25 SETTEMBRE 2017
L’ascesa di Mohammad bin Salman e le sfide interne dell’Arabia Saudita
DI Pierluigi Barberini

Il 21 giugno il Re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abd al-Aziz al-Saud, ha nominato suo figlio, il giovane Mohammad bin Salman, Vice Primo Ministro, ovvero principe ereditario del Regno. Questa carica apparteneva prima a Mohammad bin Nayef, nipote dell’attuale Sovrano. Il nuovo erede al Trono saudita conserva le importanti cariche che già ricopriva, ovvero quella di Ministro della Difesa e di Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e di Sviluppo, mentre il ruolo di Ministro dell’Interno, precedentemente rivestito da bin Nayef, è ora passato a suo nipote, Abd al-Aziz bin Saud.

La nomina di Mohammad bin Salman come principe ereditario della monarchia saudita rappresenta un passo importante per quelli che saranno i futuri equilibri del Regno, e di conseguenza dell’intera regione mediorientale. Innanzitutto è necessario precisare come rappresenti un elemento di rottura rispetto al tradizionale processo di successione all’interno della dinastia dei Saud. Infatti, dopo la morte di Abd al-Aziz ibn Saud, fondatore e primo Sovrano del moderno Regno dell’Arabia Saudita, avvenuta nel 1953, il potere passò al figlio primogenito Saud, per poi trasmettersi successivamente ai suoi fratelli, seguendo quindi una linea di successione orizzontale. All’interno della numerosa famiglia dei Saud, la quale controlla di fatto il Paese occupando tutte le maggiori cariche statali, sia a livello politico sia amministrativo, un ruolo importante hanno assunto nel tempo i cosiddetti “Sette Sudayri”, i figli di una delle mogli predilette di ibn Saud. Questi fratelli, che hanno acquisito una posizione di prestigio con la salita al trono di Re Fahd nel 1982, hanno stretto una sorta di patto affinché fosse scelto uno di loro come futuro Sovrano. A questo gruppo appartiene l’attuale Re Salman. Nel 2006, l’allora Re Abdullah, nell’ottica di facilitare il passaggio di potere e rendendosi conto che la prima generazione, ovvero i figli di Ibn Saud, era ormai composta da pochi membri, sempre più anziani, creò l’Hayat al-Bayah, il Consiglio della Lealtà, organo costituito dai principali membri della dinastia Saud e deputato a individuare l’erede al Trono e a riunirsi nelle ore immediatamente successive alla morte del Monarca per nominare il nuovo Re. Alla morte di Abdullah, il potere passò comunque nelle mani di uno dei suoi fratelli, l’attuale Re Salman appunto, che invece con la nomina di suo figlio sembra voler imprimere al Regno la fatidica svolta: interrompere la linea di successione orizzontale e traghettare la famiglia verso il passaggio di potere alla seconda generazione. Un primo segnale in tal senso si era già avuto nel 2015, quando Re Salman indicò bin Nayef come erede al Trono.

Pertanto, la nuova nomina di bin Salman è importante per due fattori distinti. In primo luogo, perché nella storia contemporanea saudita non si era mai prospettata una successione diretta dal padre al figlio. Il secondo aspetto riguarda invece l’apertura definitiva ai giovani nipoti di ibn Saud, che negli ultimi anni si sono formati sotto l’ombrello dei rispettivi padri e zii, occupando importanti posizioni di responsabilità.

È proprio in questa dinamica che va inquadrato il cursus honorum percorso da bin Salman, che ha iniziato a ricoprire i primi incarichi di responsabilità a partire dal 2011, per essere nominato nel 2013 Capo della Corte del Principe della Corona. A partire dal 2015, in coincidenza con la salita al Trono di suo padre, assunse poi cariche di alto rilievo divenendo Ministro della Difesa e Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e di Sviluppo. Quindi, negli ultimi due anni ha notevolmente accresciuto la sua influenza all’interno della corte dei Saud, rendendosi protagonista tanto a livello interno quanto in politica estera. Da Ministro della Difesa ha lanciato l’offensiva in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi, il cui stallo sostanziale getta però una pesante ombra non solo sulla capacità di Riyadh di raggiungere gli obbiettivi prefissati, ma anche sulla possibilità di individuare una valida strategia d’uscita. Da un punto di vista interno, bin Salman ha concentrato le sue energie nell’ambizioso progetto di riforme economiche Vision 2030, che mira a cambiare il volto dell’Arabia Saudita e a traghettarla verso il futuro. Vision 2030 ha come obiettivo quello di riformare il Paese da un punto di vista economico, sociale e culturale, motivo per cui ha riscontrato sia favori sia critiche da diverse parti. Uno dei punti fondamentali è la diversificazione dell’economia per ridurre progressivamente la dipendenza del Paese dal petrolio, considerando che il Regno dipende dagli idrocarburi per circa il 46% del suo PIL e per l’88% delle entrate erariali (questa la media del periodo 2005-15), oltre a misure per aumentare l’occupazione, soprattutto quella femminile e giovanile. Un altro importante aspetto consiste nella vendita del 5% di Aramco, la compagnia petrolifera nazionale, ipotesi alquanto complessa da realizzare, anche se la volontà di procedere in tale direzione è stata più volte ribadita.

In sintesi, tanto l’atteggiamento più proattivo in politica estera, volto a rilanciare l’Arabia Saudita come leader del mondo arabo e protagonista indiscusso nella regione mediorientale, quanto l’avvio dell’ambizioso programma riformista che, se dovesse avere successo, non potrebbe che lasciare un’impronta indelebile sulla società saudita e sul Paese nel suo complesso, rappresentano una netta rottura rispetto al passato e segnalano la volontà di gettare le basi di un’azione politica di lungo periodo.

Grazie a queste iniziative, bin Salman è riuscito ad accrescere notevolmente la propria influenza, concentrando una grande dose di potere nelle proprie mani, o in quelle di pochi suoi fedelissimi. Questa dinamica produce un duplice effetto: da un lato riduce i costi decisionali, rendendo più snello e agevole il processo deliberativo, mentre dall’altro porta ad una crescita dei costi di legittimazione delle decisioni prese, creando potenzialmente un certo malcontento in quei rami della famiglia che restano maggiormente esclusi.

Dunque, uno degli ostacoli maggiori alla definitiva affermazione di bin Salman potrebbe derivare proprio dalle resistenze provenienti dai membri della dinastia reale. La rimozione da diversi incarichi pubblici di numerosi componenti della famiglia per sostituirli con altri più vicini all’attuale Re e soprattutto a suo figlio potrebbe agevolare la formazione di un corposo schieramento ostile a bin Salman, che porterebbe a spaccature più profonde di quanto non lo siano ora all’interno della famiglia dei Saud, andando così a destabilizzarla e, potenzialmente, a eroderne la legittimità agli occhi della popolazione.

Un altro fattore risulta essenziale nell’ottica dei futuri equilibri interni dell’Arabia Saudita. Ogni politica intrapresa da bin Salman, alla luce della sua giovane età, va letta nella prospettiva che possa regnare per un lungo periodo di tempo, considerando anche l’età piuttosto avanzata del padre. Infatti fino ad ora non si è mai avuto un Principe ereditario così giovane, motivo per cui il fattore anagrafico diventa decisivo: è probabile che bin Salman, fin da subito, cerchi di gettare le basi per il suo governo di lungo periodo, per avviare una trasformazione graduale ma radicale del Paese.

Infine, la variabile che forse più di tutte potrebbe giocare un ruolo decisivo è rappresentata dal clero wahabita. La dinastia Saud deve la sua ascesa al potere e la sua legittimità a governare all’alleanza con tali ambienti religiosi. Tuttavia, la fedeltà dei leader religiosi al Re e a bin Salman rischia di venir costantemente messa alla prova dalle riforme del programma Vision 2030, in particolare dai progetti di modernizzazione culturale del Paese come ad esempio l’introduzione di concerti e le ricadute che tali cambiamenti potrebbero comportare nella società nel suo complesso. Infatti, anche un parziale rinnovamento della società saudita sembra trovare la netta ostilità del clero wahabita, che si erge a custode dei costumi tradizionali ed è schierato con intransigenza su posizioni conservatrici.

Non è dunque possibile escludere che nei prossimi mesi sorgano delle divergenze alquanto profonde tra la classe religiosa e il nuovo Principe ereditario, e di conseguenza tra il clero e parte della famiglia reale. Messo di fronte a tale prospettiva, trovandosi nella necessità di cercare un diverso equilibrio, Bin Salman potrebbe tentare di rafforzarsi cercando forme di legittimazione nuove, quali appunto potrebbero essere il successo e la popolarità derivanti dalle riforme di cui è fautore, nel caso dovessero raggiungere gli obiettivi prefissati. In particolare, proprio il successo o meno di Vision 2030 potrebbe rivelarsi l’ago che farà pendere la bilancia da una parte o dall’altra, determinando la definitiva consacrazione di bin Salman quale futuro (e longevo) Sovrano dell’Arabia Saudita, oppure al contrario un più rapido tramonto della sua parabola politica.