22 GENNAIO 2013
Park Geun-hye e il nuovo approccio di Seoul alla questione nordcoreana
DI Silvio Mudu

Nelle recenti settimane il contesto politico della regione Asia-Pacifico è stato scosso da importanti eventi che hanno avuto il loro fulcro nella Penisola coreana. Il 12 dicembre scorso, dopo una lunga serie di minacce, la Corea del Nord ha effettuato con successo il test del razzo Unha-3 nella stazione di lancio di Sohae, scatenando le forti proteste degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione, primi fra tutti Corea del Sud e Giappone. Solo una settimana più tardi, il 19 dicembre, si sono svolte le elezioni in Corea del Sud, che hanno visto la vittoria della leader conservatrice Park Geun-hye sul suo rivale liberale Moon Jae-in. In un clima di rinnovata tensione regionale, anche in Giappone i conservatori, notoriamente meno disposti al dialogo con Pyongyang, hanno avuto la meglio nella competizione elettorale, con la vittoria del candidato di centro-destra Shinzō Abe. A rimescolare le carte è giunto, successivamente, il discorso d’inizio anno, tenuto lo scorso 1 gennaio, dal leader nordcoreano Kim Jong-un che, solo in linea teorica, ha riaperto al dialogo con la Corea del Sud, auspicando la fine dell’annosa contesa tra Seoul e Pyongyang.

Da quando è salito al potere, il 17 dicembre 2011, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha portato avanti una politica costellata da continue intimidazioni ai Paesi vicini, attraverso lo spettro delle armi nucleari. Il recente test del lanciatore spaziale Unha-3, a celebrazione dell’anniversario della morte del padre e predecessore Kim Jong-il e pochi giorni prima delle elezioni in Corea del Sud e Giappone, è sembrato un segnale di forza mandato agli interlocutori regionali, in particolare con l’intento di ammonire i futuri Governi di Tokyo e Seoul affinché non sottovalutino la questione nordcoreana. Inoltre, potrebbe essere stato un modo per il nuovo dittatore insediatosi a Pyongyang di mostrare la continuità con la linea di politica estera tracciata dal padre. Nonostante negli scorsi anni la Corea del Sud, guidata dall’intransigente Lee Myung-bak, abbia più volte inviato nel Mar Giallo cacciatorpediniere con capacità anti-balistiche ed abbia annunciato il dispiegamento di droni con autonomia di 300 km, tali mosse non hanno fatto desistere Pyongyang dal portare avanti nuovi round di test missilistici. La nuova leadership nordcoreana, così come quella precedente, non sembra affatto disposta a compromessi. Dal punto di vista interno, il test di Sohae potrebbe avere l’obiettivo di rafforzare la figura di Kim Jong-un, presentarla come naturale estensione del potere di Kim Jong-il e riaffermare la sua autorità sulle Forze Armate.

Com’era prevedibile, la rinnovata minaccia nordcoreana ha finito per rafforzare i candidati nazionalisti di centro-destra nelle cruciali elezioni tenute in Giappone e Corea del Sud tra il 16 e il 19 dicembre. Il trionfo di Abe sta portando Tokyo a irrigidire la politica verso Pyongyang, e a premere per la modifica della costituzione, in particolare dell’articolo 9, che impone limiti giuridici sulle forze di autodifesa. Anche in Corea del Sud la vittoria della conservatrice Park Geun-hye, primo Presidente donna della storia del Paese, appartenente al Partito Saenuri (Nuova Frontiera), è stata influenzata dallo stato di alta tensione in cui versano le relazioni tra le due Coree fin dal 2008. Fu in quella data che l’allora Presidente sudcoreano Lee Myung-bak, in seguito al protrarsi dei test missilistici e allo stallo nei negoziati, pose fine alla politica di dialogo e aiuti economici verso la Corea del Nord, la cosiddetta Sunshine Policy, inaugurata dieci anni prima da Kim Dae Jung.

Prima della rottura del dialogo, il percorso verso la riconciliazione tra le due Coree aveva registrato alcuni importanti progressi. Tra il 13 e il 15 giugno del 2000 si era tenuto il primo Summit Intercoreano a Pyongyang tra l’allora Presidente sudcoreano Kim Dae Jung, in seguito Premio Nobel per la Pace, e il Presidente nordcoreano Kim Jong-il. In tale occasione si giunse a una dichiarazione congiunta, che auspicava un approfondimento dell’impegno per la riunificazione del popolo coreano e la cooperazione economico-culturale. Gli anni seguenti furono caratterizzati dall’alternarsi d’improvvise escalation e momenti di distensione. Nel 2003 l’abbandono da parte di Pyongyang del Trattato di non proliferazione nucleare portò a cinque round di negoziati, i cosiddetti Six-Party Talks, tra Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone Cina, Stati Uniti, Russia, che fecero tuttavia scarsi progressi fino al 2007, quando la Corea del Nord accettò la chiusura delle strutture nucleari in cambio di aiuti economici e una promessa di normalizzazione dei rapporti da parte di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. In questo contesto, dal 2 al 4 ottobre 2007, si tenne a Pyongyang il secondo Summit Intercoreano, dove venne riaffermato lo spirito della Dichiarazione del 15 giugno 2000 e il Presidente sudcoreano Roo Moo-hyun firmò con il suo omologo nordcoreano Kim Jong-il una dichiarazione di pace in sostituzione dell’armistizio del 1953. Dal 2007 in poi, tuttavia, la situazione è andata progressivamente peggiorando, fino al fallito lancio dell’ICBM Taepodong-2 nell’aprile 2009. Nel marzo del 2010 l’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan, a largo dell’isola di Baengnyeong, causò la morte di 46 marinai e portò Seoul ad adottare le “Misure del 24 maggio”, che chiudevano ad ogni cooperazione economica salvo il Complesso Industriale di Kaesong (KIC). Nel novembre dello stesso anno, gli scambi di artiglieria a largo dell’isola di Yeonpyeong, 80 km a ovest della città sudcoreana di Incheon, causarono la morte di due sudcoreani e almeno cinque nordcoreani.

Ora, nella delicata fase post-elettorale, Park Geun-hye, figlia dell’ex dittatore Park Chung-Hee assassinato nel 1979, si trova ad affrontare importanti sfide sia internamente che esternamente. Dal punto di vista interno, dovrà liberarsi dall’etichetta autoritaria del padre che le opposizioni le rimproverano e, come promesso in campagna elettorale, dovrà promuovere la democratizzazione economica, attraverso la lotta ai grandi conglomerati industriali, le cosiddette Chaebol. Sul piano esterno, la Park sembra voler riconsiderare la politica d’inflessibilità del Presidente uscente Lee Myung-bak nei confronti di Pyongyang, senza tuttavia trascurare le pressioni degli ambienti ultranazionalisti per una maggiore fermezza contro il regime nordcoreano. A differenza del candidato del centro-sinistra Moon, che auspicava il ritorno alla Sunshine Policy, la Park porterà avanti una strategia di riavvicinamento più cauta.

Dalla prospettiva della leader conservatrice, il progetto di dialogo con la Corea del Nord si snoderà su due binari paralleli: il primo riguardante gli aiuti umanitari, il secondo le trattative politiche. Tuttavia, la stessa Park ha più volte ribadito che ogni tipo d’investimento su larga scala non potrà prescindere da concreti progressi nei negoziati sulla sospensione del programma nucleare nordcoreano.

Intanto a Pyongyang, nel discorso d’inizio anno, il giovane leader nordcoreano ha affermato che la chiave per porre fine alla divisione nazionale e avviare la riunificazione tra le due Coree è la cessazione della situazione di scontro tra il Nord e il Sud. Kim Jong-un ha così auspicato l’implementazione degli accordi conclusi nel clima della Sunshine Policy nel 2000 e nel 2007 e ha messo al centro la questione economica. Già dallo scorso luglio il Governo nordcoreano ha promosso cauti incentivi economici per incrementare la produzione agricola e industriale. In quest’ottica, le apparenti aperture politiche verso Seoul potrebbero in realtà puntare ad ottenere vantaggi economici e aiuti umanitari per la popolazione ormai allo stremo. Peraltro nelle stesse parole di Kim si trova spesso l’espressione “stabilità della vita familiare”, ma mai “crescita”, indicando che probabilmente le aperture non sfoceranno in concrete riforme economiche, come invece sperato da Seoul.

Alla luce delle insperate aperture che giungono da Pyongyang, per quanto queste possano essere ambigue e strumentali, il nuovo Governo sudcoreano ha la possibilità di riprendere il difficile cammino dei negoziati per la riconciliazione nazionale. Sarà importante non ricadere negli errori commessi durante la Sunshine Policy, quando i cospicui trasferimenti di capitali alla Corea del Nord avvennero soprattutto da Governo a Governo, tagliando fuori la popolazione nordcoreana. La stessa politica di “Cash for Concessions” attuata da Roh Moo-hyun dal 2003 al 2008 ha finito per rendere Seoul ostaggio di Pyongyang. Una maggiore cooperazione economica, basata sullo sviluppo delle Special Enterprise Zones, sul modello di Kaesong, con un più diretto coinvolgimento della società nordcoreana, consentirebbe alla Corea del Nord di garantire un dignitoso tenore di vita alla propria popolazione e alla Corea del Sud di soddisfare la crescente richiesta di forza lavoro a basso costo. Al tempo stesso, cercare uno scontro frontale assecondando le componenti nazionaliste sudcoreane non gioverebbe alla Park, avendo come unica conseguenza il rafforzamento della posizione interna di Kim Jong-un e delle sue velleità militariste e nucleari. Per queste ragioni la Park dovrà essere in grado di forgiare una “terza via” nell’approccio ai negoziati, che integri la disponibilità di Kim Dae Jung e Roh Moo-hyun all’intransigenza di Lee Myung-bak, dando vita a una Sunshine Policy armata che aumenti la pressione sul regime nordcoreano.