09 DICEMBRE 2014
La Seconda Primavera Burkinabé
DI Alberto Parisi

Violente manifestazioni di piazza, iniziate il 28 ottobre e culminate nell’attacco al Parlamento della capitale Ouagadougou, hanno portato alle dimissioni, dopo 27 anni al potere, del Presidente burkinabé Blaise Compaoré. Le proteste, promosse dal composito fronte dell’opposizione per contrastare una riforma costituzionale che avrebbe permesso a Compaoré di candidarsi nuovamente e prolungare potenzialmente il proprio mandato di altri 15 anni, hanno spinto le Forze Armate a fare pressioni sul leader in carica per indurlo a un passo indietro, per poi approfittarne prendendo direttamente il potere ed esautorandolo. Contestualmente all’annuncio delle dimissioni, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Nabéré Honoré Traoré, ha infatti comunicato di aver assunto la guida del Paese. Le divisioni interne alle Forze Armate hanno però portato il 1° novembre a un avvicendamento al vertice dello Stato, con l’assunzione della carica di Presidente ad interim da parte del tenente colonnello Isaac Zida, vice comandante della Guardia Presidenziale, unità militare d’élite meglio addestrata e per sua natura più vicina agli ambienti di potere rispetto al resto delle Forze Armate.

L’ascesa dei militari ha però scontentato i manifestanti e i partiti promotori delle proteste, non disposti ad accettare uno sviluppo anti-democratico della crisi: attraverso uno dei leader più autorevoli, Zéphirin Diabré, le opposizioni hanno pertanto chiesto che la fase di transizione fosse affidata ad autorità civili. Tale richiesta è stata appoggiata dall’Unione Africana (UA), dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) e dalle Nazioni Unite: i colloqui tra leadership militare, esponenti delle opposizioni e rappresentanti di UA, ECOWAS e ONU, hanno portato prima all’indicazione di elezioni da tenersi entro un anno e, il 13 novembre, al raggiungimento di un accordo generale sul piano di transizione alla democrazia. Il 17 novembre una commissione rappresentativa di Forze armate, gruppi politici, esponenti della società civile, leader tribali e religiosi, ha infine nominato Michel Kafando come Presidente ad interim, il quale ha poi affidato a Zida il compito di guidare il governo come Primo Ministro. Nel nuovo esecutivo, composto da 26 membri, Kafando ha occupato inoltre il ruolo di Ministro degli Esteri, mentre sei dicasteri chiave, compreso quello dell’Interni, sono stati assegnati a esponenti della gerarchia militare, con il premier Zida a ricoprire anche il ruolo di ministro della Difesa. La candidatura di Kafando, ex ministro degli Esteri e ambasciatore alle Nazioni Unite dal 1998 al 2011, era stata avanzata dalla leadership militare: la sua presidenza, il nuovo ruolo assunto da Zida e l’assegnazione delle poltrone ministeriali assicureranno quindi alle Forze Armate il ruolo guida nel processo di transizione.

Il Burkina Faso ha un’importanza geopolitica ed economica rilevante nella regione, essendo il primo produttore di cotone e il quarto d’oro dell’Africa, con ricchi giacimenti minerari ancora non sfruttati. Svolge inoltre un importante ruolo di mediatore nelle trattative tra autorità maliane e ribelli tuareg, oltre a ospitare una base militare francese utilizzata nell’ambito dell’Operazione Barkhane, missione impegnata a contrastare i gruppi jihadisti nel Sahel, ed essere lo snodo centrale delle operazioni controterroriste statunitensi nell’area. Tale centralità strategica per gli equilibri regionali si è però scontrata con le conseguenze di una realtà politica, sociale ed economica che ha portato all’attuale deflagrazione delle proprie contraddizioni. La popolazione, composta per il 65% da giovani scolarizzati con meno di 24 anni, nella quale l’alto tasso di disoccupazione non fornisce prospettive positive per ridurre sensibilmente, nel breve periodo, la povertà che affligge il 46% dei Burkinabé, aveva già dimostrato nel 2011, quando sull’onda delle Primavere Arabe, violente proteste popolari avevano scosso il Paese. Tale sollevazione, indicata come “Primavera Burkinabé” dai media locali, aveva già evidenziato come il popolo non fosse più disposto a sopportare il regime autocratico di Compaoré. Allora l’ex Presidente era riuscito a rimanere al potere grazie a concessioni politiche e promesse di riforme, in larga parte disattese, e agli accordi stretti con la leadership militare: nel 2014 tale operazione non è riuscita.

Nella gestione della crisi di novembre 2014 un ruolo determinante è stato svolto dalle organizzazioni regionali africane e dai Paesi maggiormente interessati alla stabilità del Burkina Faso, tra i quali Nigeria, Ghana e Senegal, i cui leader si sono impegnati in prima persona nei colloqui diretti con le autorità militari e civili burkinabé. La linea seguita dai rappresentati africani è stata quella di fare pressioni sulla leadership delle Forze Armate per affidare la guida della transizione ai civili, seguendo la politica adottata ufficialmente nel 2000 dall’Unione Africana di non appoggiare alcun cambio ai vertici istituzionali degli Stati che non segua le vie costituzionali. Tale linea guida ha impedito l’instaurazione di nuovi regimi militari ma, di fatto, ha anche congelato le aspirazioni popolari di maggiore democratizzazione quando le rivolte erano indirizzate contro regimi autoritari. Tale linea guida è condivisa, riguardo all’Africa occidentale, dall’ECOWAS, la quale ha la priorità di garantire la sicurezza e la stabilità dell’area, anche se questo vorrebbe dire proteggere indirettamente sistemi di potere autocratici. L’ECOWAS, nella consapevolezza del ruolo imprescindibile delle Forze Armate per garantire la sicurezza interna e dei confini, sì è detta contraria a tali minacce e ha adottato una posizione più conciliante rispetto alla leadership militare burkinabé.

Di fatto, nella gestione delle crisi, l’obiettivo di tali organizzazioni regionali, al netto delle eventuali divergenze su punti specifici, è quello di spendere tutta la propria influenza per mediare tra le esigenze di democratizzazione e quella della sicurezza, consapevoli che non sia più sostenibile un appoggio a regimi militari ma neanche, contestualmente, prescindere dalle garanzie fornite da una supervisione dei militari per evitare che il cambio di regime porti a violenze eccessive e scontri tra gruppi etnico-religiosi e di potere contrapposti. In Burkina Faso, tali obiettivi, al momento sembrerebbero essere stati raggiunti con le nomine di Kafando alla Presidenza e di Zida alla guida di un esecutivo composto sia da militari che da esponenti politici, garantendo pertanto sia l’inclusione dei civili nel processo di transizione che la permanenza del controllo delle Forze Armate nei ruoli chiave per la sicurezza.

Pur non essendo state coinvolte nelle trattative dirette seguite alle dimissioni di Compaoré, anche l’ex potenza coloniale francese e gli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo determinante per gli sviluppi della crisi. Già tre settimane prima dell’esplosione degli scontri di piazza, il presidente François Hollande ha inviato una lettera confidenziale al suo omologo burkinabé nella quale lo sollecitava a non intraprendere una modifica costituzionale e a non ripresentare, pertanto, una sua nuova candidatura. Nelle concitate ore seguite all’assalto del Parlamento, Parigi ha inoltre messo a disposizione di Compaoré l’aereo che lo ha portato in Costa d’Avorio, evidenziando l’interesse per la sicurezza personale dell’ex Capo di Stato ma, contestualmente, anche la propria non opposizione alla caduta del regime.

Al momento la Francia starebbe esercitando la propria influenza per garantire un ruolo di primo piano nel futuro del Paese al politico più vicino ai propri interessi, Zéphirin Diabré, che per anni è stato Presidente della multinazionale dell’energia francese Areva per l’Africa e il Medio Oriente. Parigi, pertanto, sembrerebbe essere stata consapevole della possibilità di una sollevazione popolare nel Paese per impedire la permanenza al potere dell’ex Presidente, e avrebbe cercato di gestire preventivamente l’avvicendamento ai vertici dello Stato. Di fronte al precipitare degli eventi, manifestando una prudenza riguardo ai rischi geopolitici di un’eccessiva assertività, che sarebbe potuta apparire come ingerenza dell’ex potenza coloniale, la Francia avrebbe optato per una posizione attendista, finalizzata a ottenere il maggior dividendo politico al termine della fase di transizione. Maggiormente efficace nell’immediato sarebbe invece stata l’azione degli Stati Uniti: l’uomo forte espressione della Guardia Presidenziale, Zida, è considerato vicino agli ambienti militari statunitensi per aver preso parte, nel 2012, a un corso di addestramento organizzato dalla Defense Department’s Joint Special Operation University americana nella base dell’aviazione di MacFill in Florida e, sempre nello stesso anno, aver ricevuto una specifica formazione in intelligence militare, attraverso un corso svoltosi in Botwsana e finanziato da Washington nella cornice della Trans-Saharian Counter-Terrorism Initiative. Lo stesso Kafando, avendo passato 13 anni della propria carriera diplomatica nella sede delle Nazioni Unite di New York, potrebbe rappresentare, dal lato civile, il persistere di un uomo vicino agli interessi americani alla guida della transizione. Si starebbe pertanto configurando una competizione tra le due potenze per assicurarsi la presenza di leadership amiche nell’area del Sahel, diventata negli ultimi anni sempre più centrale nel contrasto al terrorismo di matrice jihadista, oltre ad avere una ricchezza di risorse naturali ancora non interamente sfruttate. Un precedente di tale penetrazione statunitense in un’area, come quella del Sahel occidentale, storicamente oggetto dell’influenza francese, sarebbe da individuarsi nelle vicende che hanno riguardato il Mali negli ultimi due anni: il generale Amadou Sanogo, che fu alla guida del colpo di Stato nel 2012, aveva ricevuto, come Zida, addestramento militare negli USA ed era generalmente ritenuto molto vicino a Washington.

La crisi in Burkina Faso è rappresentativa delle tensioni che in tutta l’Africa riguardano la sempre più percepita necessità di rappresentanza politica delle nuove generazioni. I giovani non sono più disposti a tollerare un esercizio del potere basato sulla forza e sul corporativismo delle élite, ma fino ad ora non sono riusciti a incidere in maniera decisiva sugli sviluppi di un continente che, seppur in fase di transizione verso una sempre maggiore partecipazione politica popolare, vede la quasi totale assenza di sistemi politici pienamente democratici. Pur nelle differenze tra i diversi Paesi, le dinamiche che hanno innescato le rivolte popolari iniziate nel dicembre 2010 in Nord Africa sarebbero pertanto le stesse di quelle che hanno portato agli eventi dell’ultimo mese in Burkina Faso, assimilabili a loro volta a quelli di numerose altre nazioni dell’Africa Subsahariana. L’assenza di rilevanti tensioni etniche e religiose e il ruolo fin qui positivo svolto dalle Forze Armate e dagli attori regionali ed extra-continentali indicherebbero al momento la possibilità di uno sviluppo democratico della crisi in Burkina Faso. La possibilità che la rottura dello status quo porti il Paese a precipitare in una spirale di violenze e ingovernabilità è però ancora presente: l’impegno degli attori regionali, delle organizzazioni internazionali e delle Nazioni occidentali dovrà pertanto essere costante per tutta la durata del processo di transizione e teso a garantire che il risultato del futuro voto popolare venga accettato da ogni gruppo di potere interno ed esterno. Tale sviluppo democratico potrebbe configurarsi come un modello virtuoso anche per gli altri contesti subsahariani, nei quali la compresenza di sistemi politici autoritari, una crescita economica insufficiente per ridurre sensibilmente la povertà e l’esplosione demografica comporteranno inevitabilmente un aumento delle crisi politiche.