03 APRILE 2013
La partita geostrategica di Canberra: il triangolo Australia, Cina, Stati Uniti
DI Andrea Chiuru

Sita fra due oceani, culturalmente e sociologicamente legata alla tradizione “occidentale”, ma allo stesso tempo geograficamente prossima all’Asia orientale e dunque ben lontana da America ed Europa, l’Australia ha sempre rivestito un ruolo strategico particolare e allo stesso tempo vitale, per gli interessi di Londra prima, per quelli di Washington poi: l’iniziale, remota, colonia penale si è nel tempo trasformata in fedele alleato della corona britannica all’interno del Commonwealth, primo baluardo difensivo contro l’espansionismo militaresco giapponese durante la seconda guerra mondiale, partner statunitense nel corso delle guerre di Corea e del Vietnam, nonché lungo tutta la guerra fredda.

Oggi però, in un contesto internazionale decisamente più fluido, dove non esistono più blocchi contrapposti cui appartenere o meno, l’Australia si trova in una condizione nuova, che ben testimonia il suo carattere di ponte fra “Occidente” e Asia e, più nello specifico, fra Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare Cinese. Quest’ultima è ormai diventata il principale partner economico di Canberra, con pesanti interessi nel settore minerario, energetico e finanche metallurgico, concretizzatisi in importanti investimenti diretti esteri e un interscambio commerciale che ha raggiunto i 110 miliardi di dollari statunitensi nel 2011 (per dare un’idea più incisiva, nel 2008-2009 il valore dell’interscambio sino-australiano era pari a 80 miliardi di dollari). Da una parte l’Australia è divenuta un importantissimo fornitore di materie prime, carbone e rame su tutte, vitali per il sempre accelerato sviluppo cinese. Dall’altro lato, gli investimenti cinesi, uniti all’export australiano verso Pechino, rappresentano una rilevante fonte di occupazione di manodopera. Da non dimenticare, poi, il flusso inverso, ovvero gli investimenti australiani in Cina, che vedono in corso d’opera nel paese asiatico oltre diecimila progetti. Di fatto, l’integrazione nel sistema economico asiatico, e in particolare le relazioni con la Cina, ha permesso all’Australia di non risentire in maniera particolarmente dura della crisi economica globale, così come invece è accaduto negli Stati Uniti e ancor più in Europa.

Tuttavia, se sul piano economico le relazioni sino-australiane sono fiorenti, altrettanto non si può dire con riguardo al piano politico-diplomatico. Entra qui in gioco la tradizionale alleanza di Canberra con Washington. Non è stato sicuramente un caso che il Presidente Obama abbia lanciato, nel 2011, l’American pivot to Asia proprio dalle tribune del parlamento australiano, annunciando contestualmente lo stanziamento di una Marine Air to Ground Task Force nei pressi di Darwin, posta all’estremo nord dell’isola dei canguri.

In virtù dell’ambivalenza australiana, economicamente vicina alla Cina e politicamente vicina agli Stati Uniti, alcuni autori si sono domandati quale possa essere la scelta di Canberra in caso di (invero allo stato attuale molto ipotetico) scontro fra Pechino e Washington. In realtà, ad oggi non possono esistere dubbi di tale natura: l’Australia è legata a doppio filo con gli Stati Uniti, oltre che dal punto vista politico-diplomatico, anche da un punto di vista economico e militare.

Dal punto di vista economico, perché, se è vero che la Cina è ormai il primo partner commerciale dell’Australia, è altrettanto vero che gli Stati Uniti continuano a rappresentare un’importante destinazione dell’Export di Canberra e un fornitore (il primo con riguardo ai servizi) di tutto rispetto. Gli Stati Uniti sono poi di gran lunga il primo investitore in Australia (ovviamente considerando singolarmente i paesi membri della UE). Gli investimenti diretti esteri cinesi in Australia sono addirittura inferiori a quelli operati dal Regno Unito, che, non va dimenticato, vanta pur sempre un rapporto di stretta parentela con la sua ex colonia.

Da un punto vista militare, perché l’equipaggiamento delle Forze Armate australiane è composto prevalentemente da mezzi e armi di concezione, derivazione e produzione statunitense. A titolo meramente esemplificativo, basti pensare ai velivoli F/A 18 Super Hornet, punta di diamante delle Forze aeree australiane, ai carri armati M1A1 Abrams e alle fregate classe Adelaide, spina dorsale delle Forze navali, derivate dalle statunitensi Oliver Hazard Perry. In ogni caso, le FA australiane, pur degne di nota, non appaiono essere sufficienti a garantire la difesa del territorio nazionale. Canberra lo sa, e per questo ha sempre fatto affidamento sull’ombrello difensivo assicurato da Washington. Anche per questo è impensabile che Canberra si privi di tale ombrello durante un eventuale temporale.

Appare decisamente più verosimile, e strategicamente importante, nonché utile, un ruolo mediatore, che gli australiani potrebbero giocare nella partita a scacchi che cinesi e statunitensi stanno attualmente giocando in Asia orientale. Effettivamente, Canberra si trova nella delicata ma anche privilegiata posizione di poter enfatizzare o morigerare le politiche interventiste statunitensi nella regione (per esempio attraverso la concessione o non cessione di basi militari sul proprio territorio), così come può rinfocolare le aspirazioni cinesi attraverso uno sviluppo delle relazioni economiche o arginare l’ascesa militare di Pechino attraverso una riduzione delle forniture di materie prime (ad esempio tramite il progressivo rialzo dei prezzi) vitali per la Repubblica Popolare: la ricalibrazione dei canali d’importazione non è mai affare semplice, anche per una leadership, quella cinese, che ha dimostrato una notevole scaltrezza nell’ambito del commercio internazionale, mentre in un caso del genere per l’Australia potrebbe essere relativamente più semplice trovare nuovi sbocchi al proprio export, con gli Stati Uniti che si accollerebbero di buon grado, almeno nel breve periodo, il peso economico di una mossa politico-diplomatica effettuata essenzialmente a loro favore. L’affaire Rio Tinto, vicenda accaduta nel 2009 che ha coinvolto quattro dipendenti del conglomerato minerario anglo-australiano arrestati in Cina per spionaggio, ha del resto chiaramente dimostrato come le relazioni economiche sino-australiane siano salde ma allo stesso tempo fragili. I dipendenti, fra cui vi è un cittadino australiano, sono stati trovati in possesso di dati industriali segreti relativi al consumo di minerali ferrosi e la sentenza è stata accettata da Rio Tinto, ma lo scandalo è emerso solo dopo che la società aveva rifiutato di vendere una significativa quota delle sue azioni alla cinese Chinalco.

Alla luce di quanto esposto, appare verosimile che l’Australia abbia tutto l’interesse a mantenere inalterato lo status quo nell’Asia-Pacifico ed è dunque plausibile che la diplomazia di Canberra operi per rafforzare, da un lato, la presenza statunitense nell’area, senza però mettere a repentaglio le relazioni economiche con la Cina. Si tratta indubbiamente di un’operazione delicata ma, in virtù anche del fatto che Pechino ancora non è pronta a fronteggiare e sfidare apertamente Washington, attualmente sembra avere successo.