20 GIUGNO 2013
Il ruolo di MONUSCO ed i nuovi sviluppi della crisi in Congo Orientale
DI Alessandra Virgili

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) continua ad essere interessata dalla contrapposizione militare e politica tra il governo centrale e le milizie tutsi del M23 (Movimento 23 Marzo). La crisi, che interessa soprattutto le aree orientali del Paese, ha avuto inizio nell’aprile del 2012 ed ha conosciuto la sua fase più profonda nel novembre dello stesso anno. Infatti, in quel momento, le milizie ribelli hanno occupato Goma, costringendo le forze armate congolesi (FADC, Forces Armées de la Republique Démocratique du Congo) ed i Caschi Blu di MONUSCO (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo) ad una precipitosa ritirata nei rispettivi avamposti e basi. La presa di Goma ha avuto un profondo significato politico e militare, poiché ha mostrato la fragilità dell’apparato di sicurezza di Kinshasa e le difficoltà da parte del contingente delle Nazioni Unite di costituire un valido deterrente contro le attività del M23 e di tutelare e proteggere la popolazione civile colpita dalle attività delle bande e delle milizie della zona. Per rispondere a tali carenze, le Nazioni Unite hanno deciso di ampliare il contingente di MONUSCO e di modificare i contenuti del mandato, autorizzando la creazione di una “Brigata di Intervento Rapido” (BIR) incaricata di localizzare e neutralizzare le milizie del M23 nei territori del Congo orientale. Questa decisione ha suscitato la ferma reazione da parte del Movimento tutsi, il quale ha lanciato una serie di nuovi attacchi volti ad intimidire le forze dell’ONU ed a scoraggiare eventuali iniziative di supporto da parte del governo congolese. La ripresa degli scontri, tuttavia, avviene in contemporanea ai lunghi e faticosi tentativi di mediazione politica tra le milizie e Kinshasa, gettando una lunga ombra sulle reali possibilità della loro prosecuzione. 

Le ostilità sono iniziate l’8 maggio, quando un commando del M23 ha attaccato un convoglio di MONUSCO. L’attacco è stato compiuto da elementi provenienti dal Sud Kivu, nel Congo Orientale, e ha causato la morte di un Casco Blu di nazionalità pachistana. Inoltre, quest’azione ha evidenziato come i guerriglieri abbiano deciso di espandere il fronte della lotta in tutti i territori dell’est del Congo e non solamente al Nord, costringendo così gli uomini di MONUSCO ad operare in un territorio più vasto. Successivamente, il 21 maggio, violenti attacchi hanno avuto luogo nel villaggio di Mutaho, 12 km circa a nord-est di Goma, capoluogo del Nord Kivu, tra le FADC e il M23.

Gli attacchi rappresentano la rappresaglia del M23 alla decisione delle Nazioni Unite, presa a marzo, di avvalersi, all’interno di MONUSCO, della BIR, che avrà il compito di cercare e neutralizzare i membri dell’M23 e gli altri gruppi ribelli La grande novità introdotta con la BIR è rappresentata dal mandato che ne autorizza le attività ed il dispiegamento. Infatti, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, una missione di stabilizzazione dispone di poteri particolarmente estesi di law enforcement allo scopo di poter perseguire le milizie del Congo orientale in maniera più attiva e mirata.

La BIR avrà base nella provincia del Nord Kivu e sarà composta da 3.069 uomini, entro il tetto massimo di 19.815 militari di tutta la missione MONUSCO, provenienti da Sudafrica (1.000 unità), Malawi (1.000 unità) e Tanzania (1.000 unità), con quest’ultima incaricata del comando delle operazioni, con il Generale James Mwakibolwa. Essa agirà sia da sola sia al fianco delle Forze Armate congolesi, tramite interventi mirati contro i ribelli. La Brigata dovrebbe consistere, secondo le Nazioni Unite, in tre battaglioni di fanteria, uno di artiglieria ed una compagnia di ricognizione ed opererebbe attualmente sotto la supervisione diretta del Comandante di MONUSCO, il Generale brasiliano Carlos Alberto dos Santos Cruz.

La formazione della Brigata rappresenta la trasformazione di MONUSCO da una missione di peacekeeping a una missione di law enforcement con poteri più ampi. Tale ampliamento di funzioni, in un momento in cui i guerriglieri continuano a negoziare con il Governo, è stato concepito dal M23 come un atto ostile.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza n°2098 del 28 marzo 2013, che ha portato alla nascita della Brigata di Intervento Rapido, è stata pensata, quindi, per far fronte alle ultime ondate di violenza nel Congo orientale, che stanno minacciando la stabilità e lo sviluppo del Paese e della regione dei Grandi Laghi. La nuova risoluzione ha esteso la missione fino al 31 marzo 2014 ed ha deciso un rafforzamento della presenza militare delle Nazioni Unite nella Repubblica africana.

La creazione della BIR, come precisa la risoluzione stessa, è una “misura eccezionale”, che non costituisce precedenti. Attraverso la sua componente militare e il suo corpo d’intervento, la missione deve proteggere i civili, il personale ONU e monitorare l’attuazione dell’embargo deciso dalle Nazioni Unite, del 2003, sulla fornitura di armi e materiale bellico, consulenza o formazione connesse con attività militari, ai gruppi armati sul territorio.

Originariamente, MONUSCO era nata, nel 2010, come appendice alla MONUC (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo). La missione si era fatta carico, dal 1 luglio 2010, in accordo con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n°1925 del 28 maggio, di un’operazione di peacekeeping, con la possibilità di usare ogni mezzo necessario all’espletamento del suo incarico, in relazione alla protezione dei civili, del personale umanitario, alla tutela dei diritti umani e al supporto al Governo della Repubblica Democratica del Congo, in riferimento agli sforzi di mantenimento e consolidamento della pace.

Nonostante gli sforzi delle Nazioni Unite, la situazione nell’RDC continua ad essere instabile: nel Paese permane la contrapposizione, seppur mitigata da diversi tentativi di negoziato, tra le forze dell’M23 e le FARDC. L’M23 è costituito da militanti di etnia Tutsi, attivi soprattutto nella regione del Nord Kivu, che combattono contro le forze governative e le milizie Hutu ad esse alleate. La causa della nascita del movimento risale al mancato rispetto dei contenuti del Trattato di pace del 23 marzo del 2009, data da cui il gruppo prende il suo nome, tra il National Congress for the Defence of the People (CNDP), gruppo ribelle tutsi, nemico del Governo di Kinshasa e sostenuto dal Ruanda, e la Repubblica Democratica del Congo. Il CNDP è nato come opposizione armata al Governo centrale nel 2006, sotto la leadership di Laurent Nkunda, un congolese di etnia tutsi. La formazione e l’inizio della guerriglia del M23 risale all’aprile 2012, quando circa 300 soldati delle FARDC, ex appartenenti del CNDP, hanno iniziato a ribellarsi contro il potere centrale, rivendicando i benefici economici e sociali che il Governo congolese aveva promesso, e poi ignorato, con l’accordo stipulato tre anni prima. Molti soldati, ex militanti del CNDP, hanno disertato l’Esercito e si sono uniti per formare quello che oggi è l’M23, di cui sono leader il Generale Bosco Ntaganda e il Generale Sultani Makenga. Lo scorso marzo, Ntaganda si è consegnato all’ambasciata americana a Kigali ed ha deciso di sottoporsi “spontaneamente” al processo della Corte Penale Internazionale. La sua costituzione all’ambasciata americana potrebbe essere stata dettata dal fatto che il Ruanda, intimorito dalla prospettiva di non ricevere più aiuti internazionali paventata dal governo britannico, abbia deciso di non accordargli più alcuna forma di protezione. A questo punto Ntaganda, piuttosto che rischiare di finire agli arresti in Congo, potrebbe aver preferito affrontare la giustizia internazionale nelle più sicure carceri olandesi.

Tuttavia, la decisione delle Nazioni Unite di modificare la missione in Congo ha suscitato alcune perplessità. Tra le maggiori critiche contro il nuovo mandato di MONUSCO, vi è quella del Presidente ruandese, Paul Kagame, che ha denunciato il comportamento dell’ONU nella Repubblica Democratica del Congo, sostenendo che la missione internazionale abbia peggiorato la situazione nel Paese già in passato e lo stia facendo ancora oggi con quest’ultima mossa. La posizione del Presidente ruandese non è, però, molto chiara. Fin dalle sue origini, l’M23 è stato sospettato di collaborazionismo con il Ruanda o, addirittura, i sospetti sono stati che la sua stessa leadership fosse sotto diretto comando del Capo di Stato Maggiore di Kigali. E’ stata infatti individuata dalle Nazioni Unite la presenza di Forze ruandesi accanto ai ribelli dell’M23 in più occasioni. Il 20 novembre 2012 la RDF (Rwanda Defence Force, letteralmente Forza di Difesa del Ruanda) hanno affiancato l’M23 nella presa dell’aeroporto di Goma e, il giorno dopo, nella conquista della città, con circa 500 uomini. Kinshasa sostiene che, ancora oggi, fra i guerriglieri vi siano combattenti stranieri provenienti dal Ruanda, che riforniscono i ribelli di armi e munizioni. L’intromissione del Ruanda nei conflitti della Repubblica Democratica del Congo e il supporto che questo Paese ha offerto e potrebbe offrire ai gruppi ribelli presenti nei territori congolesi hanno radici etniche, storiche e strategiche che vanno oltre le recenti attività del M23. L’interesse primario è di tipo politico-economico, data la ricchezza del Paese. Il Congo orientale vanta, infatti, ampie risorse forestali e ingenti giacimenti di oro, diamanti, rame e columbite-tantalite. Mantenere una situazione di instabilità all’interno di un Paese con un così grande potenziale di sviluppo economico permette al Ruanda di bloccarne la crescita, da una parte, e mantenerne la possibilità di sfruttamento, dall’altra, considerato gli interessi ruandesi nel traffico illegale di materie prime.

Il nuovo mandato di MONUSCO rappresenta una novità sostanziale all’interno del panorama degli interventi delle Nazioni Unite nel mondo. Non è da escludere che questo nuovo approccio più “robusto” non diventi il nuovo modello di modus operandi dell’ONU in teatri di crisi particolarmente a rischio. Tuttavia, una strategia volta ad implementare esclusivamente le attività militari potrebbe trascurare l’indispensabile dimensione politica e sociale dei conflitti. Nel Congo orientale, dove i conflitti etnici durano da quasi 20 anni, appare sì importante la neutralizzazione delle minacce alla sicurezza, ma più di essa continua ad essere fondamentale la promozione del dialogo e del canale negoziale tra i governi e le comunità ribelli locali.