03 GIUGNO 2013
L’Iraq dopo le elezioni è sempre più polarizzato
DI Giulia Tarozzi

Il 20 aprile, in Iraq, si sono svolte le prime elezioni dal ritiro delle forze militari statunitensi dal Paese nel 2011. La tornata elettorale provinciale si è presentata come un importante banco di prova per il governo sciita di Nuri al-Maliki, leader del partito Daawa e Primo Ministro dal 2005, in vista delle elezioni parlamentari del 2014. Il voto è giunto in un momento in cui il Paese è profondamente colpito da violenze settarie che stanno minando alla base la coabitazione tra le entità sciite, sunnite e curde, che formano l’Iraq. Nel solo mese di maggio si calcola che siano morte circa 1.000 persone. Si è votato per eleggere i Governatori di 12 delle 18 Provincie irachene: ad Anbar e Ninive, Provincie a maggioranza sunnita, le elezioni si terranno il 4 luglio nel tentativo di stemperare il clima di violenze attuale, mentre nelle zone curde le date del voto sono ancora da definire.

I risultati elettorali indicano un successo relativo per il premier Maliki, che ha mantenuto la leadership ottenendo il 33% dei voti. Questo risultato è poco impressionante se si pensa che proviene principalmente dall’area di Baghdad e dalle provincie del sud, a maggioranza sciita, dove nel 2010 la sua coalizione, Alleanza per lo Stato di Diritto (di cui è parte il Daawa) aveva ottenuto la metà dei seggi. La coalizione, che conta al suo interno circa 36 partiti, ha ottenuto il maggior numero di seggi in sette provincie su 12 che partecipavano alle elezioni, ma in nessuna di esse ha raggiunto la maggioranza assoluta dei voti. Nonostante ciò, all’interno dell’Alleanza per lo Stato di Diritto, il blocco di Maliki è ancora quello che raccoglie più voti, complice anche il totale controllo dei media da parte del governo.

Il successo relativo del Premier potrebbe derivare anche dal fatto che ad oggi i leader sciiti alleati politici di Maliki, appaiono poco inclini a fare fronte comune in suo appoggio. Anzi, molti lo criticano per i suoi tratti autoritari e le sue decisioni unilaterali, come il leader sciita Muqtada al-Sadr, la cui corrente aveva giocato un ruolo fondamentale nella corsa alle elezioni nel 2010 ed è fondamentale tuttora per il mantenimento del controllo del Paese. Questa mancanza di sostegno alle elezioni parrebbe essere confermata dal fatto che, oggi, Sadr sta riunendo attorno a sé tutte le componenti sciite che si battono per una legge parlamentare che limiti i poteri di Presidente e Primo Ministro, azione fortemente respinta da Maliki e dal suo partito. Anche il Consiglio Superiore Islamico Iracheno (ISCI), guidato da Abdulaziz al-Hakim, sarebbe vicino alla linea sadrista. Ciò assume particolare rilevanza se si tiene conto del fatto che, a queste ultime elezioni, l’ISCI ha riguadagnato parte di quell’elettorato che aveva perso a causa di alcune divisioni interne, dovute all’alleanza con Maliki. Dunque, dalle elezioni è uscito un Maliki un po’ indebolito.

Questo risultato ha lasciato spazio agli altri attori politici e questo ha di fatto dato luogo ad una frammentazione del voto e ad una polarizzazione del Paese. Osservando il risultato dell’ala sunnita, il risultato che ne emerge è che il vero perdente di queste elezioni sia stato il blocco al-Iraqiya (Iraqi National Movement), guidato dal secolare sciita Ayad Allawi. Nel 2010 l’alleanza aveva posto una sfida sostanziale al partito di Maliki alle elezioni parlamentari. Essa includeva anche l’allora vice Presidente Tariq al-Hashemi e il politico Saleh al-Mutlaq, entrambi sunniti, e promuoveva un’idea anti settaria che superasse la disaffezione degli iracheni verso la politica riportandoli alle urne. Se allora Allawi e i suoi ottennero buoni risultati, risultando, per due seggi, il primo partito, ora il gruppo appare più che mai diviso non riuscendo ad ottenere più di tre seggi in ogni provincia. Questo è probabilmente dovuto all’inasprirsi delle tensioni settarie, che hanno sfavorito una coalizione storicamente inclusiva che ha fatto della lotta alla divisione religiosa un proprio punto fermo.

Ciò pare confermato dal relativo successo ottenuto dal partito Mutahhidun, il più popolare tra i partiti sunniti, guidato da Osama al-Nujayfi. Questi, fino alle scorse elezioni, faceva parte del blocco di Allawi, ma il montare delle proteste sunnite lo ha spinto ad allontanarsi dalle linee moderate del gruppo. Il suo partito ha dunque raccolto le rivendicazioni dei sunniti che si vedono emarginati dalla maggioranza sciita e intendono per questo combatterla. A fare il paio con lo scarso risultato dei sunniti moderati, vi è quello dei partiti secolari come il Free Iraqiya e il White Iraqiya Bloc, staccatisi anche loro da al-Iraqiya dopo il 2010, che non hanno ottenuto voti significativi. Lo stesso discorso vale poi per il Movimento Comunista iracheno, che ha ottenuto appena qualche seggio in pochissime provincie. 

Per aggiungere un pezzo all’intricato puzzle post-elettorale iracheno, va sottolineato inoltre che, nelle provincie curde, non si è ancora votato. A Dohuk, Erbil e Suleimaniya le elezioni sono state semplicemente posticipate a settembre per motivi di sicurezza, mentre per la contesa provincia di Kirkuk tutto è ancora da decidere. Visto però che in questa provincia non si riescono ad indire elezioni dal 2005, non stupirebbe se anche questa volta il voto saltasse.

Come un risultato elettorale così frammentato, in un Paese percorso da divisioni religiose profonde può far pensare, il voto è stato seguito da scontri e numerosi attentati. Le tensioni che si sono scatenate, sono lo specchio degli scontri tra il governo sciita di Baghdad e le provincie del centro e del nord dell’Iraq, dominate da sunniti e curdi, che per anni hanno creato attriti. Se durante le operazioni di voto la situazione si è mantenuta sotto controllo, nei giorni successivi è montata un’ondata di violenze. Moschee, luoghi di culto, bar e mercati sono stati colpiti massicciamente dagli attacchi dei sunniti che hanno attentato sia ai rivali sciiti sia ai candidati sunniti moderati, rei di avere una linea troppo morbida e condiscendente nei confronti della fazione opposta.

Al malessere sociale ed economico, va aggiunto il fatto che, dopo le elezioni del 2010, Maliki ha avviato un tentativo di accentramento del potere nelle mani degli sciiti sempre maggiore e la minoranza sunnita ha iniziato a lamentare comportamenti discriminatori nei propri confronti. Tra questi anche alcune leggi, come le misure anti-terrorismo, che prevedono persino l’arresto previa semplice denuncia anonima, e che hanno portato in carcere molti appartenenti alla minoranza sunnita.

Osservando la situazione attuale dell’Iraq si evince che il Paese è sempre più diviso sulle linee settarie e che il premier Maliki sembra faticare a riprendere il pieno controllo della situazione nonché a fermare gli attacchi terroristici, che tuttora imperversano. Le difficoltà del governo risaltano maggiormente dopo lo scarso risultato elettorale ottenuto e il timore è che questa sia un’anteprima di ciò che avverrà alle parlamentari del prossimo anno. Certo, la strada da qui al 2014 è lunga, ma per il Premier Maliki si annuncia un percorso elettorale difficile, con i partiti sciiti che rischiano di erodere ancora più consensi al Primo Ministro. Se questo sarà lo scenario, inevitabilmente la stabilità irachena dipenderà non solo dalle dinamiche settarie interne, ma, anche, dalle influenze esterne degli altri attori regionali.