03 AGOSTO 2017
I possibili effetti dell'accordo sul gas tra Iran e la francese TOTAL
DI Alberto de Sanctis e Giampaolo Tarantino

Total, gigante francese dell’industria energetica, ha firmato un accordo multi-miliardario con la compagnia iraniana Petropars per lo sviluppo e la produzione di South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo sito nel Golfo Persico. Il progetto avrà una capacità produttiva di 2 miliardi di metri cubi al giorno (400.000 barili di petrolio equivalente) che saranno destinati al mercato interno iraniano a partire dal 2021. Tra gli operatori del giacimento c’è anche la cinese CNPC (China National Petroleum Corporation), che con il 30% delle quote si colloca fra l’operatore francese (50%) e quello iraniano (20%).

Total è la prima azienda energetica europea a stringere un accordo di questa portata in più di 10 anni e dopo che un anno fa il piano globale d’azione congiunto (JCPOA) ha messo in moto la cancellazione delle sanzioni economiche legate al programma nucleare iraniano. L’Iran è il secondo Paese al mondo per riserve di gas e il quarto per quelle di petrolio, ma necessita della partnership con interlocutori esteri per trovare la tecnologia e i capitali necessari per sfruttare a pieno le proprie potenzialità. L’accordo con il colosso francese e con i cinesi di CNPC rappresenta un importante passo in avanti se si considera che il Paese ha l’assoluta necessità di attrarre fino a 200 miliardi di dollari di investimenti entro il 2020 per sviluppare i suoi obsoleti impianti di estrazione. Il progetto della Total , inoltre, potrebbe fare da apripista ad altre major del oil&gas ed incentivare così lo sviluppo del settore gasiero iraniano, attualmente più arretrato rispetto a quello petrolifero. Tale discrepanza trova conferma nei dati ufficiali resi noti dalle autorità iraniane ad inizio luglio, secondo cui  l’output della produzione di greggio avrebbe superato la quota di 3,9 milioni di barili al giorno nel periodo tra il 22 maggio e il 21 giugno, per la prima volta dall’entrata in vigore dell’accordo sul nucleare (16 gennaio 2016), mentre la produzione di gas condensato e gas naturale avrebbe raggiunto rispettivamente i 692 mila barili di petrolio equivalenti al giorno e gli 852 milioni di metri cubi. Il ritardo nel comparto del gas è un problema di non poco conto se si considera il previsto aumento di consumi mondiali, pari al 50% entro il 2040, e se si tiene conto della concorrenza che si è scatenata tra i principali produttori internazionali (Qatar, Australia e Stati Uniti) nell’ambito di uno scenario che va sempre più verso la creazione di un mercato unico a livello globale.

Con questo accordo il gruppo Total acquisisce una posizione di vantaggio sulle altre major interessate al promettente mercato iraniano e pone la compagnia francese davanti a tutte le concorrenti sul fronte degli investimenti in Iran. Da sottolineare anche il coinvolgimento dei finanziamenti delle banche cinesi in alternativa a quelle occidentali così da non violare le regole internazionali che ancora limitano l’economia iraniana. L’incertezza geopolitica è certamente un fattore che genera incognite, benché incida meno del quadro normativo iraniano. Dalla fine degli anni Novanta il modello contrattuale vigente in Iran è infatti quello denominato “buy-back” (che non riconosce concessioni esplorative alle major straniere) assieme ai contratti denominati EPCF (Engineering procurement construction and financing), che impongono alle aziende straniere la costruzione, lo sviluppo e il finanziamento del progetto. Questi tipi di contratti vengono considerati rischiosi dalle principali compagnie energetiche internazionali. È invece ancora in fase di perfezionamento, dopo la proposta fatta agli investitori nel 2015 a Londra, il nuovo modello contrattuale IPC (Iran petroleum contract) che prevede l’istituzione di una joint-venture tra la società straniera e la compagnia statale NIOC (National Iran Oil Company) che rimane proprietaria del 51% giacimento. I contratti tra società straniere e NIOC dureranno dai 20 ai 25 anni e offriranno una flessibilità di pagamento sul rischio assunto per le esplorazioni e lo sviluppo di giacimenti con alti costi di investimento. Con questa nuova tipologia di contratto si cerca anche di aggirare, utilizzando contratti di produzione a lungo termine, il limite imposto dallo Costituzione iraniana secondo cui tutte le riserve energetiche del Paese appartengono allo Stato (e che quindi non potrebbero essere vendute dalle compagnie straniere).

I ritardi nella definizione delle legislazioni (i nuovi modelli contrattuali avrebbero dovuto essere operativi dalla seconda metà del 2016) possono essere interpretati come un tentativo di congelare la riforma a causa delle pressioni provenienti dalle frange più conservatrici dell’apparato politico iraniano. In più di un’occasione l’ala conservatrice ha attaccato il governo, accusandolo di svendere le proprie risorse naturali agli stranieri e per il presidente Hassan Rouhani non è stato facile far digerire all’Assemblea degli esperti e al parlamento i nuovi contratti IPC che, restano comunque in attesa dell’approvazione definitiva.

 Se da una parte l’Iran ha bisogno di investimenti stranieri per ammodernare le infrastrutture e aumentare la produzione (servono 200 miliardi di dollari secondo il ministro del Petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh) dall’altro, una fetta molto significativa del settore energetico è controllata dalle fondazioni rivoluzionarie (bonyad) riconducibili a settori dei Guardiani della Rivoluzione che negli otto anni di presidenza di Mahmud Ahmadinejad hanno aggiunto alle loro attività economiche anche giacimenti di idrocarburi. Aprire le porte ad attori economici stranieri significherebbe, inevitabilmente, perdere una quota del controllo su attività di natura economica e politica.

Nonostante l’accordo tra Teheran e Total, questa lentezza ha avuto un impatto negativo sullo sbarco in Iran delle principali major energetiche globali: pur avendo siglato diversi accordi con Teheran nel corso degli ultimi mesi, le compagnie energetiche internazionali si sono astenute dal prendere impegni d’investimento. Lo scorso dicembre Royal Dutch Shell ha firmato un accordo preliminare per valutare tre dei principali giacimenti di petrolio e di gas dell’Iran, mentre lo scorso giugno Eni ha siglato due memorandum d’intesa con NIOC per lo sviluppo del sito petrolifero di Darquain e del campo a gas di Kish. Un consorzio di imprese indiane ha annunciato di aver offerto 11 miliardi di dollari per sviluppare un altro dei giacimenti di gas naturale dell’Iran, campo Farzad-B, e per realizzare le infrastrutture per l’esportazione. È significativo che il bando di gara per lo sviluppo del giacimento petrolifero di Azadegan, al confine con l’Iraq, sia stato posticipato di quattro mesi.

Cionondimeno, l’accordo costituisce un punto di svolta nelle relazioni fra l’Europa e l’Iran ed evidenzia fino a che punto la politica della Francia nei confronti della Repubblica Islamica si distanzi da quella della Casa Bianca. Soltanto due settimane prima dell’intesa Total-Petropars, difatti, il Senato Usa votava a maggioranza schiacciante una presa di posizione contro le Guardie Rivoluzionarie per il loro coinvolgimento nei conflitti regionali e nel programma missilistico iraniano. Nonostante abbia dovuto mettere da parte il proposito annunciato in campagna elettorale di volersi ritirare dall’accordo sul nucleare una volta giunto al potere, il presidente Trump e con lui una parte dell’amministrazione statunitense non intendono adottare una linea più conciliante verso Teheran. Al contrario, Washington ha predisposto un variegato sistema di sanzioni contro individui o entità accusati di sostenere il terrorismo che nel caso dell’Iran costituisce un grave ostacolo alla libertà di manovra degli investitori internazionali. Il pericolo più forte per Total è che parte del suo investimento finisca nelle mani di soggetti appartenenti alle Guardie Rivoluzionarie, col rischio di mettere in moto la reazione statunitense. Nel 2014, il gruppo BNP Paribas venne colpito da una multa di 9 miliardi di dollari negli Stati Uniti proprio per aver violato il regime punitivo dispiegato contro l’Iran, al punto che oggi il colosso energetico francese si è cercato di tutelare nominando un apposito compliance officer, chiamato a vegliare sull’effettiva destinazione delle risorse finanziarie transalpine.  

Benché in preparazione da tempo, l’accordo giunge in un momento di tensioni nell’area e potrebbe diventare causa di ulteriore acredine se venisse interpretato come una presa di posizione francese nei confronti della politica iraniana della Casa Bianca o del suo alleato saudita. Riyad, competitore strategico per eccellenza di Teheran, è alla testa di un’offensiva a marchio sunnita volta a isolare il piccolo ma ambizioso Qatar, Paese da tempo in affari con Parigi e che non ha mai smesso di dialogare con l’Iran per via del controllo congiunto proprio del mega-giacimento di South Pars, sito nel Golfo Persico. Per l’Iran la speranza è che la firma dell’accordo faccia da apripista alla conclusione di altre intese economiche con i paesi dell’Ue ancora in sospeso (la sola Italia ha in ballo 25 miliardi di euro di interscambio potenziale), un’eventualità che contribuirebbe non poco alla rottura dell’isolamento internazionale che ha attanagliato per lungo tempo il gigante persiano.  

Contenuto redatto con la collaborazione di Energy and Strategy Hub