba politica tra il Parlamento di Tripoli e Tobruk, seguendo una progressiva linea di espansione sia verso le zone costiere sia verso il sud del Paese.

Questa estensione della propria influenza in entrambe le direzioni risponde a delle esigenze ben precise. Innanzitutto, il desiderio di accedere al controllo dei giacimenti petroliferi necessari a garantire quegli introiti finanziari funzionali alla creazione di un sistema economico sommerso in grado di auto-alimentare la macchina para-statale di Daesh. In secondo luogo, la necessità avvicinarsi ai confini con la Tunisia, per meglio coordinare le attività con i miliziani tunisini ed estendere la propria azione nell’area di Tripoli. Infine, l’espansione verso sud invece, risponde al desiderio dei combattenti dello Stato islamico di assicurarsi avamposti utili al controllo dei traffici illeciti provenienti dal Sahel.

Sfruttando l’instabilità politica della Libia e i contrasti interni alla popolazione civile, lo Stato Islamico si è imposto dunque come principale gruppo jihadista nel panorama libico. I costanti afflussi di miliziani provenienti dal Nord-Africa e dalla regione saheliana suggeriscono l’eventualità di una internazionalizzazione del conflitto libico e di una sua possibile trasformazione in combattimento per la jihad di ordine globale.

Somalia

 Il 5 marzo scorso, le Forze Armate statunitensi hanno attaccato un campo di addestramento di al-Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda, nei pressi del villaggio di Raso, 400 km a nord di Mogadiscio. L’azione militare è avvenuta attraverso l’utilizzo congiunto di droni MQ-9 Reaper e di caccia bombardieri F-15 ed ha provocato la neutralizzazione di 150 miliziani. Inoltre, l’8 marzo, secondo alcune fonti di al-Shabaab, un non meglio precisato commando di Forze Speciali straniere avrebbe provato ad assaltare una base jihadista nel distretto meridionale di Awdigle, venendo tuttavia respinto. Il raid aereo su Raso e il presunto assalto alla base del distretto di Awdigle rappresentano soltanto l’ultima delle operazioni contro-terrorismo che Washington ha compiuto in Somalia nell’ambito della Global War on Terrorism (GWOT), la missione militare iniziata all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 e finalizzata al disinnesco della minaccia jihadista su scala globale. L’impegno statunitense per la stabilizzazione della Somalia si affianca a quello profuso dalle Nazioni Unite e dall’Unione Africana attraverso la missione AMISOM (African Union Mission in Somalia).

Negli ultimi anni, AMISOM ha ottenuto successi significativi contro l’insorgenza jihadista, sottraendo al controllo di al-Shabaab alcuni importanti centri urbani come Mogadiscio e Chisimaio.  Tuttavia, il movimento affiliato ad al-Qaeda risulta ben lungi dall’essere sconfitto, come evidenziato dall’intensificazione del numero degli attentati negli ultimi mesi (Baidoa 28 febbraio, Mogadiscio 26 febbraio e 21 gennaio). Inoltre, l’escalation della violenza perpetrata da al-Shabaab nell’ultimo periodo testimonia la volontà del gruppo jihadista di riaffermare i propri obiettivi in contrasto con il tentativo di stabilizzazione del Paese propugnato da  AMISOM. Lo scopo finale di al-Shabaab rimane, infatti, il rovesciamento del governo di transizione supportato dalle Nazioni Unite.

Sebbene il gruppo sia ufficialmente affiliato ad al-Qaeda, recentemente molte brigate hanno espresso la volontà di giurare fedeltà allo Stato Islamico. Il contrasto interno ad al-Shabaab, tra fazioni a favore di al-Qaeda e fazioni a favore di Daesh, è il motivo all’origine del recente moltiplicarsi degli attentati terroristici del gruppo. Gli ultimi attacchi tra Baidoa e Mogadiscio testimoniano la competizione tra le diverse fazioni per la supremazia e la leadership.     

Tunisia

Il 7 Marzo, un gruppo di jihadisti provenienti dalla Libia ha preso d’assalto una stazione di polizia, una caserma dell’esercito e un avamposto della Guardia Nazionale nella città di Ben Guardane, cittadina nei pressi del confine libico. Lo scontro a fuoco tra i miliziani e le Forze Armate ha causato 52 morti, di cui 10 soldati e 7 civili. Non si tratta del primo episodio di questo tipo a Ben Guardane. Infatti, appena una settimana fa la città era stata teatro di scontri a fuoco tra miliziani e Forze Armate nazionali, a testimonianza della preoccupante escalation di violenza in corso nella regione orientale del Paese.

In seguito all’attacco, rivendicato dallo Stato Islamico, le autorità hanno imposto il coprifuoco notturno a Ben Guardane, mentre centinaia di truppe sono state dispiegate nell’area adiacente alla città.  

In una riunione d’urgenza, il Premier Habib Essid e il Capo di Stato Tunisino Beji Caid Essebsi, insieme al Ministro dell’Interno e al Ministro della Difesa hanno annunciato una serie di misure straordinarie per contrastare la minaccia terroristica e migliorare il deficitario quadro di sicurezza del Paese. Tra queste, l’impiego di droni per il controllo dei confini libico-tunisini e delle acque territoriali, il blocco del valico di frontiera e l’interdizione all’ingresso nell’Isola di Djerba da Paesi stranieri.  

I recenti attacchi a Ben Guardane confermano la precarietà della situazione securitaria in Tunisia, Paese in cui la minaccia jihadista è sensibilmente cresciuta all’indomani della Rivoluzione dei Gelsomini del 2011, grazie soprattutto alla crisi economico-sociale e alle difficoltà di governabilità incontrate dalla nuova classe dirigente. Sinora, la rete jihadista tunisina si era dimostrata particolarmente attiva nei sobborghi di Tunisi e nella regione centrale di Kasserine, area di maggior provenienza degli oltre 4.000 foreign fighters arruolatisi nelle file di al-Nusra e dello Stato Islamico in Siria e Iraq. Tuttavia, a causa della crescita delle attività di Daesh in Libia occidentale, anche la regione orientale tunisina si è gradualmente trasformata in uno dei fronti più caldi dell’insorgenza terroristica nazionale. Infatti, appare appurato che l’area compresa tra le città libiche di Sabratah e Zuwarah ospiti diverse strutture logistiche e di addestramento dello Stato Islamico, utili per il reclutamento e la formazione sia di miliziani locali sia di combattenti provenienti dalla Tunisia.