Il dinamismo geopolitico di Cuba
Americhe

Il dinamismo geopolitico di Cuba

Di Salvatore Rizzi
29.01.2014

A fine ottobre il presidente cubano Raul Castro ha annunciato, tramite l’organo di stampa ufficiale Granma, il ritorno ad un’unica moneta circolante, il peso cubano (CUP, conosciuto anche come “moneda nacional”) eliminando gradualmente il peso cubano convertibile (CUC). La decisione è di portata storica in quanto le due monete convivono da circa venti anni. Il CUC è cambiato alla pari con il dollaro americano (USD) dal 1994 e viene usato nelle transazioni internazionali dispendiose: per le merci importate, per le rimesse dei cubani all’estero, nell’economia turistica e gode di convertibilità internazionale. Il CUP, invece, vale 1/25 di dollaro ed è stampato dalla Banca Centrale Cubana per pagare gli stipendi dei dipendenti delle aziende statali e le pensioni e non è scambiabile con nessuna altra moneta, avendo valore circolante solo all’interno del circuito nazionale. La convertibilità del CUC non è più sostenibile, secondo l’apparato cubano, perché minaccia seriamente l’equilibrio sociale. Se già dagli anni ’90 il doppio sistema valutario aveva creato sperequazioni nel potere d’acquisto, le nuove riforme economiche in senso liberista avviate dal nuovo corso castrista, acuirebbero le differenze di reddito aprendo sempre ad un numero maggiore di cubani la possibilità di avere un’aumentata forza di acquisto. Il Partito Comunista Cubano (PCC) si troverebbe a governare un’isola sempre più divisa sotto il profilo dell’accesso ai costosi servizi non statali e ai prodotti d’importazione, danneggiando gravemente la gran parte della popolazione che lavora per lo Stato e che guadagna circa 400 CUP, ossia 16 CUC. La rimozione dei due cambi, così come la loro istituzione, non ha però un semplice significato economico, ma prelude a cambiamenti di natura strutturale dettati da fattori geopolitici.

Il CUC entrò in circolazione nel 1994 dopo che la caduta dell’Unione Sovietica, due anni prima, aveva danneggiato l’economia di esportazione cubana ed eliminato i sussidi alla produzione. Per evitare così la propagazione di un mercato nero parallelo basato sul dollaro con un aumento conseguente dell’inflazione, e un’importante svalutazione del peso nei mercati esteri, Fidel Castro optò per una doppia valuta il cui cambio non fosse però valido per la moneta nazionale. Il rapporto paritario con il dollaro permise al CUC di diventare la tredicesima moneta più forte al mondo, non risentendo pesantemente nei mercati esteri dell’implosione sovietica, e di godere in termini di spesa interna della circolazione e l’accumulazione di moneta forte. La scelta delle due monete ufficiali divenne quindi essenziale per Cuba nell’equilibrare il suo sistema economico dopo l’abbandono del suo alleato vitale, riuscendo nel contempo a mantenere un’emancipazione politica da Washington tale da riuscire a ricollocarsi nel nuovo assetto geopolitico che caratterizza l’America Latina contemporanea. Infatti, con la fine della Guerra Fredda, la politica statunitense di controllo e monitoraggio dei regimi vetero-socialisti latinoamericani si è decisamente allentata, consentendo l’affermazione di nuovi attori regionali, come il Brasile, e l’ascesa di leadership populiste in Venezuela, Bolivia ed Ecuador. Questa condizione ha permesso a Cuba di relazionarsi con più facilità alle economie crescenti sudamericane.

La nuova fondamentale alleanza stretta da Cuba con il Venezuela di Hugo Chavez è stata strategica per la crescita economica dell’isola. Grazie alla vendita ad interessi praticamente nulli con pagamento dilazionato in trenta anni, Cuba riceve quotidianamente dal Venezuela 98000 barili di greggio a seguito dell’accordo di Cooperazione Integrale firmato nell’ottobre del 2000. Energia a basso costo per l’isola che ha contribuito alla partecipazione al trend di crescita che ha interessato tutta l’America Latina nel decennio scorso, permettendo all’isola di raddoppiare il Prodotto Interno Lordo (30 miliardi di dollari nel 2000, 60 miliardi nel 2010). Con la fine del decennio e la crisi finanziaria globale, Cuba ha continuato a crescere con bassi ma costanti tassi (in media del 2%) grazie all’aumento esponenziale delle esportazioni dei servizi e alla diminuzione delle importazioni di cui ha beneficiato la bilancia commerciale. I nuovi tassi di crescita sono dettati dalle nuove riforme che Raul Castro ha iniziato ad emanare a partire dal biennio 2010/2011 incentrate ad una cauta e libera iniziativa economica. Per i cubani ora è più semplice poter aprire un’attività e accedere al credito alle imprese, sia nel settore terziario che in quello agricolo. Oltre all’aumento di possibilità di produzione non legate ad aziende statali, è stata decisa una maggiore autonomia nella gestione delle aziende pubbliche e nella costituzione di cooperative, oltre che sulla maggiore decentralizzazione delle decisioni relative ad investimenti e produzione. La volontà del regime è stata quella di cedere a concessioni economiche attraverso un dirigismo politico stretto che guidasse dall’alto le nuove disposizioni. Le concessioni del Partito Comunista Cubano (PCC) hanno portato a tali nuove disposizioni economiche che da subito hanno sortito importanti e repentini effetti di cambiamento nella società cubana. Il numero di persone che si sono impiegate nel lavoro indipendente dal varo delle riforme è triplicato (429000 il numero totale stimato) facendo nascere una nuova classe media di stampo piccolo borghese che nel prossimo futuro potrà avere numero e forza politica tale da influenzare le decisioni in campo economico e politico. Incentrata sulla commercializzazione di servizi per lo più turistici, la nuova classe imprenditoriale potrebbe guardare a partner privati esteri capaci di sostenere la propria crescita. In questo senso lo sguardo volgerebbe di nuovo agli Stati Uniti, da sempre il miglior partner di Cuba se si esclude il lungo regno castrista. Fino ai tempi di Fulgenzio Batista la vocazione turistica dell’isola era in grado di convogliare moltissimi investimenti statunitensi, tali da rendere Cuba la settima economia mondiale nell’immediato dopoguerra.

Ad oggi però, l’avvio delle riforme è stato preceduto da un avvicinamento sostanziale alla Cina, con il quale ora Cuba intrattiene relazioni economiche stabili e importanti essendo il secondo partner sia per l’import che per l’export, anche da un punto di vista ideologico. L’apertura castrista ad un mercato interno maggiormente competitivo cerca di trarre spunto dal modello capitalistico statale di matrice cinese. Il PCC sembra intenzionato a non perdere il controllo della società cubana attraverso le liberalizzazioni. Per questo, le riforme a Cuba sono concesse gradualmente sotto la supervisione del partito. Per ora Cuba ha iniziato le riforme della propria economia tenendo i maggiori investimenti esteri sotto il controllo dell’apparato statale. Infatti, le imprese che investono sull’isola sono tutte partecipate da capitale cubano. La collaborazione economica con la Cina è però destinata a crescere oltre il solco del credo comunista rispetto a quella con il Venezuela, ricollocando così gli interessi cubani. Oltre al petrolio venezuelano, l’Avana si serve dei programmi di sviluppo infrastrutturale di Caracas finanziati da Petrocaribe (la società per la cooperazione energetica voluta da Chavez) e ricambia con la disponibilità di migliaia di medici per aumentare gli standard qualitativi della sanità venezuelana. La quantità d’investimenti è però minore rispetto a quella potenziale cinese che oltre all’interscambio sta avviando con l’Avana progetti cooperativi per l’energia alternativa e emissione di crediti ad interessi zero. Inoltre l’aiuto venezuelano alla crescita cubana non potrà aumentare rispetto al passato per le problematiche interne che il Partito Socialista Unito di Venezuela fondato da Chavez deve affrontare. Il Venezuela sta soffrendo una crisi dei consumi che ha fatto perdere nello scorso anno i suoi consensi quasi plebiscitari trainati dal carisma del defunto leader. Dopo la morte di Chavez, l’élite al potere ormai orfana dovrà aumentare gli investimenti interni per scongiurare una recessione; inoltre il nuovo Presidente Nicolas Maduro non ha il carisma e le certezze di un governo di lungo periodo per rinfrancare la strategia di emancipazione latinoamericana inaugurata dall’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA). Fondata dal Venezuela, l’ALBA, dal 2004 fino al 2009, ha incluso anche la Bolivia, l’Ecuador più alcuni Stati insulari caraibici. L’Alleanza è nata in funzione antiamericana e per l’integrazione dell’America del Sud, facendosi portatrice di un nuovo messaggio politico di stampo socialista e antimperialista. Nei prossimi anni, con possibili cambi di élite al potere nei Paesi ALBA, la spinta socialista e antiamericana potrebbe essere rallentata da un riformismo più pragmatico se non da un ritorno di governi maggiormente liberali. Questa eventualità per Cuba, l’unico regime espressamente antidemocratico dell’area, potrebbe condizionare le forti relazioni economiche e politiche con il Venezuela. In questo contesto i legami sempre più stretti con Pechino porterebbero l’Avana a non restare nuovamente sguarnita di alleati necessari alla propria indipendenza politica nel continente americano. L’eliminazione dal mercato valutario del CUC sarà in questo senso uno strumento anche per il riposizionamento geopolitico di Cuba rispetto ai rapporti con Washington che guarda con favore alle nuove aperture liberali sull’isola.

Una parte del PCC spera che le aperture liberali possano costituire una base sulla quale migliorare le relazioni con gli USA, sulle quali continua a gravare il peso dell’embargo. Washington mantiene un blocco economico sull’isola ormai dal 1962, dopo che Fidel Castro rifiutò di elargire un indennizzo immediato alle società statunitensi nazionalizzate. La crisi dei missili sovietici e il tentativo di controrivoluzione finanziato dagli Usa con lo sbarco degli anticastristi nella Baia dei Porci non hanno fatto altro che aggravare la tensione tra i due Paesi e fatto perdurare l’embargo anche quando Cuba non rappresentava più un vero pericolo per la sicurezza nazionale statunitense. Ciò nonostante, solo sotto l’attuale presidenza Obama alcune concessioni sono state elargite. Non è più vietato per Cuba servirsi delle rimesse degli emigrati su territorio statunitense così come i viaggi per l’isola sono stati aumentati. Sotto il profilo dei visti anche l’Avana si è dimostrata meno intransigente, aprendo ad una maggiore libertà di viaggio dei cubani verso gli Stati Uniti. Resta però invariata la motivazione politica dell’embargo che si è aggravata con la lotta al terrorismo. Per il Dipartimento di Stato Cuba è uno dei cosiddetti “Stati canaglia” insieme a Iran, Sudan, Siria e Corea del Nord. Lungi dal rappresentare una minaccia vera e consistente agli interessi americani, all’Avana è addebitata però la responsabilità di aver ospitato negli ultimi anni membri dell’Unione Separatista Basca (ETA), delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) e del colombiano Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). Un aiuto politico contro l’isolazionismo internazionale a Cuba viene poi dato dalle organizzazioni internazionali. L’Assemblea Onu ribadito ancora una volta quest’anno, a fine ottobre, la contrarietà all’embargo pluridecennale: 188 Stati hanno votato a favore della risoluzione e solo Stati Uniti e Israele contro. Infine nel mese di novembre Cuba ha ottenuto un seggio nel novero del rinnovo parziale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC).

Il PCC sta dimostrando un dinamismo geopolitico volto alla crescita interna di Cuba e alla costante indipendenza internazionale dell’isola. Le riforme economiche attuali, e, nel corso dell’ultimo decennio, la diversificazione e l’allargamento delle alleanze internazionali, hanno permesso, e forse permetteranno, al governo guidato da Raul Castro di restare un attore per nulla marginale nel contesto latinoamericano. Tuttavia, occorrerà comprendere come l’evoluzione economica e politica di Cuba influirà sulla sua politica estera e su uno dei suoi capisaldi, l’essere il riferimento storico-ideologico contro l’influenza egemonica statunitense nel sud del continente.

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