13 LUGLIO 2012
Il Levantine Basin ed il gas naturale conteso
DI Pierfrancesco Cardalesi

Per molto tempo ignorato, il Levantine Basin è stato elevato agli albori della cronaca per le immense potenzialità energetiche in esso contenute; formato da tre riserve di gas naturale e greggio, ha generato una collisione tra gli interessi dello Stato d’Israele, della Repubblica di Cipro, della Repubblica libanese e, in parti minori, della Repubblica Araba di Siria. Su di esso, inoltre, si sono riversati gli interessi di un attore esterno: la Turchia; quest’ultima, per i motivi che vedremo, rivendica propri diritti di esplorazione all’interno del bacino.

Israele deve le proprie fortune in campo energetico ad una joint venture tra la texana Noble Energy Incorporated e l’israeliana Delek che, per tutto il 2009 e fino all’estate del 2010, ha esplorato giacimenti di gas naturale contenenti riserve pari al doppio di quelle a disposizione del Regno Unito; in soli due anni, dunque, Israele si è trovato nella condizione di garantirsi una lunga autonomia nell’approvvigionamento di gas naturale e, grazie alla scoperta del Leviathan (un gigante dalla capacità stimata di 453 miliardi di metri cubi di gas), di imporsi come paese esportatore della preziosa materia prima a partire dal 2017.

Tutto questo mentre Hosni Mubarak veniva spazzato via dalla primavera araba e le forniture di gas naturale provenienti dall’Egitto subivano diverse interruzioni, tutte dovute ad atti di sabotaggio della pipeline subacquea realizzata tra il Sinai e la città israeliana di Ashqelon.

Infatti, con la scoperta del giacimento ribattezzato Tamar, operativo a partire dal 2013, Israele potrà godere di un ventennio di assoluta indipendenza nell’approvvigionamento di gas naturale; di qui le pressioni esercitate dal Ministro delle Infrastrutture israeliano, Uzi Landau, sulla compagnia di bandiera israeliana, l’Israel Electric Corporation, per stipulare proprio con le società che gestiranno il Tamar un contratto quindicennale, del valore di venti miliardi di dollari, per la fornitura di gas naturale da convertire in energia elettrica.

Le fortune energetiche di Israele, inoltre, includono la scoperta di vastissimi giacimenti di oil shale in quantità tali da garantire riserve pari a 250 miliardi di b.o.e.; come noto, tuttavia, il processo di lavorazione dell’oil shale richiede ingenti quantità di acqua ed energia elettrica: a questo punto potrebbe entrare in gioco l’elevata tecnologia a disposizione delle industrie petrolifere israeliane. Queste, infatti, starebbero testando una variante del processo di lavorazione in situ in grado di separare il greggio dalla roccia in cui è contenuto ad una profondità di 300 metri; tale processo, se validamente collaudato, permetterebbe l’estrazione del prezioso minerale risparmiando notevoli quantità di acqua ed energia elettrica.

I successi israeliani in termini di esplorazione, chiaramente, hanno comportato l’immediata richiesta di individuazione, da parte della Repubblica di Cipro, delle Zone Economiche Esclusive; la Repubblica libanese, invece, non potendo svolgere attività negoziale con lo Stato d’Israele, ha scelto di contestare la delimitazione delle Zone Economiche Esclusive fissate dai primi due attori davanti alle Nazioni Unite. Nel ritenere inadeguato lo strumento negoziale delle Zone Economiche Esclusive allo scopo di delimitare le acque territoriali, infatti, ha posto l’accento sull’utilizzo dell’istituto della piattaforma continentale e, in attesa di una definizione della disputa, ha lungamente minacciato di ritorsioni sia lo Stato d’Israele che le società impegnate nei lavori di esplorazione.

Molto più incisivo, invece, è stato il disaccordo mostrato da Recep Tayyip Erdogan circa gli accordi sviluppati tra la Repubblica di Cipro e lo Stato d’Israele, non solo riguardo all’individuazione delle rispettive Zone Economiche Esclusive ma, soprattutto, in merito all’accordo congiunto volto ad esplorare il Blocco dodici del Leviathan; a settembre 2011, il Primo Ministro turco ha messo in guardia Israele e Cipro alludendo al diritto della Turchia, ma dovremmo parlare della Repubblica Turca di Cipro del Nord, di controllare le acque territoriali del Mediterraneo orientale minacciando di adottare qualsiasi misura volta ad impedire ad Israele di sfruttare unilateralmente le risorse naturali della regione.

Quando Cipro, incurante delle minacce, ha deciso di affidare alla fortunata joint venture israelo-texana l’esplorazione del Blocco dodici del Leviathan, Erdogan ha minacciato l’Unione Europea di interrompere qualsiasi relazione se, in occasione della presidenza di turno greco-cipriota nel luglio 2012, Bruxelles non darà un impulso decisivo a risolvere la controversia relativa alle due repubbliche.

Secondo molti analisti le pretese di Erdogan, che mira ad elevare la Turchia a ruolo di lead nation in ambito MENA, sono volte a raggiungere obiettivi sia geopolitici che economici; i primi sono essenzialmente rappresentati dal tentativo di evitare che la Repubblica di Cipro possa sviluppare le capacità di produttore di greggio e di gas naturale che, di fatto, rafforzerebbero le sue posizioni sia in seno all’Unione Europea che a livello regionale. Quello di Erdogan, inoltre, viene interpretato come l’ennesimo tentativo di ridimensionare la posizione di Israele che, grazie alle importanti scoperte in ambito energetico, mira ad incrementare la propria proiezione di potenza nella regione.

Da un punto di vista eminentemente economico, ancora, la Turchia teme che il gas cipriota possa costituire un pericoloso concorrente del Nabucco e, ritenendo che la gestione di una porzione del Levantine Basin le possa permettere di rafforzare la sua posizione di HUB energetico, cerca di inserirsi nella gestione del Leviathan attraverso le decennali rivendicazioni politiche e territoriali della Repubblica Turca di Cipro del Nord.

Le querelle relative al Levantine Basin, infine, non lasciano immune l’Autorità Nazionale Palestinese; nel 1999, infatti, la British Gas firmò un contratto proprio con l’ANP riguardante i diritti di esplorazione delle acque antistanti la Striscia di Gaza. L’anno successivo, la compagnia petrolifera inglese esplorò due giacimenti di gas naturale ribattezzati Gaza Marine -1 e Gaza Marine -2.

Eletto nel 2001, Ariel Sharon sollevò la questione relativa alla legittimità dell’ANP ad utilizzare le riserve di gas precedentemente scoperte sottoponendola all’attenzione della Suprema Corte israeliana; in attesa del pronunciamento della corte, l’A.N.P. fu attraversata da momenti di grande instabilità dovuti prima alla morte di Yasser Arafat poi alle elezioni favorevoli ad Hamas nella Striscia di Gaza. Confinata all’interno del West Bank, l’A.N.P. ha assistito alla violenta contrapposizione tra Israele ed Hamas che, di fatto, ha permesso al primo di negare qualsiasi privilegio in campo energetico alla controparte palestinese.

Michel Chossudovsky, presidente del canadese Centro Studi di Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), ritiene che l’occupazione militare di Gaza ed il successivo blocco marittimo costituiscano un pretesto per trasferire la sovranità delle non trascurabili risorse di gas naturale palestinese a favore di Israele, in violazione dei principi di diritto internazionale. Di fatto, nell’estate del 2011, il governo israeliano ha chiesto a Noble Energy di definire un programma di lavoro per l’estrazione del gas palestinese; Dmitry Dliani, esponente di Fatah, ha commentato la decisione definendola come uno dei ripetuti attacchi israeliani contro i diritti palestinesi. Lo stesso Dliani ha chiesto una protezione internazionale proprio a favore delle risorse di gas naturale palestinese.