28 SETTEMBRE 2011
Ennahda. La Rinascita
DI Valentina Palumbo

Con la caduta del regime di Zine El Abidine Ben Ali, il 14 gennaio 2011, un vento di cambiamento sembra soffiare sulla Tunisia. Assieme alla rimozione di tutti gli apparati del regime, compreso il Rassemblement Constitutionnel Démocratique (RCD) il Partito del Presidente, è stata avviata la legalizzazione di gran parte delle formazioni politiche d’opposizione precedentemente escluse dall’arena politica. Molti prigionieri politici sono stati liberati dopo anni di reclusione ed alcune personalità sono rientrate nel paese dopo un lungo esilio all’estero.

I partiti oggi registrati sono centoundici e gran parte di essi intende presentare candidati alle elezioni per l’Assemblea Costituente, il 23 ottobre prossimo. Sebbene il numero imponente e lo stesso sistema proporzionale lascino prevedere una dimensione politica post rivoluzionaria altamente frammentata, i sondaggi pre-elettorali dimostrano come la competizione si giochi in realtà tra circa una decina di formazioni, tra le quali risulta favorito il partito islamista Ennahda.

Ennahda (la Rinascita), è nato con il nome di Mouvement de la Tendance Islamique.
I suoi leader si sono formati nelle università e la sua stessa base teorica è stata elaborata negli atenei dopo un breve periodo di gestazione nelle moschee. I suoi militanti ruotavano attorno alla rivista al-Ma’rifa (la conoscenza) di ʿAbd al-Fattā’ Mūrū che assieme a Rached Ghannouchi sarebbe stato uno dei fondatori del partito.

Originariamente i rapporti con il regime furono caratterizzati da fredda tolleranza: Habib Bourguiba considerava il militantismo islamista come una “forma di tradizionalismo destinato ad essere estinto dal progresso”. Il leader dell’indipendenza tunisina sin dalla nascita dello Stato nord africano, nel 1956, aveva infatti adottato una politica portante sulla laicità abolendo il velo e la poligamia, adottando un codice civile di stampo francese ed eliminando l’insegnamento della religione nelle scuole.

Le relazioni si deteriorarono tuttavia quanto più il movimento acquisiva forza e soprattutto dopo la Rivoluzione Islamica in Iran del 1979. La domanda di riconoscimento al regime come partito, dopo la sua fondazione ufficiale nel 1981, venne quasi immediatamente rigettata. Una serie di episodi violenti a sfondo integralista diedero il via ad una forte campagna persecutoria.

L’ascesa di Ben Ali, come accadde per altri partiti, fu accompagnata da speranze di rinnovamento in senso democratico e il Mouvement firmò il Patto Nazionale nel 1988, mostrando di volersi integrare nel nuovo sistema politico. Il nome Ennahda venne adottato nel 1989, per adeguarsi al Codice Elettorale che prescrive il divieto di riferimenti religiosi nei nomi dei partiti, ma non fu tuttavia sufficiente per ottenere il riconoscimento.

Gli esiti delle elezioni del 1989, alle quali Ennahda aveva potuto presentare candidati solo in liste indipendenti, furono il segnale della deriva sempre più autoritaria di Ben Ali e dell’inizio di una nuova fase di repressione. Ghannouchi fu costretto all’esilio, mentre il movimento, oramai semiclandestino, si costruiva una base sociale forte istituendo comitati di quartiere e attivandosi in opere di beneficienza.

Nel 2005, con il Partito Democratico Progressista e il Partito Comunista, i suoi militanti davano vita al Movimento del 18 ottobre, portatore di una serie di rivendicazioni e denunce contro la politica repressiva delle libertà civili.

Ennahda chiamava poi a boicottare le elezioni presidenziali nel 2009.

Il 30 gennaio 2011 Rached Ghannouchi, rientrava in Tunisia dopo più di venti anni. L’entusiasmo della folla che lo attendeva stipata all’aeroporto era quantomeno proporzionale alla preoccupazione degli osservatori esterni che vedevano nel ritorno del leader islamista il pericolo di una svolta politica in senso integralista.

Ghannouchi ha da subito tentato di presentare Ennahda come partito moderato e tollerante. I suoi membri si appellano alle regole democratiche tanto quanto quelli degli altri partiti e parlano di diritti delle donne fin dalla fondazione del Movimento del 18 ottobre. Richiamandosi all’AKP, il Partito islamo-conservatore turco al potere, dichiarano di non avere intenzione di costituire un regime di carattere teocratico; rivendicano l’applicazione della Sharī’ah solo in alcuni ambiti del diritto di famiglia e delle successioni (cosa che peraltro già accadeva) e sostengono di non avere intenzione di opporsi al turismo occidentale o di proibire il consumo di alcolici (in Tunisia l’acquisto di alcolici è sempre stato consentito tranne che di venerdì; il consumo è vietato al di fuori dei locali che li somministrano ed in determinati quartieri costruiti con i finanziamenti sauditi).

Ciononostante gli slogan fortemente ideologici ed una serie di episodi di carattere fondamentalista avvenuti quest’anno hanno alimentato i timori di chi ritiene che una volta acquisito il potere una deriva in senso integralista potrebbe non essere facilmente arrestabile.

Altrettanto preoccupanti sono state del resto le dichiarazioni dello scorso maggio di Farhat Rajhi, ex Ministro degli Interni, che hanno messo in dubbio l’effettivo rinnegamento dell’ancien régime da parte dei suoi colleghi, denunciando l’esistenza di un progetto di colpo di stato da attuarsi nel caso di una vittoria di Ennahda alle elezioni. Sebbene poi sia seguita una quasi smentita, tali dichiarazioni hanno suscitato nell’immediato violenti manifestazioni.
La fondatezza dei timori dell’avvento di una teocrazia islamica risulta in ogni caso, allo stato attuale, trascurabile.

Le rivoluzioni sono state la mera conseguenza del prolungato malessere sociale indotto da tassi di altissima disoccupazione, squilibri economici, corruzione dilagante. Nessun simbolo o slogan religioso ha fatto apparizione nei giorni delle rivolte.
Inoltre, anche i partiti religiosi come Ennahda o come i Fratelli Mussulmani in Egitto, si trovano a vivere al proprio interno contrasti inter-generazionali, perché i messaggi e la metodologia adottata due o tre decenni fa potrebbe non avere più presa oggi, in un contesto radicalmente mutato. Va aggiunto poi che Ennahda non è l’unico partito islamista esistente in Tunisia e che i gruppi più integralisti, come i salafiti di Attahrir, non sono stati ammessi alla competizione elettorale.

Infine, se Ennahda vincesse le prossime elezioni, difficilmente lo farebbe con percentuali tali da governare da sola; tutto sommato non avrebbe nemmeno interesse nel farlo considerando come le decisioni da prendere in termini di ricostruzione e riavvio dell’economia del paese, potrebbero essere tali da ritenere conveniente condividere con altri partiti l’impopolarità di determinate misure: è molto più facile piacere al popolo da oppositori che da governanti.

Ciò che invece non si può negare è un risveglio religioso in Tunisia che non ha precedenti recenti, che certo desta preoccupazione ma che allo stesso tempo richiede tempo perché le interpretazioni possano dirsi definitive. Molto di ciò che sta accadendo infatti, slogan politici compresi, è la reazione ad uno stato pluriennale di repressione religiosa, la conseguenza di una libertà riacquisita. Quello che è certo è che nessuna forma possibile di transizione democratica potrà ignorare l’esistenza del sentimento religioso e quanto più efficace sarà l’armonizzazione con questo, tanto più successo avrà la democrazia di domani.