22 APRILE 2015
Social Media in Asia Pacifico: strumento per sostenere la democrazia o per un maggiore controllo politico?
DI Orizzonti Internazionali

La mancanza di fiducia nelle istituzioni da parte dei giovani è un fenomeno in crescita costante a livello mondiale e determina il loro progressivo allontanamento dalla politica in tutti i continenti. Un recente studio della League of Young Voters in Europe e dell’International Idea ha mostrato che solo il 29% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si è recato alle urne in occasione delle elezioni del Parlamento Europeo nel 2009, a fronte del 50% degli over 55. In Africa, il 35% della popolazione ha un’età compresa tra i 15 e i 35 anni, eppure la partecipazione dei giovani alle elezioni e alle scelte politiche dei loro Paesi è molto limitata. 
In Asia Pacifico questo fenomeno è evidente. Negli anni tra il 2005 e il 2012 si è verificata una diminuzione della partecipazione politica dei giovani in quasi tutti i Paesi dell’Asia Orientale: nelle tornate elettorali che hanno avuto luogo nel 2012 nei principali Paesi dell’area, infatti, l’affluenza media dei giovani alle urne è stata del 65,2%, a fronte dell’87% degli “adulti”.

Negli ultimi anni, tuttavia, hanno iniziato a svilupparsi nuove forme d’impegno politico promosse dai giovani. Essi hanno preso coscienza della realtà che li circonda e hanno iniziato a reagire contro governi corrotti e/o oppressivi. Il loro atteggiamento "rivoluzionario" è dovuto, da un lato, al fatto che essi sono più istruiti delle generazioni che li hanno preceduti e, dall'altro, alla facilità di collegarsi al resto del mondo che è venuta a crearsi grazie alla diffusione d’internet e, in particolare, dei social media. Ed è proprio in Asia e nel Pacifico che crescono in modo esponenziale il numero degli utenti del web, con 756 milioni di persone “collegate” nel 2014. La maggior parte degli utenti web si trova in Asia Orientale con il 41%, seguita dall’Europa con il 26% e dal Nord America con il 14%.

La partecipazione online è oggi sempre più dominio dei giovani. Nella regione asiatica, la penetrazione dei social media è nettamente al di sopra della media globale. In questi ultimi anni, essi sono diventati uno strumento indispensabile per la diffusione d’informazioni, soprattutto in Paesi (quali, per citare solo alcuni esempi, la Repubblica Popolare Cinese, il Vietnam, il Pakistan o la Tailandia) in cui i media tradizionali sono controllati dal governo. Secondo i dati pubblicati da Freedom House, infatti, la libertà di stampa sperimentabile online è superiore di almeno dieci punti percentuali a quella dei media tradizionali in 34 dei 60 casi presi in esame. Ecco quindi che si sviluppa, soprattutto tra i giovani (ricordiamo che in Asia, le persone di età compresa tra i 10 e i 24 anni nel 2007 erano più di 940 milioni), il fenomeno conosciuto con il nome di clicktivism, l'"attivismo del click": sfruttare le potenzialità d’internet e dei nuovi mezzi di comunicazione per promuovere cause politiche e sociali. La velocità e l'immediatezza della comunicazione social permettono rapida mobilitazione globale e, tramite il processo dialogico tra gli utenti, nuove possibilità di ampio coinvolgimento dell'opinione pubblica.

Così è successo in molti Paesi dell'Asia: dal Pakistan, dove i giovani hanno rivendicato l'importanza di legalità e diritti umani per contrastare movimenti estremisti, all'India, dove i giovani hanno sostenuto la battaglia di Anna Hazare contro la corruzione; dalla Birmania, col movimento giovanile che ha portato all'interruzione dei lavori di costruzione della diga Myitsone, alla Cambogia, i cui giovani hanno protestato tramite i loro tweet a un progetto di legge che vuole penalizzare voci indipendenti; dal movimento nato da giovani avvocati "Bersih 2.0" in Malesia alla seconda "Rivoluzione non violenta" delle Filippine, che già nel 2001 si era diffusa grazie agli sms. 

In Paesi in cui il controllo dell’autorità governativa sui mezzi d’informazione e di comunicazione limitano drasticamente la libertà di espressione e la dialettica politica, i social media possano diventare un prezioso strumento di opposizione politica dal basso. In questo senso, gli avvenimenti in Tailandia e ad Hong Kong sono stati esempi indicativi di come i nuovi mezzi di comunicazione permettano di aggirare i controlli governativi e di far conoscere le proteste a livello internazionale.

In un Paese come la Tailandia, in cui su una popolazione di 67 milioni di persone, 28 milioni sono utenti di Facebook, i social media hanno aiutato a dare impeto alla mobilitazione politica e sono diventati catalizzatori del successo delle proteste. I nuovi mezzi di comunicazione stati usati come strumento di trasmissione d’informazioni principalmente visive: poche parole e molte immagini, che spesso assurgono a simboli della causa dei contestatori e, in quanto tali, si diffondono ancora più velocemente. Ad esempio, le proteste portate avanti dal PDRC (People’s Democratic Reform Committee) tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, hanno usato come simbolo del loro movimento l’eroe in mutande, ovvero l’immagine di un uomo che si è difeso dagli attacchi della polizia armato di un estintore, senza alcun indumento addosso, se non la propria biancheria intima. La sua foto è stata condivisa su migliaia di pagine Facebook, accrescendo enormemente la popolarità della protesta in tutto il mondo. 

Dopo il colpo di stato del generale Prayuth Chan-ocha del 22 maggio 2014, la giunta militare tailandese ha lasciato poco spazio alle manifestazioni: ha sospeso la Costituzione, introdotto la legge marziale e imposto il coprifuoco. Nonostante le misure adottate dalla giunta militare per reprimere qualsiasi forma di dissenso, i giovani hanno usato le piattaforme online per diffondere immagini, informazioni e organizzare nuove forme di manifestazione. Le proteste, simili a flash-mob, hanno visto, di volta in volta, la partecipazione di un centinaio di persone.

Ancora più eclatante è il caso di Hong Kong: studenti e sostenitori della democrazia hanno occupato da settembre a dicembre 2014 la città, chiedendo a gran voce di ottenere elezioni democratiche libere, senza dover scegliere il proprio governatore tra i candidati preselezionati da Pechino. Benché l’accordo “One country, two systems”, firmato nel 1997, abbia consentito all’ex colonia britannica di godere di un certo livello di autonomia (per esempio la possibilità di avere un proprio sistema giuridico e finanziario) il controllo della Cina su determinate materie, tra cui quella elettorale, è piuttosto rigoroso. 
La protesta è stata guidata dal movimento “Occupy Central with Love and Peace”, lanciata nel 2013 da Benny Tai Yiu-ting, professore di legge all’Università di Hong Kong. Si tratta della più grande protesta tecnologica di sempre: in un Paese come la Cina, che ancora oggi gode del più sofisticato apparato di censura del mondo (dove, per esempio, Facebook, Twitter e Youtube sono oscurati) e in cui tradizionalmente gli organi d’informazione sono una cassa di risonanza per la politica di Pechino, la diffusione dei tweet degli occupanti ha fatto il giro del mondo, e le autorità cinesi non sono riuscite a impedire le manifestazioni. Occupy Central ha diffuso il suo messaggio, i suoi princípi e i suoi obiettivi attraverso Wordpress, e seguendo gli hashtag #OccupyCentral, #OccupyHongKong e #UmbrellaRevolution su Twitter e Instagram è stato possibile seguire l'evolversi della vicenda. Tale possibilità, di fatto, permesso ai manifestanti di avere una vetrina internazionale all’interno della quale far riverberare la forza della propria protesta. Grazie ai social network, quindi, i dimostranti sono riusciti in un duplice obiettivo: aggirare la censura dei media tradizionali e accendere l'attenzione di tutto il mondo sulla propria causa, attirando consensi e sostegno. Il forum online HKGolden.com, considerato uno strumento informale di organizzazione della protesta, è diventato in brevissimo tempo un luogo di ritrovo per la comunità online internazionale dove trovare gli ultimi aggiornamenti sulla protesta, condividere tattiche, consigli, e incoraggiare gli occupanti. A partire dal 26 settembre, giorno in cui gli studenti hanno invaso la sede del governo, fino al giorno 30, sono stati registrati 1,3 milioni di tweet sul tema. Durante questo periodo la protesta ad Hong Kong è stata uno degli eventi più discussi al mondo.

Il potenziale politico di social media e di blog talvolta è visto come elemento di criticità da parte di alcuni governi della regione, i quali traducono la necessità di scongiurare un uso sovversivo di queste piattaforme in vere e proprie politiche di controllo degli accessi o, come accade in Cina, di oscuramento dei servizi. Ciò accade non solo in Cina, in cui il governo ha introdotto delle varianti nazionali di principali social media, ma anche, per esempio, in Vietnam. Il governo di Hanoi ha nel 2013 ha approvato due leggi (72 e 174) che limitano l’accesso e l’utilizzo dei social network: in particolare, questi provvedimenti pongono restrizioni ai contenuti accessibili dagli utenti locali e obbligano tutte le internet companies straniere ad avere un server nel Paese.

Controllare e censurare i media tradizionali era un compito sicuramente difficile, di portata ingente, ma non impossibile. Controllare i nuovi mezzi di comunicazione è invece molto più complicato, soprattutto a causa della rapidità con cui le informazioni sono diffuse, reperite e condivise da utenti di tutto il mondo. Come già accaduto nella primavera araba, oggi in Asia Orientale e nel Sud Est Asiatico, si assiste alla forza catalizzatrice del web 2.0 per dar voce e forza a movimenti di protesta già esistenti. In Paesi con una limitata libertà di stampa e di espressione, il potenziale "democratico" dei social media è enorme: vere e proprie piattaforme di dialogo politico dove chiunque abbia accesso può utilizzarle per comunicare in modo talmente rapido da essere difficile da controllare. Se forme importanti di e-democracy, intese come sistemi di partecipazione diretta dei cittadini ai processi decisionali istituzionali, non si sono ancora sviluppare, il web 2.0 in alcuni Paesi asiatici è diventato uno strumento importante a sostegno della democrazia e potenziale culla di rivoluzioni dal basso.