03 APRILE 2012
Le armi di distruzione di massa in Siria alla luce della guerra civile
DI Stefano Borgiani

La Siria, sebbene scarsamente dotata di risorse e capacità, ha da sempre dimostrato interesse e compiuto passi concreti verso l’acquisizione di armi chimiche e biologiche e di un programma di missili balistici. Avendo ratificato il Tratto di Non Proliferazione Nucleare (NPT) e non possedendo l’arma nucleare è sottoposta al sistema di salvaguardie amministrato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Tuttavia Damasco non ha mai fatto chiarezza circa le pesanti accuse sulla presunta illecita costruzione di un reattore per la produzione di plutonio a Al-Kibar, distrutto in un raid israeliano nel settembre 2007, e per questo motivo è attualmente sotto indagine da parte degli ispettori dell’Agenzia internazionale. Si ritiene che la Siria, nello sviluppo dei suoi programmi sulle armi di distruzione di massa (WMD) e di quello missilistico, abbia ricevuto forme dirette di assistenza dalla Russia (in passato l’Unione Sovietica), Cina, Iran e Corea del Nord. La principale motivazione che avrebbe spinto il Paese a dotarsi di armi non convenzionali e di un programma missilistico sembra data dalla minaccia israeliana, considerata la sua superiore capacità militare convenzionale unitamente all’ipotesi consolidata dell’arma nucleare. Non appare chiaro se e in che modo l’attuale instabilità possa incidere sulle politiche di non proliferazione del Paese. Tuttavia l’intera comunità internazionale ha espresso preoccupazione circa il destino dell’arsenale di missili balistici e armi chimiche della Siria in caso di un collasso dell’attuale regime.

Per quanto riguarda il tema del nucleare, la Siria ha firmato il NPT nel 1968 ratificandolo l’anno successivo. Tuttavia nel tentativo di incrementare le proprie capacità nucleari, la Siria ha cercato assistenza all’esterno già dagli anni ottanta quando si registrarono i primi trasferimenti tecnologici e di un reattore da paesi come l’Argentina, la Cina e la Russia. Questi primi sforzi hanno tuttavia prodotto pochi risultati tangibili. Un primo passo concreto si ebbe nel 1991 quando i cinesi iniziarono la costruzione del primo reattore di ricerca siriano a Dayr Al Ajar. Il reattore raggiunse la sua criticità nel 1996 e sebbene non fosse abbastanza grande da poter rappresentare una preoccupazione per la proliferazione nucleare, gli ispettori dell’IAEA vi hanno successivamente individuato, nel 2008 e 2009, la presenza non dichiarata di particelle di uranio di natura antropogenica. Come anticipato, nel settembre 2007 la forza aerea israeliana ha bombardato e distrutto il sito di Al Kibar, nella regione nord-ovest del paese; secondo l’intelligence israeliana e americana tale istallazione conteneva al suo interno un reattore per la produzione di plutonio. Ovviamente il governo siriano ha sempre negato tali accuse. Tuttavia nel maggio del 2011 dopo più di tre anni di attività ispettive, durante i quali la Siria non ha dimostrato alcuna volontà a cooperare con l’agenzia internazionale preposta, la stessa ha concluso che con molta probabilità l’istallazione distrutta era un reattore nucleare che le autorità siriane avrebbero dovuto dichiarare all’Agenzia. Il 9 gennaio del 2011 la IAEA ha approvato una risoluzione che dichiarava la non conformità della Siria in riferimento agli obblighi derivanti dal NPT ed ha portato il caso dinanzi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda il settore chimico e batteriologico, ci sono poche e limitate informazioni circa la capacità della Siria di disporre di armi biologiche. Fonti tedesche e israeliane sostengono che la Siria sia in possesso del Bacillus anthraci (che provoca l’antrace) e di alcune neurotossine. Fonti americane definiscono come probabile la capacità di produzione del botulino e dell’antrace. Tuttavia un rapporto dei servizi segreti svedesi non ha trovato prove concrete di un programma né offensivo né difensivo di armi biologiche. Infine non c’è nessun presupposto che lasci pensare a una capacità della Siria di trasformare in arma (weaponize) agenti biologici. Tuttavia il Paese possiede un’infrastruttura farmaceutica che potrebbe supportare un limitato programma di armi biologiche e si dedica al commercio di merci e apparecchiature dual-use con compagnie dell’Europa occidentale, la Russia e la Corea del Nord che potrebbero supportare un programma di tale natura. Damasco ha ratificato il Protocollo di Ginevra nel 1968 e firmato la Convenzione sulle Armi Biologiche (Biological and Toxin Weapons Convention) il 14 aprile 1972 ma non ha ancora provveduto alla sua ratifica.

Diverso il discorso per le armi chimiche, per il quale si ritiene che nel Medio Oriente sia la Siria a possedere una delle più avanzate capacità. Una prima assistenza fu fornita dall’Egitto prima del conflitto dell’ottobre 1973 contro Israele. Da allora la Siria sembra aver acquisito una capacità indigena a sviluppare e produrre agenti per le armi chimiche inclusi il gas mostarda e sarin e con molta probabilità anche l’agente nervino VX. Gli agenti chimici necessari allo sviluppo di tali armi sono stati prodotti dagli anni ottanta in istallazioni localizzate vicino Hama, Homs e Al-Safira, tutti villaggi situati nella regione Aleppo. Tuttavia la Siria rimane ancora dipendente da canali esterni per l’acquisizione di attrezzature dual-use e di alcuni precursori chimici. Recentemente l’Iran è stato identificato come il suo il principale fornitore; infatti, ciò ha portato nel 2005 alla stipula di un accordo in cui l’Iran s’impegna a fornire addestramento e assistenza tecnica a scienziati e tecnici siriani e a costruire cinque impianti chimici per lo sviluppo e la produzione di precursori chimici. La Siria possiede inoltre un elevato numero di missili balistici del tipo Scud-B e Scud-C capaci di essere equipaggiati con testate chimiche. Tuttavia l’apparato militare siriano ha presumibilmente interrotto i suoi sforzi per equipaggiare missili a corto raggio con testate chimiche in seguito ad un incidente avvenuto nella metà del 2007. Oltre ai missili Scud armati con testate chimiche, si ritiene che la Siria sia in possesso di un significante arsenale tattico di armi chimiche in termini di proiettili di artiglieria e razzi armati di agenti chimici.

Sebbene Damasco abbia ratificato il Protocollo di Ginevra, non è ancora parte della Convenzione sulle Armi Chimiche (Chemical Weapons Convention). Tuttavia i funzionari siriani si sono dimostrati interessati all’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons) già dal 2004 avendo incontrato il suo direttore generale in più occasioni e avendo partecipato a seminari e conferenze.

Il programma missilistico siriano iniziò nei primi anni settanta e si è sviluppato parallelamente a quello delle armi chimiche. Damasco possiede uno dei più grandi arsenali di missili balistici della regione composto di centinaia di sistemi missilistici derivati dal tipo Scud. La Siria per sviluppare il proprio programma si è affidata ai trasferimenti tecnologici sovietici, importando il FROG-7, Scud-B e missili Scarab SS-21 dall’URSS durante gli anni settanta e ottanta. Negli anni novanta l’Iran ha fornito assistenza tecnica alla Siria per la produzione di sistemi di propulsione con propellente solido. Secondo alcune testimonianze la Siria ha acquistato 150 missili Hawesong dalla Corea del Nord nel 1991.

Nel dimostrare il suo costante impegno nell’espandere le proprie capacità missilistiche, nel settembre 2000, la Siria ha testato un Hawesong migliorato con un raggio d’azione di 700 km. Un test analogo si è svolto nel gennaio 2007. Tuttavia gli sforzi siriani di stabilire una capacità produttiva indigena sono finora falliti, costringendo Damasco a contare sulle continue importazioni da paesi come la Corea del Nord e la Cina. La Siria ha espresso interesse per l’acquisto del missile russo Iskander già nel 2004 ma finora è stata incapace di acquisire questo missile superficie-superficie. Alcuni rapporti indicano come la Siria abbia tentato di acquistare moderni sistemi di difesa aerea come il S300-PMU 2 Favorit e il Pantsyr S-1 dalla Russia. Infine Damasco non è membro del Missile Technology Control Regime, un’associazione di paesi di carattere informale e volontario che persegue l’obiettivo della non proliferazione di sistemi senza equipaggio in grado di trasportare armi di distruzione di massa.

Nell’attuale contesto di guerra civile, mentre l’uso di WMD da parte del regime siriano contro i proprio oppositori interni rimane una mera ipotesi, bisogna prendere consapevolezza della natura sempre più radicale di una parte degli insorti; infatti molti osservatori temono che l’insurrezione sia stata infiltrata da gruppi jihadisti. Qualora la situazione in Siria dovesse degenerare in maniera irreversibile, la questione sulla sicurezza delle WMD rappresenterebbe una seria preoccupazione. Il rischio di acquisizione da parte di gruppi radicali o terroristici islamici di armi chimiche e biologiche diventa sempre più verosimile. Infatti, esiste la possibilità reale che gruppi terroristici e di insorti abbiano ancora dei legami con l’elite militare e quindi siano in grado di accedere a tali armi.

Qualora l’attuale governo dovesse collassare, garantire la sicurezza di tali armi diverrebbe un’impresa assai ardua. Il dipartimento di difesa statunitense ha recentemente stimato che il personale militare necessario per sorvegliare l’intero arsenale chimico siriano supererebbe le 75000 unità. Questo ovviamente nell’ipotesi di riuscire a mettere in sicurezza il materiale prima di un suo trafugamento; eventualità questa poco probabile. A complicare gli sforzi nell’assicurare le WMD sono i confini “porosi” del Paese. Questi mancano di un adeguato controllo e questo aumenta la facilità di fughe incontrollate. Con il governo siriano impegnato a fronteggiare le rivolte interne e con l’uscita delle forze americane dall’Iraq, non è così improbabile ritenere che WMD trafugate possano trovare un passaggio facile tra i confini siriani verso l’Iraq.

Similarmente le WMD siriane possono essere contrabbandate nel sud della Turchia, in Giordania, Libano, Cisgiordania, Israele e potenzialmente anche in Europa e negli Stati Uniti.

La situazione in Siria non ha precedenti poiché mai prima d’ora un paese in possesso di WMD era caduto nella guerra civile. La stabilità dei paesi della regione rischia di essere seriamente compromessa se queste armi dovessero trovare una via di uscita dalla Siria. 
Paradossalmente, il miglior risultato in termini di controllo del vasto arsenale WMD siriano sarebbe per Assad di mantenere il potere; tuttavia questo esito sembra essere sempre più il meno probabile. Senza contare che ci sono poche speranze che forze democratiche assumano il potere in Siria. Anche se ciò avvenisse, ci vorrebbero mesi o addirittura anni per consolidare il proprio controllo sull’intero paese.

Se la Siria piombasse nel caos più totale, gli Stati Uniti non potrebbero intervenire da soli per assicurare le centinaia di tonnellate di WMD che rimarrebbero così esposte. I leader regionali, tra cui l’Arabia Saudita sunnita e l’Iran sciita, che ora sostengono rispettivamente gli insorti ed il regime, devono unirsi nello sforzo di evitare la dispersione delle WMD siriane che potrebbero minacciare chiunque, di qualsiasi credo religioso e politico, nel Medio Oriente e in tutto il mondo.