06 LUGLIO 2015
Svolta in Siria?
DI Ce.S.I. Staff

La guerra civile siriana è entrata negli ultimi mesi in una nuova fase. Tradizionalmente il regime di Assad ha mantenuto una presenza delle proprie Forze Armate su tutto il territorio nazionale. Un modo per tentare di evitare la divisione del Paese. In questo senso, di fondamentale importanza sono stati il presidio della regione centrale, necessario per garantire la sicurezza della direttrice Homs-Idlib, a protezione della fascia costiera di Latakia, l’offensiva a sud nella regione di Deraa e l'offensiva verso le alture del Golan per arginare l’avanzata dei ribelli verso la parte orientale della capitale Damasco. In questo modo, però, l’Esercito lealista, già messo a dura prova dalle defezioni e dalle diserzioni, ha mostrato ulteriormente la corda. Le stime più credibili sull’attuale numero di soldati a disposizione di Assad variano dalle 150.000 unità alle 120.000, ma il nucleo più affidabile delle forze lealiste è molto inferiore rispetto a queste stime, perché, di fatto, le offensive del regime sono portate avanti solamente dalla Guardia Repubblicana, dalle Forze Speciali e dalla 4ª Divisione corazzata, comandata da Maher Assad, per un forza totale variabile tra le 65.000 e le 75.000 unità. In tutto il 2014 e in questa prima parte del 2015 sono state proprio la Guardia Repubblicana e la 4ª Divisione ad essere schierate a protezione di Damasco e a svolgere le principali operazioni contro le sacche di resistenza nei sobborghi di Ghouta Est e Ovest. Inoltre, sono state sempre le unità più fedeli della Guardia Repubblicana ad essere schierate in quei punti strategici lontani dalla direttrice Damasco-Idlib, proprio per la strategia del regime di mantenere una presenza in tutto il Paese.

Tra queste, la 104ª Brigata, comandata dal “duro” Generale Issam Zahreddine, schierata a difesa della base aerea di Deir ez-Zor all’inizio del 2014, e la 106ª Brigata, chiamata a proteggere l’aeroporto militare di Hama alla fine dello scorso anno. Invece, la 4ª Divisione, ad esempio, ha contribuito con circa 40 carri armati nell’offensiva del regime, guidata da Hezbollah, contro le milizie ribelli nella regione meridionale di Deraa nel febbraio 2015. Un ruolo fondamentale è svolto anche dalle unità delle Forze Speciali, come la Brigata SUQOUR AL-SAHARA (Aquila del Deserto) che ha combattuto fino all’inizio del 2015 le milizie dello Stato Islamico (IS) nella provincia di Homs e che ora potrebbe essere schierata ad Aleppo o a Deraa. Ma vale la pena ricordare anche la FORZA TIGRE, un reparto di élite che, sotto il comando del Colonnello Suhail al-Hassan, ha svolto in tutto il 2014 un ruolo importantissimo per conquistare e proteggere degli snodi strategici, come il villaggio di Mo
rek, 25 km a nord di Hama lungo un’arteria di comunicazione di fondamentale importanza come l’autostrada M5, o per combattere IS, come a novembre 2014, quando questi soldati sono stati schierati nella Provincia di Homs per proteggere i giacimenti petroliferi di Shaer.

L’ultimo impegno operativo della Forza Tigre sembra essere stato nell’area intorno ad Idlib, fino alla caduta della città nelle mani delle forze di opposizione al regime nel marzo scorso. Proprio la sconfitta ad Idlib ha dimostrato tutte le difficoltà che il regime sta attraversando per il mantenimento del controllo del territorio. La perdita di un altro capoluogo di provincia, dopo Raqqa nel marzo 2013, è stata un punto di svolta. La città, infatti, è caduta dopo un attacco durato 4 giorni e ha dimostrato una capacità di comando e controllo da parte delle forze di opposizione finora mai riscontrata sul campo di battaglia. Le milizie qaediste di Jabhat al-Nusra e quelle salafite-islamiste di gruppi come Jund al-Aqsa, Harakat Ahrar al-Sham al-Islamiya, Faylaq al-Sham e Ajnad al-Sham si sono coordinate attraverso un comando comune denominato Jaysh al-Fatah. Questo è stato un fattore determinate per la vittoria ribelle, oltre al fatto che tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, i soldati di Assad avevano già perso il controllo di alcuni snodi strategici fondamentali nella provincia. 

Fino a buona parte dell’anno scorso, infatti, il regime aveva concentrato la propria attenzione sulla difesa delle 2 principali vie di comunicazione della regione, l’autostrada M5, sopra citata, lungo la direttrice nord-sud, e la M4 che connette la regione di Latakia, roccaforte lealista, e Idlib, sulla direttrice est-ovest. Il mantenimento di tali posizioni  aveva permesso alle forze lealiste una notevole libertà d’azione, fattore determinante per la difesa dell’area dai ripetuti attacchi ribelli che si erano succeduti negli ultimi 2 anni. 

La situazione è cambiata a fine 2014, quando le truppe lealiste sono state cacciate dalle basi di Wadi al-Deif e al-Hamidiyah, perdendo in questo modo il controllo della M5 a sud di Idlib. L’impossibilità di muoversi liberamente nella parte meridionale della città, unita al fatto che il regime era impegnato contemporaneamente a difendere la capitale Damasco dall’avanzata ribelle da est e nell’offensiva a sud nella regione di Deraa, ha contribuito alla sconfitta dei lealisti. Proprio per questo motivo, nella regione non era presente un contingente numeroso di forze d’élite e i comandanti locali, privi di supporto, invece di combattere strenuamente per la difesa della città, in alcuni casi hanno preferito ritirarsi e ritornare nei propri villaggi d’origine, situati nella regione di Latakia, per
difendere le proprie famiglie da una possibile avanzata delle milizie ribelli. Ma questa non è una novità. Infatti, la problematica di dover contare su risorse umane sempre più limitate ha portato da tempo il regime a puntare sempre di più sull’appoggio sia di forze paramilitari sia di forze esterne, come gli Hezbollah libanesi e gli esponenti della Forza Qods iraniana.

 All’inizio del 2013 sono state così  create le “Forze Nazionali di Difesa”, formate e addestrate dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane e dai miliziani del Partito di Dio sull'esempio delle milizie Basij di Teheran. Il ruolo degli stessi Hezbollah, il cui numero sul terreno varia tra i 4.000 e i 6.000 elementi, si è ampliato sempre di più tanto che oggi i miliziani libanesi hanno preso il comando delle operazioni in alcune regioni, come a Qalamoun e nella parte meridionale della provincia di Deraa verso le alture del Golan. Tutto questo sempre in stretta cooperazione con gli ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie. Infatti, circa un centinaio di esponenti di alto rango delle Forze Qods sono sempre in Siria sia per supportare la leadership del regime nella difesa della capitale e nel comando e controllo delle operazioni, sia per operare in maniera congiunta con i comandanti di Hezbollah e con le milizie sciite. Queste ultime sono composte da Iracheni (sempre meno per la verità a causa del rientro di molti elementi in Iraq per arginare l'offensiva dello Stato Islamico), Libanesi e Afghani di etnia Hazara, riuniti in milizie come Liwa Abu fadl al-Abbas e la Brigata Fatimiyoun. 

In questo quadro risulta chiaro come la sopravvivenza del regime sia legata a doppio filo al supporto straniero. La sensazione, però, è che dopo circa 4 anni di guerra Teheran possa fare anche a meno di Assad pur di salvare la Siria. Da qui l’attività delle Guardie Rivoluzionarie e di Hezbollah rivolta ad ampliare la rete di consenso tra la popolazione siriana che si sente minacciata dall’avanzata delle milizie islamiste e jihadiste sunnite per creare un embrione sia militare che politico su cui basare la futura influenza nel Paese. Una sorta di “Hezbollah siriano” che garantisca a Teheran la propria presenza nell’area e al Partito di Dio libanese di continuare ad usare il territorio siriano come proprio retroterra logistico. Tutto questo mentre, alla luce del pre-accordo tra Iran e USA sul nucleare, l’Arabia Saudita sembra aver messo da parte gli attriti con un altro protagonista dell’area, ovvero la Turchia, con cui Riyadh starebbe mettendo in piedi un fronte comune islamista per lanciare l'attacco al cuore del regime.

 

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